martedì , 27 giugno 2017
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Tra i due litiganti, la terza gode di letteratura

Pivano-Hemingway e Fitzerald

L’America. Gli Anni Venti. Si sogna ancora a pronunciare queste parole perché rappresentano un mito che ti è dato solo immaginare, osservare da lontano.

C’è chi l’ha fatto anche da vicino, e da quelle pagine di letteratura magica e leggendaria l’ha descritto in modo oggettivo. Lei si chiama Fernanda Pivano.

Il Primo Maggio del 1925 a Parigi, al Dingo bar di Rue Delambre, si incontrano il già grande Francis Scott Fitzgerald e l’allora semi-sconosciuto Ernest Hemingway. Nasce un’amicizia che somiglierà molto più a una battaglia. La novità è che da allora per noi la guerra non si è ancora conclusa, e nemmeno del tutto compresa. Perché se Hemingway mente sul loro primo incontro (citando la presenza di un giocatore di baseball, Duncan Chaplin, che gli sarebbe piaciuto molto più di Fitzgerald, ma che pare non abbia mai conosciuto Hemingway e non fosse stato nemmeno a Parigi quell’anno), c’è da chiedersi quanto ci sia di vero nel libro-resoconto autobiografico degli anni parigini Festa mobile, che vuole una serie di aneddoti al limite dell’imbarazzante e che descrive lo scrittore del Grande Gatsby come un dissoluto e debole ubriacone, un talento naturale ma fragile come le ali di una farfalla. Ma per lei, Fernanda Pivano, come si poteva risolvere una guerra tra un amico e un mito? Forse l’unica possibilità era portare in luce i punti oscuri di personalità così diverse e accantonare i dispetti e le piccole vigliaccherie reciproci. Era, quindi, godere di letteratura.

Dalle ruggenti pagine della genovese filoamericana – prendiamo ad esempio Amici scrittori (Mondadori, 1995), Album Americano (Frassinelli, 1997), La balena bianca e altri miti (Il Saggiatore, 1995), Mostri degli anni Venti (Formichieri, 1976) – nascono, crescono e maturano le connotazioni più vere e forse fragili di questa letteratura “pragmatica”, reale, che sa di vita, dove, citando le parole dello stesso Fitzgerald «Il personaggio è azione», inevitabilmente; è un tutt’uno con quell’epoca, immerso in quello scenario da cui succhia illusioni, orizzonti, isterismi, frivolezza e infine disincanti. E la Pivano le analizza e le rende anche un po’ più umane, paradossalmente mitizzandole.

Hemingway scrittore nasce spinto da Fitzgerald, che lo raccomanda all’ “editor” Maxwell Perkins, ancora prima di conoscerlo fisicamente. A sua volta Fitzgerald è all’apice del suo successo. Ha tutto: fama, ricchezza, amore. Lui è un po’ tutti i suoi personaggi: «Il suo Amory Blaine (This Side of Paradise) disintegrato dalla necessità e comunque dal desiderio di guadagnare soldi, decaduto dallo stato di raffinato aristocratico a quello di aspirante arrivista per l’ansia di far “carriera” e riabilitato finalmente dalla scoperta della realtà sociale che lo circonda; il suo Anthony Patch (The Beautiful and Damned) viziato dal possesso e dal miraggio del denaro fino a intentare un processo moralmente illegale per impadronirsi di una cifra in realtà non più sua e disintegrato in questo procedimento non solo psichicamente ma anche fisicamente, fino a ridursi su una sedia a rotelle; il suo Jay Gatz-Gatsby (The Great Gatsby) che pur di conquistare la ragazza amata che lo aveva respinto per la sua povertà diventa un gangster e finisce assassinato in una torbida storia nella quale nessuno ha voglia di immischiarsi o fare luce; il suo Dick Diver (Tender is the Night) che da splendida promessa della psichiatria finisce inetto medicone in villaggi sperduti del continente d’America per essersi lasciato corrompere dal miraggio di una vita facile e ricca, tutti questi personaggi ripropongono un’identica denuncia, che è poi la denuncia espressa da Fitzgerald stesso con la sua vita, di giovane respinto dalla fidanzata per mancanza di soldi con una ferita che non si sarebbe rimarginata mai più, e di marito che per guadagnare quei soldi sprecò, spesso consapevolmente, il suo talento scrivendo racconti da poco.» E una volta a quell’apice, raggiunto con così tanto sudore e dolore, poco importa se «sarebbe diventato Anthony nella vita come sarebbe diventato Dick nel fallimento e Gatsby nella morte.» [F. Pivano, La balena bianca e altri miti].

