martedì , 12 dicembre 2017
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L’arte spiegata ai miei figli – Diego Rivera

“Papà, qualche settimana fa avevi promesso di parlarci del marito di Frida Kahlo, un tipo conosciuto in Messico per i suoi Murales”. “Avete ragione, ragazzi. Ma non era conosciuto solo in Messico. Aveva dipinto dei murales anche negli Stati Uniti. Bisogna vedere, andare sul luogo e vedere. Non si tratta di piccole tele, e una fotografia anche di buona qualità non può rendere l’idea. No. Qui si tratta di spazi enormi. Ricordate il movimento muralista della Scuola messicana? Bene. I muri degli edifici pubblici dovevano raccontare la storia del Messico. Quindi bisogna andare. Città del Messico arriviamo.

Prima tappa, Museo Diego Rivera-Anahuacalli.

Il desiderio di Frida e Diego era di trasformare la Casa Blu  in un museo. La Casa Blu è oggi il Museo Frida Kahlo. Ma dopo la morte della moglie, e durante gli ultimi anni della sua vita, Rivera progetta e farà costruire con l’aiuto di Dolores Olmedo (donna d’affari messicana, filantropa, musicista e soprattutto grande amica di Rivera) un edificio con le pietre del vulcano Xilite. Sembra un teocalli, “una casa di energie”, costruzione concepita come una città delle Arti, per l’architettura, la musica, il teatro, la danza e l’artigianato dove sono conservate diverse opere di Rivera e la  sua collezione di oggetti d’arte preispanica che aveva raccolto lungo tutta una vita.

Diego Rivera, un omone alto un metro e ottanta per quasi 150 chili di peso nasce nel 1886 a Guanajuato, città dell’omonimo stato del Messico.

Il padre è un chimico e un insegnante rurale nel distretto delle miniere di Guanajuato. Diego trascorre la sua primissima infanzia  fra i minatori e la gente locale. La famiglia si  sposta a Città del Messico, e Diego nel frattempo, all’età di tredici anni, per le sue particolari doti, entra all’ Accademia “San Carlos”. Fra i suoi insegnanti  apprezzerà  uno in modo particolare, José María Velasco, noto paesaggista. Nel 1902 lascia la scuola e inizia a lavorare in proprio. Ancora giovanissimo, la sua prima esposizione gli varrà una borsa di studio dal governatore di Veracruz che gli permetterà di andare a studiare  a Madrid. Entra i contatto con il realismo spagnolo grazie alla frequentazione dell’atelier del pittore spagnolo Chicharro. Trascorrerà quattordici anni in Europa, fra Spagna e Francia. Dal 1919 al 1921 studia in Italia l’arte classica rinascimentale e medievale, prestando una particolare attenzione al sistema compositivo degli affreschi delle differenti epoche.

Ragazzi, questa mattina tutti all’Auditorium della Scuola Nazionale Preparatoria ( Anfiteatro Simón Bolívar) dove prima dell’incidente con il tram, Frida Kahlo studiava per prepararsi per entrare alla facoltà di medicina. La Creazione, opera eseguita fra il 1923-28 con la tecnica dell’encausto (colori sciolti in cera liquida e successivamente fissati a caldo sull’intonaco, mediante strumenti appositi, chiamati cauteri ) è un allegoria della formazione della razza messicana. Al centro l’uomo sorge dall’albero della vita, braccia levate e palmi aperti, a destra un gruppo rappresentante la Conoscenza e la Favola, e a sinistra un altro gruppo,  la Musica e la Danza, ovvero le attività artistiche e intellettuali degli essere umani. Lo stesso Rivera dirà di avere studiato a lungo gli affreschi del rinascimento italiano, i cicli di Giotto per la realizzazione di questa sua prima opera.

Pantagruelico, erculeo, eccessivo, ambiguo, eclettico sono solo alcuni aggettivi che contraddistinguono il suo mito.

Andiamo a vedere la scalinata centrale del Palazzo Nazionale. È un enorme composizione iniziata nel 1935 e ultimata fra il 1947-48 con soggetto la storia del Messico. “Salendo per le scale, ho l’impressione di camminare con gli occhi” mi dice uno dei mei figli. È proprio questa l’impressione che voleva dare Rivera allo spettatore. Abbiamo una percezione dinamica dello spazio. Sembra di essere davanti a dei fotogrammi. Le scene sono dipinte come tanti fotogrammi e se solo si trovasse il modo di farli scorrere ad una certa velocità avremmo l’illusione del movimento. Ci sistemiamo alla fine della scala principale del patio centrale, appoggiati sulla ringhiera, siamo al terzo piano e alle nostre spalle guardando sotto si vede il cortile centrale con la fontana. Allora ragazzi, guardate di fronte e lasciate il cortile alle vostre spalle. A destra il Messico preispanico. “Ma il sole è al contrario” mi interrompono curiosi. “Ebbene si” rispondo “Rappresenta la decadenza della civiltà dei Toltechi. Guardate a sinistra, un altro sole, un sole nascente accanto ad un Karl Marx che, con il Capitale sotto la mano sinistra, con l’indice della mano destra indica la direzione verso cui il paese deve andare. Ricordiamoci che Rivera, iscritto al partito comunista fece parte del gruppo di fondatori del sindacato dei pittori, scultori ed incisori rivoluzionari. I suoi ideali socialisti, la sua militanza e influenza politica, (nel 1936 Rivera appoggiò la richiesta di asilo in Messico di Leon Trotsky che fu concessa l’anno seguente) e la sua filosofia politica, le persone semplici collocate in un contesto politico, lo scontro perenne fra due realtà in lotta, insomma in soldoni la concezione marxista della storia, tutto questo,  era la sostanza delle sue opere. Guardate. Difronte a noi, la storia del Messico che si libera dalle dominazione europee e poi la guerra civile del 1910. La grande aquila al centro è il simbolo del paese, fateci caso, l’aquila è presente anche sulla bandiera nazionale messicana.

Ragazzi, siamo atterrati. “Papà, accendi la luce”. Accendo la luce, “smonta il proiettore”, smonto il proiettore, “e non dimenticare di scollegare l’home Theater”, sto già per scollegarlo, e voi, please,  risistemate le poltrone nella stanza accanto.

Quando tutto sembrava concluso una vocina: “papà ma come fa un pittore a disegnare sempre e solo murales e nemmeno una piccola tela, e poi ci hai parlato solo di due murales e nemmeno di uno degli Stati Uniti?” “Mhmmm” rispondo.

 

(MI)

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