martedì , 12 dicembre 2017
Le news di Asterischi

Le città invisibili – la Sarajevo di Margaret Mazzantini

: « “Cosa sai di Sarajevo?”

Non è dove hanno ucciso l’Arciduca?”

Annuisco, è già qualcosa.

E poi che altro sai?”

Che è scoppiata la Prima guerra mondiale”

E dopo?”

Boh.” »

Luogo: Sarajevo

Esploratrice: Margaret Mazzantini

Oggi, vista dall’alto: «Guardo in basso. Il nero fianco del monte Igman. Non si è mosso, è ancora lì, lungo, orizzontale come un gigante che si è addormentato, come un bisonte colpito, ucciso, su cui poi la natura è esplosa, stagione dopo stagione, selvatica, oscura. Eppure ricordo di averlo visto coperto di fiori (o erano bandiere?), piccole bandiere bianche come gigli che segnavano i percorsi degli atleti olimpionici e salutavano dall’alto chi scendeva su questa valle d’oro, su questa Gerusalemme dell’Est, dove la neve cadeva sulle guglie nere delle chiese ortodosse, sulle cupole di piombo delle moschee, sulle steli sbilenche del vecchio cimitero ebraico.»

Ieri, vista da dentro: «La guerra è dentro questi passi che continuano, questi occhi stanchi che scartano. […] Sarajevo è un grande poligono all’aperto. Una riserva di caccia.»

Storie di guerra di gente ordinaria: «Jovan era stato colpito sul Ponte dell’Unità e della Fratellanza, s’incamminava tranquillo verso i cecchini di Grbavica. Era quello che la gente troppo stanca o troppo orgogliosa come lui faceva. Decideva di morire in piedi. Di camminare verso il proprio sniper come verso un angelo. Velida pianse nella gola, piccoli sorsi di un dolore sterminato, e poi brevi apnee. Così seppelliva cinquant’anni di vita con Jovan.»

Storie di guerra di gente straordinaria: «Mi accorgo del bambino, è la salma successiva. Sembra un bambino blu. Sì, ha quel pallore leggermente celeste dei santi in chiesa. È composto, non ha sangue sul viso, e ha quel genere di capelli che restano sempre in ordine, ruvidi, tagliati corti, come un cappello di pelo… sono così vivi che mi sembra di sentirne l’odore, quello della testa un po’ sudata sotto, di bambino che ha giocato. […] Gli guardo una mano, leggermente schiusa, abbandonata come nel sonno. L’innocenza reclinata umilmente alla morte. Gli guardo le unghie, dove mi sembra si sia fermata l’anima. Sarà l’ultima cosa che vedrò, e la prima che vorrò raggiungere, dopo, quando cercherò le unghie di questo bambino nel volo azzurro delle anime.»

Quel che guerra insegna: «Ora avrei la cura per i potenti del mondo, per gli uomini in giacca e cravatta intorno al tavolo della finta pace. Bisognerebbe posare il bambino blu su quel tavolo. Dovrebbero restare chiusi in quella stanza, senza potersi muovere. Restare. Vedere la morte che fa il suo lavoro metodico, che se lo mangia da dentro. Distribuire panini, sigarette, acqua minerale e lasciarli lì, mentre il bambino si svuota, si decompone fino alle ossa. Per giorni. Per tutti i giorni che ci vogliono. Questo esattamente farei. Cosa c’è dopo un bambino morto? Nulla, credo, solo la replica sorda di noi stessi.»

Quel che guerra spera: «Se ce la faranno ad attraversare le garitte militari dei check-point andranno a ingrossare il gregge già numeroso dei profughi, delle persone in transito, con il foglio del permesso di soggiorno temporaneo nel passaporto blu con i gigli dorati della neonata e già defunta Bosnia. Raggiungeranno i centri d’accoglienza, faranno lavori umili, saranno guardati con sospetto dai cittadini delle nazioni dove potranno vivere, ma mai più essere sé stessi. È questa la nuova vita.»

L’odore del “dopo” …: «Sento Sarajevo, l’odore dell’ortica, delle scarpe che bruciano, della gente in fila per morire.»

e… Il viaggio a ritroso: «Sarajevo, la città che si ricomponeva come in un film che va indietro, le rovine si sollevavano, i vetri rotti tornavano a formare vetri intatti, finestre, vetrate di negozi. Le serrande della Baš?aršija si riaprirono, gli archi della Biblioteca Nazionale tornarono a sollevarsi verso il cielo, tornò la ragazza che portava i libri in quelle stanze ordinate. Tornò il lamento del muezzin dei minareti intatti. Tornò l’estate e poi la neve, i caminetti accesi, la parata per Tito, le majorette con i vestitini color turchese, tornò quel rifugio a Jahorina.»

(db)

Informazioni su Debora Borgognoni

Debora Borgognoni
Nasce a Pavia nel 1980. Dopo il diploma in Lingue Europee, studia fotografia professionale alla John Kaverdash School Academy di Milano e nel frattempo pubblica per Albatros il suo libro d’esordio “Caro diario…”

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