martedì , 27 giugno 2017
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L’arte spiegata ai miei amici: Esposizione Universale di Barcellona 1929, padiglione tedesco di Mies van der Rohe

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Sin dal 1905 si inizia a parlare di Barcellona come sede dell’Esposizione Universale; l’anno scelto era il 1917 e la manifestazione doveva rappresentare la celebrazione dell’energia elettrica.

Sono gli anni del movimento artistico noto come art nouveau in Francia e in Gran Bretagna, liberty o floreale in Italia, secessionismo in Austria, jugendstil in Germania. In Spagna viene denominato modernismo ed in particolare a Barcellona ha una caratterizzazione particolare che dà vita al modernismo catalano.

Nel 1913 viene costituito un comitato per l’organizzazione dell’evento con i rappresentanti più importanti dell’architettura catalana. Tra tutti, i più attivi sono Luis Domenech e Joseph Cadafalch (Antoni Gaudí  viene escluso o si escluse personalmente  per dedicarsi completamente alla realizzazione della Sagrada Familia). Come sempre la fase di studio non fu facile, la zona dell’impianto fu cambiata più volte fino alla destinazione finale di Montjuic e lo sviluppo delle aree passò da 26 a 110 ettari. Lo scoppio della Grande Guerra pose fine a tutti i progetti e la manifestazione fu rimandata.

Alla fine della guerra i lavori vennero ripresi e completati nel 1923 ma la fase politica incerta (dittatura di Primo de Rivera) ne rimandò l’apertura al 1929. Naturalmente il tema originario dell’energia elettrica venne abbandonato e l’esposizione dovette subire anche la concorrenza dell’esposizione iberoamericana di Siviglia.

Alla fine del mese di ottobre, 5 mesi dopo l’inaugurazione, il crollo di Wall Street diede un colpo mortale all’economia e alla finanza mondiale, iniziò la grande depressione, l’esposizione chiuse con un disavanzo di 180 milioni di pesetas, quasi quanto era costata la realizzazione dell’intera manifestazione, e nell’anno successivo alcuni edifici e padiglioni dell’esposizione furono distrutti. Tra questi il padiglione tedesco di Ludwig Mies van der Rohe, l’opera più moderna ed innovativa dell’intera esposizione che doveva rappresentare la nuova Germania, democratica, culturalmente all’avanguardia, prospera e pacifista.

La maggior parte degli edifici dell’esposizione erano ispirati al modernismo e al classicismo (Piero Portaluppi aveva progettato il padiglione italiano) mentre il padiglione tedesco rompeva tutti gli schemi. Mies van der Rohe imponeva un nuovo linguaggio architettonico: spazi fluenti, pianta libera, sottili pilastri cruciformi in acciaio, ampie vetrate, copertura piatta come sospesa, onice, travertino, marmo verde, usati come materiali costruttivi e allo stesso momento decorativi, arredo essenziale (le poltrone che dopo 100 anni fanno ancora parte della produzione  Knoll, sono l’esempio più significativo del termine design). Alcuni critici del tempo parlarono di architettura cubista, altri di spazio metafisico.

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Finalmente negli anni ottanta Oriol Bohigas, diventa il coordinatore unico dei vari progetti urbanistici e architettonici dell’Olimpiade del 1992 e ha l’intuizione di ricostruire il padiglione di Mies. Giovani architetti spagnoli, sulla base delle fotografie dell’epoca e di alcuni disegni (quelli originali andarono perduti nella fuga in America per sfuggire al regime di Hitler), tra il 1983 ed il 1989 completano l’opera.

Ultima considerazione: Mies van der Rhoe aveva previsto una statua sdraiata dello scultore Wilhem Lehnbruck  al posto di quella di Georg Kolbe (per alcuni dermorgen il mattino, per altri amanecer l’alba) che si trova tutt’ora nella zona piscina; il progetto prevedeva altresì un’aquila reale, simbolo della Germania, sulla grande parete di onice. Grazie a un compromesso-mediazione tra Mies e un dirigente dell’industria chimica Hochst, Georg Schnitzler, che aveva finanziato ed organizzato l’intera delegazione tedesca a Barcellona, l’aquila fu abbandonata e fu scelta la statua eretta di Kolbe. Mai scelta fu più felice…

 

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Informazioni su Mario Caruso

Mario Caruso
Mario Caruso ha scoperto al primo appello della prima elementare (siamo nel lontano anno 1948) di chiamarsi Mariano. Ha iniziato a fotografare con una Brownie Kodak, ha sempre fatto diapositive e dopo una iniziale riluttanza si è convertito al digitale. Tutte le foto che scatta vengono "controllate" sempre e soltanto alla fine di un viaggio, mai subito dopo lo scatto. Fotografia, architettura, musica e viaggi sono la sua passione. Segni particolari: quando fotografa chiude l’occhio destro. Sono napoletano e tifo Napoli...

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