domenica , 24 settembre 2017
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Mario Vargas Llosa – Le passerelle e la cucina stanno soppiantando l’arte e la filosofia/1

          (Mario Vargas Llosa)

Pubblichiamo la prima parte della traduzione di un’intervista di Nuria Azancot a Mario Vargas Llosa, pubblicata sulla rivista online El Cultural.es

(puoi trovare l’articolo all’indirizzo http://www.elcultural.es/version_papel/LETRAS/30860/Mario_Vargas_Llosa_Las_pasarelas_y_la_cocina_estan_suplantando_al_arte_y_la_filosofia)

 

Seducente come sempre e come non mai, Mario Vargas Llosa (Arequipa, Perú, 1936) non abbassa la guardia né dimentica la sua gentilezza. Ha voglia di parlare. Di dire, per esempio, che se ha pubblicato questo libro, in cui unisce articoli già apparsi su Prensa a nuove riflessioni, è per quella “crescente sensazione di disagio di fronte ad alcune manifestazioni culturali nell’arte, nella letteratura, nella musica” che gli sembrano “autentiche prese in giro”. Quell’inquietudine è stata il punto di partenza. Lo è stata anche la sensazione “deprimente- insiste- che la cultura si stava trasformando in qualcosa di molto diverso da ciò che era stata, che si stava banalizzando e questo, in un’epoca di sviluppo così straordinario della scienza e della tecnologia, può avere conseguenze che minacciano tutta la società”. E nasce anche dalla certezza che ci sono troppi impostori, troppe truffe, “anche se almeno nella letteratura restano ancora vigenti alcuni valori che permettono di distinguere ciò che è originale e autentico dal puro inganno, dalla truffa dell’impostore”. Tuttavia, afferma, “non credo che il libro sia pessimista, descrive soltanto una fase. Credimi, la storia non è scritta, ma se non c’è una reazione critica, può avere conseguenze negative per la sopravvivenza della cultura democratica”.

Addio alla cultura alta?

Mentre lavora al suo prossimo romanzo, “ambientato nel Perù dei nostri giorni, a Lima e Piura. Lo sto scrivendo da vari mesi e molto probabilmente s’intitolerà L’eroe discreto”, il Nobel confessa che la prima volta che ha avuto quella sensazione di inganno “ fu molti anni fa, mentre visitava la Biennale di Venezia, considerata una vetrina della modernità nel campo della creazione artistica: mi sembrò una specie di circo in cui prevaleva una falsa modernità fatta di gesti, di esibizionismo, di frivolezza. Sembrava la giustificazione del facilismo, dell’impostura”. Eppure il fenomeno, dichiara, è dappertutto. Basta verificare “ l’influenza che ha oggi il gossip, e come ha creato un mondo giornalistico di enorme influenza a furia di indagare nella vita privata delle persone, che è una specie di passione malsana delle grandi masse in cui non sono escluse le supposte élites culturali”.

- E non è catastrofista sostenere che la cultura “ nel senso che tradizionalmente si è dato al termine, sta per scomparire”?
- Dunque, è che ciò che da 50 anni intendiamo per cultura, quasi non esiste più. In un mondo in cui le passerelle di moda o la cucina sono il riferimento centrale della vita culturale e stanno soppiantando l’arte e la filosofia, non si ha la stessa idea di cultura di allora: c’è una frivolezza e un facilismo che ha snaturato il concetto stesso di cultura, e abbiamo perso i valori che la sostenevano: il vero si confonde con le truffe e ci sono, abbiamo subito, troppi impostori.

Un paio di impostori

- Come chi?
- Come Jacques Lacan o Derrida, per esempio, figure che in parte sono mitiche nella critica letteraria e che in parte sono anche vere frodi intellettuali, perché finirono per cadere in un oscurantismo dietro il quale non c’era complessità alcuna né profondità di pensiero, ma solo vuoto, un vuoto distruttore.

