martedì , 26 settembre 2017
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Phil Dick è quello che resta quando smetti di citarlo

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In questo mese di marzo vengono a convivere due date solo apparentemente casuali. Il 2 marzo del 1982 si spegneva a Santa Ana lo scrittore americano Philip K. Dick. Lo stesso anno e lo stesso mese, appena tredici giorni dopo, il regista canadese David Cronenberg avrebbe compiuto 39 anni. Per sua stessa ammissione PKD ha rappresentato una grande fonte di ispirazione.

Tra Dick e Cronenberg non è sempre corso buon sangue. In una intervista a Fuori Orario con Enrico Ghezzi, il canadese, pur riconoscendo svariati meriti di originalità filosofica all’opera letteraria dell’americano, non esita a definirlo stilisticamente ‘povero’. Non ha tutti i torti. Del resto PKD ha sempre vissuto stretto tra le rigide richieste del mercato editoriale della fantascienza americana, dove i romanzi andavano sfornati con la stessa frequenza delle pagnotte calde e venduti ai palati (mediamente) grossolani dei lettori di tascabili. Niente di male ad essere lettori di tascabili – lo siamo orgogliosamente anche noi – ma alla lunga è inevitabile che a dover scrivere serialmente per campare la qualità ne risenta. Si tratta di tempo, insomma, anche se, nella numerosa produzione dickiana, ci sono diversi romanzi di altissimo livello.

I due, però, sono inevitabilmente correlati, come una specie di cortocircuito della contemporaneità che tra libro e schermo svela il reale. In un articolo pubblicato su Cineforum, n. 420, dicembre 2002, Matteo Bittanti sostiene che “il cinema che ha meglio tradotto Dick è quello che più l’ha tradito”. In altri termini, tutte quelle trasposizioni cinematografiche direttamente tratte dalle opere dell’americano (da Blade Runner a Minority Report fino ad Atto di Forza e Paycheck, solo per citarne alcune), si sono, per certi versi, limitate a recuperare l’aspetto più superficiale del mondo dickiano, dove, invece, altre pellicole hanno interiorizzato il messaggio viaggiando lungo il senso distorto della realtà. Così per quanto potesse non considerarlo letterariamente, Cronenberg finisce per essere uno tra i registi più dickiani. Nella prima parte della sua produzione diventa un’ossessione l’interrogarsi sulle realtà, ma non solo. Ad esempio, Cronenberg è pregno del maestro californiano, anche quando firma un film-delirio sulla telepatia come Scanners (1981). I poteri mentali, com’è noto, sono stati un cruccio portante della narrativa dickiana.

L’esempio più fulgido di amore tra David e Phil è certamente eXistenZ (1999) dove il reale si contorce al punto da divenire indistinguibile dall’irreale e dove i passaggi dall’uno all’altro stadio diventano quotidianità inesplicabile. In ballo c’è la consistenza del mondo, un tema da sempre in discussione nelle opere di Dick che cercò di svincolarsene con la celebre battuta “la realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce”. Ma c’è di più. In questo caso Cronenberg si lascia andare anche a una citazione diretta inserendo in una breve sequenza il marchio Perky Pat, che gli appassionati ricorderanno di certo come titolo di un racconto (I giorni di Perky Pat) che avrebbe costituito la base per lo splendido Le tre stimmate di Palmer Eldritch, tra i lavori più visionari di PKD.

Sarà pur vero che Cronenberg non dedicò mai un film ad un’opera dickiana, come invece avrebbe fatto per tanti altri a partire dal collega di genere James Ballard (Crash, 1996) che invece considerava di alto profilo letterario, ma forse è stato un bene. Il miglior Dick è sempre quello che non si vede, perché resta anche quando smetti di pensarlo. O di citarlo.

(rrb)

Informazioni su Filippo Grasso

Pare che si diverta a leggere, ma, in realtà, passa in rassegna soltanto le quarte di copertina. Adesso che ha svelato il suo segreto vi ucciderà tutti.

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