mercoledì , 23 agosto 2017
Le news di Asterischi

L’arte spiegata ai miei figli: Le Corbusier – Anche le case prendono la pertosse

«Ci è stato detto, un giorno, che la casa sul bordo del lago Lemansi fessurava con l’alta marea; le fessure si chiudevano con la bassa marea; Respirazione divertente!»

«Anche le case prendono la pertosse», scrive nel 1923 Le Corbusier nel suo piccolo libro Une Petite Maison (Una piccola casa), descrivendo una casetta che progetterà e farà costruire per i genitori sul lago Leman (Vevey in Svizzera). La cantina del piano interrato è come una scialuppa galleggiante che si alza e si abbassa all’alzarsi e abbassarsi del livello delle acque del lago, cosa che avviene una volta l’anno quando vengono aperte le chiuse del Rodano a Ginevra per permettere ai rivieraschi di fare le riparazioni. Annualmente quindi le case sul bordo del lago si fendono lungo le loro murature. Verrà utilizzato un rivestimento di lastre di lamiera galvanizzata per ricoprire la facciata e nascondere gli inestetismi delle fenditure e a quei tempi che stava nascendo l’aviazione commerciale con le sue carlinghe di alluminio ondulato «la piccola casa si metteva (senza intenzione preconcetta) “alla pari” con i tempi», come dirà Corbu’.

Una scatola rettangolare allungata sul suolo, 16 m. di lunghezza per 4 m. di profondità, per 2.50 m. di altezza. Una “macchina da abitare”, con un tetto a terrazza con 20 centimetri di terra che in autunno si riempie di gerani selvatici e ad aprile si colora di blu di miosotidi. Un vero tetto giardino. L’attore principale della facciata è una lunga finestra orizzontale (11 m.). Dal giardino un panorama mozzafiato fra lago e montagne la fa da padrone. Ma «affinché il paesaggio conti bisogna limitarlo», e sulla base di questa affermazione corbuseriana, il giardino avrà dei muri che in parte limiteranno la vista sul paesaggio per poi svincolarla in alcuni punti scelti con maestria tali da svelare con ancora più forza lo spazio circostante.

«Chi è Le Corbusier, o Corbu?» Mi chiedono i miei figli vedendomi sfogliare questo libricino con dei disegni da fumetto (dicono loro) a tre colori, ciano, rosso e nero.

Modificando ad arte la mia voce, rispondo imitando con un francese dal “sapore parigino”: «Non mi sento un gran ragazzo, mi sento un tipo che tutte le mattine si alza nella pelle di un imbecille che ha la sua giornata intera da riempire per provare a cavarsela». Aprono grande gli occhi e io continuo: «Le Corbusier pseudonimo di Charles-Edouard Jeanneret (1887-1965), svizzero di nascita, francese di adozione, è un architetto, urbanista, pittore, scultore, fotografo. Lui di giornate ne ha riempite, se solo si pensa che dal 1917 (anno in cui dalla Svizzera si stabilisce a Parigi) al 1965 (l’anno della sua morte) rimane sulla ribalta mondiale come uno dei maggiori architetti del secolo. Prima di stabilirsi a Parigi intraprenderà il suo Voyage d’Orient fra Italia, Grecia e Asia Minore, realizzando schizzi delle moschee di Istanbul, di edifici vernacolari greci e turchi, delle case romane di Pompei. A Parigi incontra il pittore Ozenfant. Esordisce quindi come pittore, e nelle sue opere ritrarrà oggetti banali, oggetti di uso comune; dipingerà per il resto della sua vita. Per un lungo periodo (quasi una decina di anni a cavallo con la seconda guerra mondiale), passerà i suoi anni in ritiro sui Pirenei. Di questo periodo sono i dipinti rappresentanti mostri biomorfi denominati Ubus. Pittura e architettura sono una a servizio dell’altra, o piuttosto due modi paralleli per concretizzare le sue idee. Ricca è la sua produzione di arazzi, sculture e murales. Un artista a tutto tondo.

Altra esigenza primaria per Corbu’ è codificare i propri concetti scrivendo. Alcuni articoli pubblicati sulla rivista L’Esprit Nouveau (fondata nel 1920 dallo stesso Le Corbusier e Ozenfant) furono in seguito raccolti in un libro dal titolo Vers une architecture: le forme geometriche pure e precise sono le più adatte all’età della macchina. In alcuni prodotti d’ingegneria avverte la presenza dell’armonia che desidera: sili di grano, fabbriche, navi, aeroplani, automobili. Stabilisce un’equazione tra arte della macchina e classicismo, tra “standard” e “forme tipo”, tra colonne e triglifi nei templi e ruote e fari nelle automobili; poi sintetizzerà i suoi capisaldi architettonici ne I cinque punti dell’ architettura (1926): pilotis, tetto giardino, pianta libera, facciate libere, finestre a nastro; formulerà i principi universali della città tipo ne La Ville Radieuse; pubblicherà Le Modulor nel 1948, ovvero «una gamma di misure armoniose per soddisfare la dimensione umana» come dirà lo stesso Le Corbusier. Come Picasso, nell’arco della sua lunga vita professionale elabora e rielabora concetti base. Negli ultimi anni della sua vita, il “meccanico” entra in una polarità più chiaramente definita con il “naturale” e l’“organico”. Mutano le immagini, la forma, i materiali, facendo presagire un impegno verso le strutture naturali. Objets trouvés, quali conchiglie, ossa, ciottoli, erano il punto di partenza per metamorfosi e corrispondenze segrete, come nota William J.R. Curtis.

«Ma basta con tutte queste citazioni» sbuffano i mie figli «noi preferivamo la casa con la pertosse. C’è forse qualche altro edificio di cui conosci una storia divertente?»

 

(Michele Cavallaro)

 

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