martedì , 27 giugno 2017
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Octavio Paz, la poesia contro la tirannia nel mondo

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Quando la tirannia più balorda e odiosa è mascherata da libertà, quando manca una politica di comunione, allora entra in gioco l’immaginazione poetica, capace di conciliare l’affermazione e la negazione, gli opposti più estremi. Quell’immaginazione che, per Octavio Paz, funge da ponte di riconciliazione, da laccio di convergenza delle due grandi tradizioni moderne: liberalismo e socialismo. Qui è svelato il marchio della letteratura di Paz: la conciliazione dei contrari. Gloria nazionale e orgoglio di tutta l’America Latina, uomo che fa poesia per passione e letteratura per lavoro, Paz coglie un legame anche fra le voci più lontane, più distinte e apparentemente inconciliabili, che il dialogo è in grado di ricongiungere. È col dialogo immaginario che nelle sue opere, infatti, il poeta si avvicina letterariamente a Pessoa, a Quevedo, Machado e Ortega; dialoga coi dissidenti della fine del secolo, con gli inquisitori coloniali. E sono dialoghi che illuminano una civilizzazione, la sua civilizzazione.

Il Premio Nobel della letteratura nasce in piena Rivoluzione Messicana e dopo un’iniziale adesione alle idee comuniste, ne prende gradualmente le distanze. La vita reale dell’Unione Sovietica è pura disillusione: Paz comprende che il disastro di Stalin e l’ideologia leninista sono strettamente vincolati, indissolubili. Da lì nasce l’esigenza profondamente sentita dal poeta di creare una nuova filosofia politica, che accolga quei concetti di libertà, uguaglianza e fraternità della esemplare Rivoluzione Francese. Bisogna trovare uno spazio per la fratellanza, fra le aspirazioni egualitarie del socialismo e gli obiettivi liberali. Non necessariamente scegliere, dunque, ma fondere, conciliare i contrari. Nella strenua difesa del suo paese e della sua cultura, nel 1951 Paz compila una serie di documenti per la rivista argentina Sur, che rivelano apertamente la sua posizione contraria al sistema sovietico. È il 1968, quando in segno di protesta contro la tristemente famosa e cruenta repressione esercitata dal governo messicano durante una manifestazione studentesca, lascia la carriera diplomatica. Da quel momento, incessante è la sua insensata ma necessaria lotta sociale, perché il massacro di Plaza de las Tres Culturas non può passare inosservato, perché la memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. E il poeta non si arrende, non è vero che la storia è finita, ma vive con nuovi conflitti di ben diversa natura. Spietata è la sua critica alla società moderna, quella società di mercato che è ancora troppo lontana dall’armonia e dalla condivisione.

Eppure Paz non è uno scrittore politico, è un poeta, mai ha preteso di elaborare una teoria della giustizia o un trattato di democrazia. Ha fatto, più semplicemente, della parola la sua arma più incisiva: scrive per difendere la poesia, e questo gli permette di confrontare la politica, e ancor più semplicemente, di difendere la libertà. Vocazione, la sua, dichiarata nitidamente: bisogna «fare, abitare le parole». L’abitante del linguaggio ascolta, contempla il mondo poeticamente e poi lo nomina. E la poesia di Paz non è fantasia: è contemplazione che naviga tra la filosofia e la storia. «Volevo essere un poeta e nient’altro. Nei miei libri di prosa mi sono proposto di servire la poesia, di giustificarla e difenderla, di spiegarla davanti agli altri e a me stesso. Presto ho scoperto che la difesa della poesia, disprezzata nel nostro secolo, era inseparabile dalla difesa della libertà». Il poeta messicano ha vissuto tutti gli avvenimenti trascendenti del suo secolo: dal discredito delle democrazie dopo la prima guerra mondiale fino alla caduta del regime comunista, e la sua attività poetica nasce proprio dalla disperazione di fronte all’impotenza dalla parola. Quella parola che dice ma resta muta, che affoga nell’onnipotenza del silenzio. E chissà che un giorno le parole non assumano significato nuovo, più fraterno e democratico, nonostante tutti i significati, prima o poi, smettano di avere significato.

Laura Coletta

Informazioni su Laura Coletta

Laura Coletta
Classe 1988, Caserta. Laureata in lingue e letterature straniere, si sta specializzando in traduzione letteraria. Vive di grandi passioni, caute aspettative e affetti autentici. Può bastare.

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