venerdì , 21 luglio 2017
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Scriverai con dolore: i personaggi di Dostoevskij

La sofferenza non nobilita l’uomo, semmai lo umilia. Eppure l’arte vive spesso della sofferenza, si nutre di essa, modellando dilemmi morali e psicologici, crisi dei valori, tensioni ideali. La sublimazione del malessere, questo rende grande un artista. Ed è così che la psiche tormentata di uno dei più grandi scrittori della letteratura mondiale giunge a plasmare uno dei suoi personaggi migliori, straordinariamente umano, riflesso prodigioso del suo tormento. Dostoevskij crea il mite principe Myškin de L’idiota, in uno slancio di autobiografismo lucido e profondo, che vuole raccontare un disagio, una malattia, la causa di una vita di tribolazioni.  

«Che importa se è malattia?», dice Myškin «… l’effetto che esso produce, risulta sommamente armonico e sublime».  L’innominabile male sacro, l’epilessia, è qui magicamente privato di quella matrice convulsiva che lo caratterizza ed è alimentato dalla ragionevolezza, dalla speranza, da una “calma suprema”. La finzione doveva necessariamente rivalutare quel malessere di cui Dostoevskij aveva a lungo sottovalutato le conseguenze, durante tutta la sua esistenza; spuntano così oltre al principe Myškin, fra un romanzo e un racconto, personaggi magistralmente descritti nella loro inquietudine, come l’ateo suicida Kirillov dei Demoni e, nell’ultimo capolavoro, il figlio illegittimo di Fëdor Karamazov, lo Smerdjakov che simula un attacco per difendersi dall’accusa di omicidio.

È giovane Dostoevskij, appena diciottenne, quando arrivano le prime convulsioni, in seguito alla traumatica perdita del padre. Il doloroso ricordo del rapporto con quest’uomo dispotico e violento, amato e temuto, acuirà la sua nevrosi. Dopo la perdita della madre per tisi, il 23 aprile 1849 viene arrestato per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi e imprigionato. Il 16 novembre dello stesso anno, insieme ad altri venti imputati, viene condannato a morte ma inaspettatamente lo zar Nicola I commuta la condanna in lavori forzati a tempo indeterminato. La revoca della pena capitale, già decisa nei giorni precedenti all’esecuzione, viene però comunicata allo scrittore solo sul patibolo. L’esperienza destabilizzante di “poter far tornare indietro la vita” si legherà per sempre alla sua malattia e lascerà traccia nello stesso Myškin, che intensamente ci descriverà il modo in cui «A chi sa di dover morire, gli ultimi cinque minuti di vita sembrano interminabili, una ricchezza enorme». Ma se ne L’Idiota l’epilessia veste i panni di un intenso momento estatico, nella realtà Dostoevskij scrive: «A ogni attacco perdo la memoria, la capacità immaginativa, le forze fisiche e spirituali»; «L’esito (…) è l’indebolimento, la morte o la pazzia». Eppure, quasi come effetto di uno sfogo terapeutico, le crisi si diradano negli anni, grazie anche all’intenso impegno del genio russo in quella che si rivelò essere la sua più grande stagione creativa, quella dell’ultima decade ottocentesca. Il male dell’anima, però, non l’abbandonerà mai completamente: crisi, amnesie e attacchi lo rincorreranno per tutta la vita e saranno sempre preceduti da attimi che lo stesso autore paragonerà alla visione paradisiaca di Maometto. E sono proprio quegli attimi, che hanno “la durata di un lampo”, che duplicano la forza e illuminano il cuore, sono proprio quei brevi attimi sublimi a rendere il suo dolore, autentico e indiscutibile, degno di essere raccontato.

(lc)

Informazioni su Laura Coletta

Laura Coletta
Classe 1988, Caserta. Laureata in lingue e letterature straniere, si sta specializzando in traduzione letteraria. Vive di grandi passioni, caute aspettative e affetti autentici. Può bastare.

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