 

Contro la banalizzazione

-Parlando di vuoti, se tralasciamo le passerelle di moda, la cucina, e cominciamo dal principio, cos’è per Lei la cultura?
-È qualcosa che definì molto bene Eliot: tutto ciò che rende più vivibile la vita della gente. Questa è stata la grande funzione della cultura, arricchire la vita delle persone, fornire loro dei principi, una sensibilità che permettesse loro di difendersi contro le avversità. Allo stesso tempo, un grande intrattenimento, ma se è solo intrattenimento si banalizza, e questo è il grande fenomeno che viviamo oggi. Anche se, fortunatamente, ci sono eccezioni e grandi creatori originali che fuggono dalla vuotezza e da ciò che è pubblicitario.

- C’è qualche modo di evitare che la letteratura più rappresentativa dei nostri giorni sia, come dichiara, facile e leggera?
- Dunque, credo che dipenda da molti fattori, e che uno dei più importanti sia l’educazione. Vogliamo che ci siano buoni lettori ma bisogna crearli a partire dall’infanzia, nella scuola e nella famiglia. Se gli adulti non leggono o considerano che la letteratura sia una specie di ornamento prescindibile, non nasceranno nuovi lettori nelle generazioni future. E’ fondamentale insegnare a leggere, a preoccuparsi per i sistemi di pensiero che danno una spiegazione a ciò che è la vita. Lo sviluppo puramente materiale e pragmatico lascia un vuoto molto grande ed è molto debole.

 

- Tuttavia, come espone nel suo libro, non c’è mai stata così tanta violenza nelle aule né si è disprezzato così tanto il professore…
- Indubbiamente. Il problema è che il maestro oggi non ha la protezione né il rispetto della società. Foucault considerava che il maestro fosse il rappresentante del sistema oppressore che castrava lo spirito di ribellione delle nuove generazioni e questo è uno sproposito che ha portato ad una svalutazione del professore come figura rispettata da tutti perché era colui che manteneva viva la migliore tradizione culturale, colui che diffondeva la grande letteratura, l’arte essenziale…

 

In La civiltà dello spettacolo, Vargas Llosa commenta casi spaventosi di violenza nelle aule e non risparmia censure alla società che lo permette, eppure le sue maggiori critiche sono dirette agli intellettuali, per lo meno a quelli dell’Occidente, che oggi – spiega- “praticamente non esistono. Solo in paesi in cui è scomparsa la libertà. In molte dittature (Cina, Corea del Nord, Birmania, Cuba) gli scrittori, i pittori, sono coloro che rappresentano la resistenza al sistema. Ma nelle democrazie dove la libertà esiste non hanno né pubblico né funzione. Ed è colpa loro, perché hanno rinunciato alle preoccupazioni civiche ed etiche che prima erano per loro fondamentali”.

 

- Credevamo che la democratizzazione della cultura fosse la soluzione. Cosa ha fallito? Devono forse ritornare le élites?
- La democratizzazione della cultura mi sembra molto giusta; creare le condizioni per cui tutti possano accedere alla cultura è un obbligo di tutta la società democratica, ma allo stesso tempo pensare che la cultura possa arrivare a tutti nella stessa misura è una grande ingenuità. Non tutti hanno la stessa vocazione né lo stesso talento per le attività culturali e tale situazione stabilisce gerarchie. Il problema è che la democratizzazione della cultura ha beneficiato la quantità a scapito della qualità. E non si può uguagliare sacrificando l’eccellenza perché il risultato è la catastrofe attuale.

 

La seconda parte sarà pubblicata il 27 maggio

 

Traduzione di (lc)

 

Informazioni su Laura Coletta

Laura Coletta
Classe 1988, Caserta. Laureata in lingue e letterature straniere, si sta specializzando in traduzione letteraria. Vive di grandi passioni, caute aspettative e affetti autentici. Può bastare.

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