domenica , 25 giugno 2017
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L’arte spiegata ai miei amici: i ponti di Pablo Neruda

Possono, i poeti, smettere di parlare di poesia? Forse no. Semplicemente la modellano e ci giocano per abbracciare altri argomenti, per scendere dalla loro nuvola sulla terra. Pablo Neruda, che nel corso della sua vita di terre ne vide davvero tante, fissò la sua attenzione sui ponti, architetture amate dal padre che si ripropongono in ogni suo viaggio in paesi stranieri e non.

Partendo dal suo ponte, quello cileno del Malleco, verso la Cina, poi Praga per tornare infine in Uruguay, per un insieme di riflessioni artistiche, storiche e affettive.

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«Ho sempre amato i ponti. Mio padre, ferroviere, mi ha ispirato un grande amore verso di loro. Non li chiamava mai ponti. Sarebbe stato come profanarli. Li chiamava opere d’arte, nome che non concedeva alle pitture, né alle sculture, né tantomeno alle mie poesie. Solo ai ponti. Mio padre mi portò tante volte a contemplare il meraviglioso viadotto del Malleco, nel sud del Cile. Fino a quel momento avevo pensato che il ponte più bello del mondo fosse quello, teso tra il verde australe delle montagne, alto e slanciato e puro, come un violino di ferro con le corde tese, pronte a essere suonate dal vento di Collipulli.

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L’immenso ponte che attraversa il fiume Yang-tse è un’altra cosa. È l’opera più grandiosa dell’ingegneria cinese, realizzata con la partecipazione di ingegneri sovietici. Ed è, inoltre, la fine di una lotta secolare. La città di Chung King era divisa da secoli dal fiume, una non-comunicazione che racchiudeva arretratezza, lentezza e isolamento. L’entusiasmo degli amici cinesi che mi mostrano il ponte è eccessivo per le mie gambe. Mi fanno salire torri e scendere negli abissi, per osservare l’acqua che scorre da migliaia di anni, attraversata oggi da quest’armamento chilometrico. Da queste rotaie passerà il treno; queste corsie saranno per i ciclisti; quest’enorme strada sarà destinata ai pedoni. Mi sento sopraffatto da tanta grandezza».

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Questo è quello che scrive nel suo libro di memorie “Confesso di aver vissuto”. E continua poi con una poesia, inserita nella raccolta “L’uva e il vento”.

 

I PONTI

Nuovi ponti di Praga, siete nati
nella vecchia città, rosa e cenere,
perché l’uomo nuovo
attraversasse il fiume.
Mille anni hanno speso gli occhi
degli dei di pietra
che dal vecchio Ponte Carlo
hanno visto andare e venire e non tornare
le vecchie vite,
da Malá Strana i piedi che verso la Moravia,
si sono diretti, i pesanti
piedi del tempo, i piedi del vecchio continente ebreo
sotto venti strati di polvere e tempo
passavano e ballavano sul ponte,
mentre le acque color fumo
correvano dal passato, verso la pietra.

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 Moldava, a poco a poco ti facevi statua,
statua grigia di un fiume che moriva
con la sua vecchia corona di ferro sulla fronte,
ma d’improvviso il vento
della storia scuote
i tuoi piedi e le tue ginocchia,
e canti, fiume, e balli, e cammini
con una nuova vita.
Le fabbriche lavorano in un altro modo.
Il ritratto dimenticato
del paese alla finestra
sorride salutando,
e ci sono qui adesso
i nuovi ponti:
la chiarezza li riempie,
la sua rettitudine invita
e dice: “Popolo, avanti,
verso tutti gli anni a venire,
verso tutti i campi di grano,
verso il tesoro nero della mina
che si dividono tutti gli uomini”.

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E passa il fiume
sotto i nuovi ponti
cantando con la storia
parole pure
che riempiranno la terra.

Non attraversano piedi invasori
i nuovi ponti, né i crudeli carri
dell’odio e della guerra:
sono piedi piccoli di bambini, fermi
passi d’operaio.
Sui nuovi ponti
passi, oh primavera,
col tuo cesto di pane e il tuo vestito fresco,
mentre l’uomo, l’acqua, il vento
si svegliano cantando.

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Ma quella dei ponti sembra essere una vera e propria ossessione. Torniamo in Uruguay, al famoso ponte ondulato che attraversa il Maldonado, al quale dedica un’altra poesia. Questa volta si definisce poeta dei ponti e insiste sul motivo che lo spinge a rivolgersi proprio a queste opere architettoniche.

AL PONTE CURVO DELLA BARRA

Tra l’acqua e l’aria brilla
il ponte curvo,
tra il verde e l’azzurro le curve
di cemento, due seni e due cave,
con il nudo corpo
di una donna o di una fortezza
sostenuta da lettere di cemento
che scrive nelle pagine del fiume.

 Tra l’umanità delle coste
oggi ondula la forza delle linee
la flessibilità della durezza,
obbedendo impeccabile
ai severi materiali.

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Per questo, io, poeta
dei ponti,
cantore delle costruzioni,
con orgoglio celebro
l’atrio
del Maldonado, aperto
al passaggio passeggero,
all’unità errante della vita,
lo canto
perché non unisce una piramide
di ossidiana insanguinata,
né unisce una vuota cupola senza dei,
né un monumento inutile al guerriero
si è accumulato sulla luce del fiume
ma questo ponte fa onore all’acqua,
perché l’ondulazione della sua grandezza
unisce due solitudini separate
e non pretende essere altro che cammino.

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Traduzioni a cura di Agata Sapienza

Informazioni su Agata Sapienza

Agata Sapienza
Dopo studi e peregrinazioni varie non ha ancora capito dove vive, ma legge e traduce sempre e solo dal suo divano.

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