Hemingway è un giovane indisciplinato, che ostenta il suo machismo; una persona «piena di contraddizioni, di ambiguità e di contrasti ma anche piena di gesti di generosità tenuti segreti, di prove di lealtà non vantate, di manifestazioni di umiltà note soltanto a chi gliele vedeva compiere; vanterie e spacconate si alternavano in lui a depressioni e a mutismi drammatici, i suoi apparenti esibizionisti erano per lo più un modo di vincere una timidezza quasi morbosa, le sue gradassate con l’alcool e col cibo erano spavalderie di uno che voleva vincere l’ossessione per la morte.» [F. Pivano, Album americano]. «Amarezza e sarcasmo, tristezza e disperazione si addensavano nelle sue pagine come nelle ombre del suo viso e respingevano le facili accuse di “giornalese” che gli erano rimaste attaccate dagli articoli scritti quando era poco più che adolescente. Quando lo conobbi io, ancora bellissimo all’inizio della maturità, le ombre si alternavano ancora a slanci di felicità, e le vidi addensarsi nei pochi, troppo pochi anni che precedettero la sua morte via via che l’infelicità e la sfortuna gli precipitarono addosso.» [F. Pivano, Hemingway, Rusconi, 1985]

Con lei non parla spesso di Fitzgerald, perché «di letteratura e di letterati la gente pulita non deve parlare più di quanto non parli delle proprie feci (naturalmente non usò la parola “feci”).» [F. Pivano, Amici scrittori]. Ma una cosa la dice. «Di Fitzgerald mi disse: “Era fragile come un filo d’erba”, immergendosi subito nella storia, diventata anni dopo anch’essa di repertorio, della preoccupazione di Fitzgerald per le misure del suo pene suscitata dalle accuse di Zelda e conclusa col confronto fatto al Louvre davanti alle statue nude; altro episodio che mi gettò nella costernazione perché Fitzgerald aveva rappresentato per me un mito ed era stato un eroe quasi quanto lo era Hemingway.» [F. Pivano, Hemingway]

Quell’amicizia cercata disperatamente ma respinta per spirito – forse – di competizione, o per bisogno estremo di nichilismo, mai risolta nemmeno alla morte di Fitzgerald nel 1940, tanto che Hemingway non partecipa nemmeno ai funerali nonostante una pseudo-riappacificazione un mese prima, è da vivere all’interno di quegli anni che trasformano per sempre le sorti della letteratura americana, e forse dell’America, «il decennio che va dall’armistizio alla grande crisi; il decennio del dopoguerra, col proibizionismo e il suffragio femminile, col dilagare dell’automobile e della radio, con la “grande paura rossa” e il boom capitalistico, con l’americanismo a oltranza e il ripudio delle tradizioni letterarie: il decennio di tutte le proteste e di tutte le rivolte, delle utopie più ottimistiche e delle delusioni più spietate.» [F. Pivano, La balena bianca e altri miti]. Sono figli di quel tempo, figli che non sono soltanto generati da esso, ma che hanno contribuito all’identità di quel padre. Figli che l’hanno vissuto così intensamente da uscirne lesi. La loro amicizia rimane un mito, un prodotto affascinante di quel mondo di lustrini e paure celate.

Informazioni su Debora Borgognoni

Debora Borgognoni
Nasce a Pavia nel 1980. Dopo il diploma in Lingue Europee, studia fotografia professionale alla John Kaverdash School Academy di Milano e nel frattempo pubblica per Albatros il suo libro d’esordio “Caro diario…”

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