giovedì , 27 aprile 2017
Le news di Asterischi

L’inferno di Descartes

Quando parliamo di ragione o razionalismo pensiamo subito ad una serie di termini, idee o aggettivi, strettamente legati alla visione e alla luce. Diciamo, per esempio: alla luce della ragione; ragione illustre o cristallina; la lucida ragione, etc.; o la relazioniamo con parole quali: chiarezza, bagliore, nitidezza, evidenza, e altre simili. La cosa curiosa, tuttavia, è che l’apoteosi della ragione – o del razionalismo – non si verificò, come ci si potrebbe aspettare, durante le soleggiate ore del giorno, ma una nera e fredda notte d’inverno: la notte del 10 novembre 1619.
Quella notte René Descartes scoprì, secondo le sue stesse parole, “i fondamenti di una scienza ammirevole”: il principio di unità sistematica delle scienze. Nella storia dell’umanità quella notte significò la teoria della relatività, la calcolatrice, l’automobile, la bomba di cobalto, l’era industriale, il materialismo dialettico, la televisione, l’elevazione dei criteri scientifici al rango di verità superiori, etc. In altre parole, quella notte significò la nascita di quello che oggi chiamiamo mondo moderno.
Grazie a quella notte il nostro mondo di oggi è magnifico, siamo i Supersonici. Abbiamo nelle nostre case macchine che fanno per noi le faccende routinarie, macchine a cui parliamo affinché facciano in pochi minuti operazioni complesse che prevederebbero per noi enormi perdite di tempo, macchine che fanno le macchine che usiamo e macchine per fare le macchine che fanno le macchine che usiamo ogni giorno.
Una lettura economica del quadro appena mostrato solleva la domanda da parte della mano d’opera oziosa. Nell’ordine politico, la classificazione dei paesi secondo il maggior accesso alla tecnologia. Nell’aspetto sociale, la distinzione di classi secondo la capacità di consumo di questa tecnologia. Questo ci porta a credere ciecamente in un mondo la cui realtà si esaurisce in categorie scientifiche. Un mondo che per la maggior parte di noi, poveri individui perduti nelle Leggi dei Grandi Numeri, significa – calza a pennello la ridondanza – correre dietro un simbolo chiamato “denaro”, chiave per aprirci le porte del mondo tecnologico. Un mondo alienante di piaceri fugaci, successi repentini e brusche cadute, in cui altro non siamo che mezzi per varare l’ultima versione dell’utilitarismo: la produttività.
Così posta, la questione sembra non avere soluzioni. E non ne ha, considerato che si converte in un circolo vizioso che finisce sempre con l’alienazione dell’individuo. (Questo è quello che non hanno saputo comprendere Marx e i marxisti). Ridurre il mondo a un insieme di fenomeni fisici e chimici è una mera arbitrarietà, un convenzionalismo non meno capriccioso del codice ASCII, o delle norme IRAM.
Considerare che l’unico sapere valido sia quello appreso attraverso le scienze, significa supporre che esiste un sapere possibile. Anche se il sapere non è nient’altro che “potere di convincimento”.
Dichiarata l’insufficienza dell’interpretazione scientifica del mondo, oserei proporre quest’altra, non meno arbitraria. Il mondo è un’opera d’arte, e come tale, ammette solo criteri estetici. Tutta l’arte, secondo Oscar Wilde, è superficie e simbolo. Chi cerca sotto la superficie, chi interpreta il simbolo, lo fa a suo proprio rischio. E si conclude così la prefazione al Ritratto di Dorian Gray: “Possiamo perdonare a un uomo di fare cose utili, sempre e quando non le ammiri. L’unica scusa per fare cose inutili è che le si ammiri intensamente. L’arte è assolutamente inutile”.
Dalla mia condizione di poeta posso quindi affermare l’inutilità del mondo e cambiare le regole del gioco. Dalla mia condizione di artista e a mio rischio posso, validamente,  pensare altre intelligenze possibili nel mondo. Questa, per esempio, secondo quello che è successo quella notte di novembre del 1619. Tutti sanno che le notti sono solite essere amiche dei poeti. Quella, in particolare, René Descartes – probabilmente disperato per la solitudine, terrorizzato per l’insopportabile leggerezza del suo essere- dubitò, dubitò di tutto, finché sentì che lui, che pensava, era qualcosa. Dentro di lui risuonarono queste parole: “Cogito ergo sum”, e Descartes credette che era stato lui a pronunciarle. Credette che questo io pensante era necessario e, proprio per questo, prova inconfutabile della sua esistenza. Credette di avere diritto a dire che sì: Son quel che sono. Non si accorse che lui, che pensava, era un sogno che qualcun altro sognava, un sogno non meno irreale dei sogni dei poeti. “Penso, dunque sono” è quindi una metafora che una musa ingannatrice dettò a Descartes quella notte d’inverno. È una figura poetica che racchiude un’ironia abbinata a quella di quei versi di Borges, che cito a memoria: “Nessuno riduca a lacrima o rimprovero/ questa dichiarazione della maestria/di Dio, che con magnifica ironia,/mi diede insieme i libri e la notte”.
Si è detto che Descartes, come Francis Bacon, fosse arrabbiato con le Belle Arti, le consideva carenti di ogni utilità. In questo ordine di idee non è illecito affermare che, morto, Descartes, fu condannato da Dio all’inferno per il suo peccato di superbia. Il suo supplizio, per l’eternità, è di condividere la sua stanza con Salvador Dalì.

Juan Ignacio Prola

Articolo originale:http://www.palabrasdiversas.com/palabras/clasicos.asp

Traduzione a cura di Asterischi (as)

Informazioni su Agata Sapienza

Agata Sapienza
Dopo studi e peregrinazioni varie non ha ancora capito dove vive, ma legge e traduce sempre e solo dal suo divano.

Un commento

  1. Benvenuta nuova rubrica!!

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