martedì , 26 settembre 2017
Le news di Asterischi

Personaggio in cerca d’autore: Bernardo Soares

Nome: Bernardo Soares

Padre: Fernando Pessoa

Alter ego (di): Fernando Pessoa

Residenza: «Penso a volte che non uscirò mai da questa mia Rua dos Doradores. Affronto serenamente, senza niente di più di ciò che per l’anima rappresenta un sorriso, il fatto che la mia vita si chiuderà definitivamente in questa Rua dos Doradores. Se avessi il mondo in mano, lo cambierei, ne sono certo, con un biglietto per Rua dos Doradores.»

Professione: «Forse il mio destino è di essere eternamente aiuto contabile, e la poesia e la letteratura una farfalla che, posandosi sul mio capo, mi rende tanto più ridicolo quanto più è grande la sua bellezza.»

Aspetto: «Era un uomo di circa trent’anni, magro, abbastanza alto; esageratamente incurvato quando stava seduto; non del tutto trasandato, sebbene vestisse con una certa trascuratezza. Sul volto pallido  e inespressivo un’aria di sofferenza non aggiungeva interesse, ed era difficile definire quale specie di pena questa aria indicasse.»

Influenza della famiglia: «Non mi ricordo di mia madre. E’ morta che avevo un anno. Tutto ciò che c’è di disperso e duro nella mia sensibilità viene dall’assenza di questo calore e dalla nostalgia inutile dei baci che non ricordo. Forse la nostalgia di non essere figlio ha un grande rilievo nella mia indifferenza sentimentale!»

Percezione di se stesso: «Non mi sono neppure recitato. Sono stato recitato. Sono stato, non l’attore, ma i suoi gesti. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io. So che sono stato errore e sviamento, che non sono mai vissuto.»

Rapporto con ‘l’altro’: «Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com’è che esista altra gente, com’è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza; la quale, proprio perché è coscienza, mi sembra l’unica possibile.                                                                     Credo che nessuno ammetta veramente l’esistenza di un’altra persona. La vita degli altri mi serve solo per vivere nel mio sogno quella che mi sembra si adatti bene a ciascuno di loro.                                                                                             La solitudine mi deprime; la compagnia mi opprime. La presenza di un’altra persona svia i miei pensieri. L’isolamento mi ha conformato a sua immagine e somiglianza. La presenza di un’altra persona mi fa immediatamente rallentare il pensiero.»

Rapporto con ‘gli amici’: «Nessuno sarà mai un mio amico sincero. Per questo tanti mi possono rispettare. Ho un mondo di amici dentro di me, con una vita propria, reale, definita e imperfetta. Alcuni hanno problemi, altri hanno una vita da bohémien, pittoresca e umile. Solo i miei amici spettrali e immaginati, solo le mie conversazioni che si svolgono in sogno hanno una realtà e un giusto rilievo.»

Concezione dell’amore: «Non l’amore, ma i suoi dintorni valgono la pena… La sublimazione dell’amore illumina i suoi fenomeni con maggiore chiarezza della stessa esperienza.                                                                                  Ogni volta che ho amato ho finto di amare, e ho finto con me stesso.»

 

Religiosità e rapporto con Dio: «Sono nato in un’epoca in cui la maggior parte dei giovani aveva perduto la fede in Dio, per la stessa ragione per la quali i loro padri l’avevano avuta – senza sapere perché. Dio è il nostro esistere e questo nostro non essere tutto. [Dov’è Dio, anche se non esiste? Voglio pregare e piangere...]»

 

Percezione della Vita: «Tra la vita e me c’è un vetro sottile. Per quanto io veda più nitidamente e comprenda la vita, non la posso toccare.                Considero la vita una locanda, dove devo fermarmi fino all’arrivo della diligenza dell’abisso. Non so dove mi condurrà, perché non so niente. Potrei considerare questa locanda una prigione, perché in essa sono costretto all’attesa; potrei considerarla un luogo in cui socializzare, perché qui mi ritrovo insieme ad altri. Non sono, però, né impaziente né spontaneamente naturale. Mi siedo alla porta e imbevo i miei occhi e orecchi dei colori e dei suoni del paesaggio, e canto sommessamente, solo per me, vaghe canzoni che compongo nell’attesa.                                                                                                              Io non ho fatto altro che sognare. E’ stato questo, e solo questo, il senso della mia vita. Non ho mai avuto altra vera preoccupazione se non la mia vita interiore.                                                                                                                                       La vita è come se con essa mi picchiassero.»

Idee sulla morte: «Con la morte? No, nemmeno con la morte. Chi vive come me non muore: finisce, appassisce, cessa di vegetare.                              Non ho mai considerato il suicidio come una soluzione perché io odio la vita per l’amore che sento per essa.»

La disillusione: «Analizzando la volontà, l’ho uccisa. Ogni volta che per influenza dei miei sogni i miei propositi sono stati superiori alla media quotidiana della mia vita, sono sempre stato costretto a constatare il mio fallimento. Ho sempre assaporato la sconfitta dei miei vaneggiamenti. Passare dai fantasmi della fede agli spettri della ragione è solamente un cambiare di cella. L’arte, se ci libera dai feticci assenti e astratti, ci libera anche dalle idee generose e dalle preoccupazioni sociali – ugualmente feticci.»

Idea dell’uomo comune, e dell’uomo superiore: «Alcuni intelligenti altri stupidi, sono tutti ugualmente stupidi; alcuni vecchi altri giovani, sono tutti della stessa età; alcuni uomini altre donne, sono tutti dello stesso unico sesso che non esiste. Costoro sono felici perché è stato dato loro il sogno incantato della stupidità. Ma a coloro, come me, che hanno sogni senza illusioni…                                                                                                                            L’unico comportamento degno di un uomo superiore è la persistenza tenace in un’attività che si riconosce inutile, l’abitudine a una disciplina sterile. E’ nobile essere timido, illustre non saper agire, grande non avere attitudine alla vita. Agire è una malattia del pensiero, un cancro dell’immaginazione. Agire è esiliarsi. L’inazione consola di ogni cosa. Non agire ci dà tutto.»

 

Piccola nota su Bernardo da parte di chi lo conosce bene: «Mai nulla lo aveva obbligato a fare qualcosa. Da bambino era vissuto isolato. Non gli era mai capitato di entrare in qualche gruppo. Non aveva mai frequentato un corso. Non aveva mai fatto parte delle masse. Non si era mai dovuto confrontare con le regole dello stato o della società. Si era sottratto persino ai condizionamenti dei suoi istinti. Nessuna cosa lo aveva mai avvicinato ad amici o amanti. Io sono stato l’unico che, in qualche maniera, sia entrato in intimità con lui.»

 

Messaggio estremo di Bernardo all’umanità: «Almeno, possa io portare verso l’immenso possibile dell’abisso di tutto la gloria della mia disillusione come se fosse quella di un grande sogno, lo splendore di non credere come uno stendardo della sconfitta. Porto con me la coscienza della sconfitta come uno stendardo di vittoria.                                                                   Non ci realizziamo mai. Siamo due abissi – un pozzo che fissa il cielo.»

(ct)

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