martedì , 26 settembre 2017
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La Versione di Asterischi – Rebus di Andrea Corona

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Rebus, romanzo breve dello scrittore Andrea Corona (Milena Edizioni, 2014), mutua il titolo dal popolare gioco enigmistico a base di simboli (figure disegnate, lettere alfabetiche) che, sul presupposto che vi sia un contenuto nascosto nei simboli e/o nelle loro relazioni, consiste nell’attingere il contenuto stesso (cioè scoprire la frase risolutiva) attraverso la scoperta del significato dei simboli e/o della particolare correlazione (anche formale) dei simboli fra loro.

Rebus è, come ogni romanzo, un viaggio mentale dentro il mondo creato dall’autore. Ed è, in piena consonanza con il proprio titolo, un viaggio enigmatico e, come tale, ha la sua stessa ragion d’essere nella ricerca della soluzione. Tale ricerca immette il lettore in un percorso che si dipana fra le atmosfere inquietanti di Kafka e le suggestioni labirintiche di Borges.

Rebus è un’opera breve ma intensa, e ne risultano plausibili (e proficui) almeno tre piani di lettura: il piano narrativo tout court, quello psicanalitico e quello filosofico.

Sul piano narrativo, Rebus è un’opera scritta in uno stile asciutto, serrato, al tempo presente e ricca di immagini. Insomma, uno stile dinamico, forte, da screen play cinematografico. Racconta una storia criptica, con fatti e situazioni nascosti sotto altri fatti e situazioni a loro volta rinchiusi dentro ulteriori fatti e situazioni. E sogni (?) dentro sogni (?) che vengono sognati nella (fase onirica della) realtà (o che tale appare). E varie pluralità di personaggi che forse alla fine sono, ciascuna, un solo e medesimo soggetto. E un mondo che è molti mondi, dove gli episodi (amore, sesso, omicidi, sogni artificiali, fughe, ritorni) disegnano  un accattivante rompicapo che sfida il lettore ad ogni pagina e ne aggancia l’attenzione fino all’ultima riga.

Sul piano psicanalitico, i personaggi principali, confusi e disarmati di fronte alla imperscrutabilità enigmatica dell’esistenza e in particolar modo di fronte al dilemma su unicità o pluralità dell’esistenza di ciascuno, percepiscono la propria condizione come malattia. Alma, ad esempio, addirittura vuole essere (o obbliga se stessa a pensare di essere) malata e, al dottore che cerca di tranquillizzarla dicendole che lei non è affatto malata, risponde «no, dottore, si sbaglia. Io sono molto malata». E poiché il dottore non si acquieta e, con scrupolo professionale, le chiede perché «ci tiene ad essere malata», Alma dà questa (s)confortante spiegazione: «perché, se non fossi malata, vorrebbe dire che tutto quello che accade è vero». Quindi, malattia come salvezza e fuga dalla realtà, perché la realtà dà dolore, inquietudine. Mentre Alma mente consapevolmente a se stessa, la figura principale del romanzo – che assume nome e vesti di Giona, Amos, Abacuc, Baruch, Andrea – rifiuta la realtà non perché essa lo faccia soffrire ma perché lui non la riconosce, e anzi nega recisamente che essa sia veramente la realtà. Così vediamo che Giona, mentre (nelle prime pagine) vive una situazione da incubo, ritrovandosi arrestato e condannato, si sente dire dal Re (un personaggio provvisorio) le seguenti dolorose e crude parole: «Possibile che un uomo della tua età e del tuo livello di istruzione, non si sia ancora reso conto di come stanno le cose?». E per tutta risposta Giona si barrica in una posizione di ancor più radicale rifiuto e ribellione, replicando con rabbia: «Io mi ribello [...] Non accetto questo stato di cose.» A questo punto il Re ha buon gioco a diagnosticargli il suo male: «Tu non ti sai adattare [...] Non vuoi prendere coscienza dell’inconfutabilità di tutto ciò che esiste [...] Non vuoi riconoscere la validità dell’ordine delle cose.» Siamo in presenza di un evidente disturbo dissociativo, rifiutandosi una realtà (che poi è la realtà) che viene vissuta, anche se il soggetto non lo riconosce, come minacciosa.

