domenica , 20 agosto 2017
Le news di Asterischi

Su la testa, Zapata!

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«Giù la testa, coglione!»

(John Mallory)

Il 10 aprile del 1919 Emiliano Zapata, padre della rivoluzione messicana, trovava la morte per mano di un traditore. Non siamo qui a tessere un panegirico del rivoluzionario, ma, assai più modestamente, a ricordare quanto questo uomo, nella mente di molti, sia stato innanzitutto un eroe di carta e che soltanto da quella posizione privilegiata sia poi balzato sulle pagine della storia.

La prima volta che sentii nominare Emiliano Zapata, non lo nascondo, avevo poco più di dieci anni e fu nel film Giù la testa (1971) di Sergio Leone. C’era questo Messico polveroso della rivoluzione (solo in futuro avrei scoperto che gli esterni erano stati girati in Spagna) e Pancho Villa ed Emiliano Zapata che erano questi dèi innominabili della guerriglia che si batteva contro il dittatore.

C’è un dialogo del film assai esemplificativo sul senso della rivoluzione in Giù la testa. Juan Miranda, riporto un po’ a memoria, riassume a John Mallory: “Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento”. E poi che succede? Tutti si siedono attorno a un tavolo mentre la povera gente è già bell’e morta. L’esilarante risultato di questa conversazione è il volo in terra di un testo di Bakunin.

Attenzione, però. Emiliano Zapata non è un intellettuale avanguardista. Cresce con altri nove fratelli, lui è il nono di una famiglia numerosa e povera. Studia l’essenziale prima che cominci a lavorare la terra e diventi un leader autoctono affiancando lo studio dei libri maledetti degli anarchici del tempo alla battaglia politica. La sua vita, nonostante sia finita prima dei quarant’anni, è intrisa nella leggenda per questa sua tempra contadina distante dal senso del potere e profondamente collettivista.

Il cinema non ne ha edulcorato il mito. Elia Kazan ci ha fatto un film Viva Zapata! (1952) con Marlon Brando come protagonista e il soggetto di John Steinbeck. La magia di Zapata resiste ancora oggi, visto che in Messico l’EZLN (l’esercito zapatista di liberazione nazionale) agisce nel Chiapas richiamandosi alla memoria e all’azione del rivoluzionario messicano.

Ma Zapata non è morto e non è un’ovvia constatazione del suo pensiero e del suo esempio che hanno attraversato le generazioni. Per molti anni in Messico si era diffusa la leggenda che il rivoluzionario fosse ancora in giro, nascosto e protetto, come una rockstar o un santone immortale. A contribuire a queste stigmate di immortalità ci ha pensato Paco Ignacio Taibo II, lo scrittore spagnolo in Messico dagli anni ’50 per sfuggire alla dittatura franchista e innamorato della lotta zapatista al punto da aver scritto anche un volumetto col Subcomandante Marcos (Morti scomodi, Marco Tropea Editore, 2005), leader dell’EZLN e in qualche misura erede politico di Zapata. Nel 1977 lo scrittore spagnolo ha pubblicato Il fantasma di Zapata (Tropea, 2004) e questo ci racconta:

«No, Emiliano Zapata è morto.  Se glielo dico io può crederci. È morto a Chinameca, assassinato da dei traditori. Ma se non lo fosse ci sarebbero oggi le stesse carabine a sparargli…. e sarebbero sempre gli stessi a ordinare il fuoco. Il popolo l’ha già pianto, perché vuol farlo piangere un altra volta».

Certo che Emiliano muore, ma ogni volta gira la testa un po’ più in su.

Informazioni su Rosario Battiato

sopravvive soltanto a temperature basse e in ambienti chiusi. Ha studiato Storia, ma ha la tendenza a fare il giornalista e a costruire un pastiche al giorno. Fondatore di Asterischi.

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