domenica , 20 agosto 2017
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Pirandello, nudità e fascismo

17 Settembre 1924: con un telegramma inviato a Benito Mussolini e pubblicato su “L’Impero”, Luigi Pirandello si consegna al Fascismo “come umile e obbediente gregario”. Quest’adesione, solo in apparenza totale, è uno dei maggiori paradossi dell’esistenza pirandelliana che sancisce, in realtà, un rapporto politico che si rivelerà tormentato e contraddittorio. In quel tempo brutale della storia politica e sociale italiana, lo scrittore avverte come necessaria la presenza del duce, infallibile il suo mito, eroico il suo agire. Al di là delle necessità pragmatiche, che spingono il Nobel per la letteratura alla ricerca di finanziamenti per la creazione della sua nuova compagnia teatrale, l’intuizione pirandelliana della vita politica appare sostanzialmente fascista: nella ricerca di realtà relative, nella creazione di illusioni; Mussolini è per Pirandello uno straordinario creatore di realtà contingenti, che abilmente impone a coloro che non sanno crearsene una per proprio conto. Il Duce mostra di sentire la tragica necessità della forma e del movimento e non può non essere benedetto da colui che ha sempre sentito l’immanente tragedia della vita, che per consistere ha bisogno anch’essa di una forma. Tuttavia è innegabile che il pessimistico e angosciato relativismo pirandelliano sia profondamente lontano e inconciliabile con l’ansia attivistica del regime. Pirandello giunge per il Fascismo al momento giusto: la sua fama ormai internazionale viene ampiamente sfruttata con il suo coinvolgimento sul piano politico.

Ma le azioni dello scrittore sono dettate dall’esigenza improrogabile di salvare la sua arte, un’arte essenzialmente libera e incondizionabile, distante dall’obbedienza e dal gregariato. Non è un caso che molti, in seno all’apparato fascista, stentino a riconoscerlo come intellettuale del regime: non impone la sua personalità, non è una mente organizzatrice, è semplicemente il creatore di una letteratura che rivela i malesseri della civiltà e dell’uomo moderno. Nel frattempo i mali morali del fascismo cominciano a divenire sempre più evidenti e il sogno di creare un teatro italiano di calibro internazionale iniziano a vacillare; la personalità pirandelliana mal si adatta alle direttive e allo spirito del fascismo, poiché distante da qualunque linea di condotta dittatoriale. Pirandello avverte il suo tempo nemico, gli animi avversi e una profonda negazione della contemplazione, “in mezzo a tanto tumulto e a tanta feroce brama di carneficina”. Non tarderanno gli scontri con autorità fasciste e dichiarazioni aperte di apoliticità: la rivendicazione del suo essere uomo, libero e parco, lo sosterrà in molte occasioni.

Nel 1927 giunge l’episodio clamoroso: il Nobel strappa e scaraventa sulla scrivania del Segretario Nazionale la tessera del partito, che si confonde tra i ritagli collezionati da Enrico Corradini che documentano “l’atteggiamento di Pirandello all’estero”. L’episodio, tuttavia, è destinato a rimanere isolato. La sua adesione al regime non verrà mai sconfessata apertamente e questa è l’orma, in gergo pirandelliano, meno scandagliata e comprensibile della sua esistenza. Fra tante speranze perdute, vi è la consapevolezza lucida e amara, talvolta confessata in accorate lettere all’amica e attrice Marta Abba, che quell’eroe provvidenziale concesso da Dio all’Italia non ha che forgiato uomini stupidi, bestiali e rissosi. Il volontario esilio si prospetta come scelta inevitabile e lo porta per quattro anni lontano dall’Italia.

Nel 1934 gli viene assegnato il premio Nobel per la letteratura, ma la critica ufficiale accoglie con freddezza il riconoscimento. Dopo aver fatto trapelare un tono aspramente critico nei confronti di D’annunzio, prestigioso intellettuale fascista, nel suo discorso commemorativo su Verga, Pirandello gioca un ultimo dispetto ai “giganti della montagna”: rifiuta il funerale di stato e chiede una celebrazione semplice, recuperando così la sua libertà. Malgrado ciò, a noi resta l’ombra di un atteggiamento ambiguo tra adesione e spirito di critica; questo è il nodo gordiano, che ciascuno di noi può tentare di sciogliere a modo proprio.

Del resto Pirandello è come i suoi personaggi, nudo di fronte all’esistenza, e spetta a noi rivestirlo dei panni che riteniamo più opportuni.

(lc)

Informazioni su Laura Coletta

Laura Coletta
Classe 1988, Caserta. Laureata in lingue e letterature straniere, si sta specializzando in traduzione letteraria. Vive di grandi passioni, caute aspettative e affetti autentici. Può bastare.

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