Sul piano filosofico, in Rebus troviamo il maestoso del tema leibniziano dei mondi possibili nonché spiragli affacciati sulle suggestive problematiche dell’Essere, del Non Essere e della Necessità. Il susseguirsi di situazioni (e personaggi) che sembrano crearsi (e muoversi) in mondi paralleli richiama atmosfere che si ritrovano in Jorge Luis Borges, ad esempio nel racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano, dove abbiamo un Universo nel quale vi sono linee temporali che presentano piccole modifiche. Accade così che, nello stesso Universo, mentre in questa linea temporale io scrivo la presente recensione al romanzo Rebus di Andrea Corona edito da Milena Edizioni, esistono altre linee temporali nelle quali, invariato tutto il resto, io e Andrea Corona non esistiamo, oppure esiste solo Corona e non ha  pubblicato Rebus con Milena Edizioni, e così via. Ma forse ancor più netta è, come vedremo subito, l’assonanza di questi passaggi in Rebus con il pensiero creativo del filosofo statunitense David Lewis, che, muovendo dall’idea leibniziana dei mondi possibili, ipotizza (nel saggio On the plurality of Worlds, 1986) la sussistenza concreta di molteplici mondi, in vari gradi simili fra loro (alcuni fino ad essere quasi uguali), dove avrebbero luogo fatti, azioni, eventi assimilabili e comparabili fra loro fino a poter risultare, in alcuni mondi e in qualche caso, quasi identici a quelli sussistenti in altri mondi. Nel capitolo IV di On the plurality of Worlds, Lewis raffina la sua ipotesi, elaborando la Teoria delle controparti, secondo la quale ogni oggetto attuale esiste solo nel mondo attuale e non esiste in nessun altro mondo non attuale. Tuttavia ogni oggetto attuale ha controparti in ciascuno degli infiniti mondi possibili; controparti che non sono identiche all’oggetto attuale ma lo rispecchiano in caratteristiche fondamentali (resemble it in important respects). Troviamo limpida traccia di assonanza con tutto ciò nelle ultime pagine di  Rebus, laddove il personaggio Alma parla di quella che chiama l’Altra Parte, che è un mondo parallelo e compresente a questo, dove tutte le cose di questo mondo hanno le loro controparti, il loro doppio –  e Alma cita, e racconta di averli anche incontrati, sua madre e suo padre – che sono quasi uguali alle parti di questo mondo, pur non essendo del tutto identiche poiché presentando alcune differenze: così, il doppio del padre di Alma ha, invece del sorriso, una smorfia grottesca, e il doppio della madre ha occhi che parevano di porcellana e la sua voce sembrava uscire dall’oltretomba.

Quanto a Essere e Necessità, ad un certo punto il personaggio provvisorio del Re attesta perentoriamente «Tutto ciò che esiste è necessario, e tutto ciò che è necessario deve per forza esistere», così richiamando il pensiero di Parmenide: «L’essere è e non può non essere, il  non essere non è e non può essere.» Sulla necessità di ciò che esiste, e considerato che il brillante pensiero filosofico di cui sopra il Re l’ha rivolto a Giona che a quel punto si trova (nella realtà o in sogno?, e se in sogno, in un sogno proprio o sognato da altri?) nella condizione di prigioniero e condannato ai lavori forzati a vita, mette conto richiamare Kafka che, ne Il processo, capitolo 9, mette in bocca al sacerdote, venuto a confortare K. oramai condannato a morte e prossimo alla esecuzione capitale, il seguente principio su Verità e Necessità: «Non bisogna credere che tutto è vero, bisogna credere che tutto è necessario.» La replica del condannato K. è uno sferzante commento critico: «Un’opinione desolante. Della menzogna si fa ordinamento del mondo.» Invece in Rebus, pur nel medesimo clima kafkiano e di fronte all’enunciazione di un simile (ma forse ancor più semplice e limpido) principio, la reazione del condannato Giona si sostanzia in un drastico rigetto –  «Io mi ribello [...] Non accetto questo stato di cose» – che, per essere privo di qualsiasi argomentazione a sostegno, suona un ottuso, abnorme, illogico, patologico rifiuto di riconoscere quella che è una verità evidente, una vera tautologia:  tutto ciò che è necessario deve per forza esistere. Vale a dire: tutto ciò che è necessario che esista, necessariamente esiste.

Tuttavia non dobbiamo essere eccessivamente severi con Giona (né con gli altri personaggi a vario titolo, anche di identificazione, a lui connessi). È difficile per Giona comprendere come stanno le cose. È il problema dei problemi. Che cosa c’è? Cos’è quello che c’è? Sono domande che da millenni non cessano di venir formulate, per l’ottima ragione che non è mai venuta meno la necessità di formularle. Nel saggio On what there is (1948), il filosofo americano Willard Quine sostiene che, alla domanda «Che cosa c’è?», la risposta dei più sarà: «Tutto», e che così avremo messo tutti d’accordo perché tutti troveranno ragionevole la risposta. E tuttavia avremo solamente e banalmente detto che «C’è quello che c’è.» In Rebus, il protagonista sente fortemente che c’è quello che c’è, e (con crescente ansia da timore dell’ignoto attuale o prossimo futuro) che accade quello che accade. Ma non se ne acquieta.

