venerdì , 22 settembre 2017
Le news di Asterischi

Sintomi della fine del mondo

I sintomi della vecchiaia sono vari, ma due sono solitamente inequivocabili: il primo è quello di cominciare a pensare di vivere nel peggiore dei mondi possibili; il secondo è cominciare a inveire contro i cocktail, in particolare contro i cocktail letterari. Il primo sintomo è conosciuto. Si verifica quando qualcuno comincia a dire che prima il mondo era pieno di gente virtuosa e ora di mascalzoni, che prima era pieno di gente intelligente e ora di sciocchi, che prima era pieno di coraggiosi e ora di codardi. Spesso questa nostalgia è una forma di vanità, o di autoesaltazione: chi la esercita proclama in segreto che appartiene a un mondo del passato che è superiore a quello di oggi, che il suo mondo è meglio di quello degli altri, che lui stesso è meglio degli altri; questa nostalgia è infondata: tutto mostra piuttosto che sono sempre esistiti tanto i virtuosi quanto i mascalzoni, tanto gli intelligenti quanto gli sciocchi, tanto i coraggiosi quanto i codardi. È ovvio che con l’età si vede ovunque sempre più depravazione, più stupidità e più codardia, ma questo non vuol dire che queste miserie aumentino, ma che l’esperienza insegna a riconoscerle con più facilità negli altri e, se non si è del tutto disonesti, anche in se stessi. Jorge Manrique non disse mai che tutto il tempo passato fosse migliore (perché è falso e Manrique dice solo la verità); ciò che disse Manrique è che ci sembra così. La vecchiaia non è un buon momento, e di certo bisogna avere carattere per non maledire il futuro sapendo che non lo si vivrà. Per il resto, e visto che non credo in una realtà ultraterrena, non ho altro rimedio che credere che questa è la migliore realtà: non ce n’è un’altra; credo anche che non può essere così male un mondo in cui è sempre più diffusa la pratica dell’anestesia, della democrazia, dell’aria condizionata e della torta del Casar.

Direi quindi che non sono affetto dal primo sintomo dell’invecchiamento (e quindi non corro pericolo immediato di trasformarmi in uno di quei personaggi ritratti brillantemente da Jordi Gracia ne L’intellettuale malinconico); ma purtroppo non posso dire lo stesso del secondo. Per prima cosa devo avvertire che, per i quasi quattro anni che non ho assistito a un cocktail letterario, perché nessuno mi invitava, immaginavo spesso il paradiso formato cocktail letterario, qualcosa come il giardino dell’Accademia di Atene o il salone di Madame du Deffand a Parigi, ma animato da vino di Rioja e tartine di caviale. Ovviamente, quando finalmente hanno cominciato a invitarmi ai cocktail, non avevo tempo per andare, e scoprii allora che la realtà superava le mie aspettative: a differenza di quello che accadeva all’Accademia di Platone, lì era possibile entrare senza sapere niente di geometria e, a differenza di quello che accadeva nel salone di Madame du Deffand, era possibile entrare senza essere intelligentissimo, coltissimo e astutissimo; e c’è di più: lì si poteva bere e mangiare a sbafo, discutere a squaciagola con il primo che capitava, ubriacarsi in malo modo e, una volta finito il cocktail, concludere la serata vomitando in un angolo e rovinando il corredo  urbano. Mi piaceva da matti. Tanto che a partire da quel giorno non mancavo a un solo cocktail letterario a cui ero invitato, e dopo due o tre anni di continui cocktail letterari finii per essere completamente nauseato. Da allora immagino l’inferno formato cocktail letterario. Non sono l’unico. Nel libro in cui annotò le conversazioni che intrattenne con Borges per quasi 60 anni di amicizia, Bioy Casares scrive questa osservazione dell’amico (28-IX-1963): “A volte penso che mi avrebbe fatto piacere stare con le persone che incontravo in un cocktail. Ma se ci sono dieci persone, c’è una decima parte di ognuno; se ce ne sono cinquanta, una cinquantesima parte. Vado via dai cocktail tristissimo, come se mi avessero sputato sopra”. A me succede più o meno la stessa cosa. Andare a un cocktail è come fare zapping con la gente, come entrare in un incubo kafkiano: incontri una persona che non vedevi da molto e, nel momento in cui la conversazione si fa interessante, appare una seconda persona; questo ti obbliga ad abbandonare la prima persona per parlare con la seconda, che dopo poco devi abbandonare per parlare con una terza che poi abbandonerai per una quarta, e via dicendo. Il risultato è, come dice Borges, che solo parli con una minima parte di ogni persona (più piccola quanto più affollato è il cocktail); il risultato è che parli con tutti e non parli con nessuno. Da qui nasce la solitudine infernale, la tristezza assoluta.

Meglio non andare a nessun cocktail. Meglio restare a casa. Ed è così come, a poco a poco, si smette di vedere gli amici e ci si trasforma in un misantropo furioso e un intellettuale malinconico, convinto che prima il mondo era un posto magnifico, sicuro che qualsiasi epoca passata fosse migliore. Andare ai cocktail è una brutta cosa, ma non andare ai cocktail è peggio. Non c’è soluzione. La fine del mondo è vicina.

Javier Cercas, El País, 08/01/2012

(http://www.elpais.com/articulo/portada/Sintomas/fin/mundo/elpepusoceps/20120108elpepspor_2/Tes)

Traduzione a cura di Asterischi.it (as)

Informazioni su Agata Sapienza

Agata Sapienza
Dopo studi e peregrinazioni varie non ha ancora capito dove vive, ma legge e traduce sempre e solo dal suo divano.

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