La sua angoscia è data dal non sapere cosa sia quello che accade (a lui, ma anche al mondo circostante). Giona è circondato da tanti elementi che lo confondono, specialmente le cose che sembrano vivere di vita propria: il fascicolo che contiene versi, e poi invece «nient’altro che dati anagrafici e vari recapiti», il vestito «fintamente ingenuo, ma in modo provocante, di un turchese intenso, pieno di sbuffi vaporosi, ma molto aderente» che Giona immagina e che si materializza misteriosamente nell’armadio di Glenda. E poi il pensiero che crea interi pezzi di realtà: la sala da ballo che subisce una «inaudita metamorfosi», con la sparizione dell’orchestra, dei tavoli, della gente che ballava e Giona, che poco prima ha preso a pugni due gemelli, confuso e smarrito si ritrova ai piedi di una specie di trono dove un sta seduto un Re che lo accusa: «Possibile che un uomo della tua età e del tuo livello di istruzione, non si sia ancora reso conto di come stanno le cose?»

Quando figure che sembrano saperla lunga su come stanno le cose dicono al protagonista: «l’esperienza da lei vissuta stanotte è stata, in tutto e per tutto, assolutamente reale, ma nello stesso tempo è stata anche un’illusione, un sogno» oppure gli attestano esplicitamente l’ingannevolezza di sogni – «Mai credere nei sogni [...] i sogni mostrano il pari come il dispari e il sotto come sopra [...] i sogni sono bugiardi» – è difficile che poi si possa pretendere da Giona raziocinio e freddezza, visione delle cose e saldezza nelle opinioni.

Senza contare che ad un certo punto, in una certa frazione della vita del protagonista,  qualcuno grida «Stooop!», asserendo che l’attore ha guardato in camera e dunque la scena è da rifare, ed inducendo così il protagonista (del romanzo) ad accorgersi (o pensare) di essere il protagonista di un film, e così di essersi reso (in realtà o in sogno, e sogno suo o sogno di qualcun altro?) responsabile di quell’errore mentre è sul set cinematografico di un film da lui interpretato. Senza contare che, mentre sa di essere Giona, lo chiamano Amos, e che apprende di essere (?) anche Andrea, e poi è (?) anche Abacuc e, essendo Abacuc pure Baruch, egli è (?)ovviamente anche Baruch, e siccome Baruch ad un certo punto è (?) l’attore di teatro che interpreta il personaggio di nome Amos nell’atto unico intitolato Rebus, allora egli è (?) anche Amos-personaggio dell’atto unico Rebus. Ma il testo teatrale intitolato Rebus produce effetti sul mondo reale, e dunque è davvero un’opera teatrale o non piuttosto la narrazione, in forma di scrittura teatrale intitolata Rebus, di una porzione di mondo? E di quale degli infiniti, incommensurabili mondi possibili? Si comprende facilmente che la consapevolezza di sé del protagonista è (e non potrebbe non essere) messa a dura prova da tali molteplici e insidiosi fattori perturbativi.

Il sogno è uno dei cardini strutturali di questo romanzo. In qualche frangente, il protagonista è come di fronte ad un déjà vu, o perché avverte la sensazione di star rivivendo una esperienza effettivamente vissuta nel passato o perché comunque si trova di fronte a qualcosa che gli è talmente familiare da averla quantomeno vividamente vissuta in un sogno. In Rebus troviamo sogni propri e sogni sognati da terzi e nei quali il protagonista si trova ad agire, ed anche sogni indotti, procurati da un apposito macchinario – una specie di casco chiamato ipnovisore – che, a scelta, trasporta chi lo indossa all’interno di sogni semplici, complicati, avventurosi, erotici. E incubi.

Il finale in forma di opera teatrale, intitolata Rebus, non indica che il romanzo Rebus sia stato fin lì l’esposizione in prosa di una vicenda teatrale, di un realtà recitata cioè falsa. Tutt’altro. È l’estrema chance che il protagonista (che è uno e molti) dà a se stesso per cercare di spiegare il mistero dell’esistenza del mondo e della propria. E tale chance viene giocata anche a mezzo di una apparente reductio degli infiniti possibili a due soltanto: il mondo attuale e l’Altra Parte (nella quale ciascuno ha il suo doppio). La duplicità del mondo è all’interno di una rappresentazione teatrale e la rappresentazione è interpretata da personaggi che sono stati (sono tutt’ora?) sogno (e sognatori) di se stessi e/o forse anche di altri soggetti, venendosi così a creare una misteriosa circolarità che fa si che il rebus, nel momento stesso in cui credi di averlo brillantemente risolto, ti pone una semplice domanda: ne sei proprio sicuro?

Informazioni su Pasquale De Luca

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