martedì , 27 giugno 2017
Le news di Asterischi

La Versione di Asterischi – Perché la ‘ndrangheta? di Alessandro Tarsia

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La scorsa settimana mi è capitato tra le mani Perché la ‘ndrangheta, un breve pamphlet di Alessandro Tarsia, appena pubblicato dalla Pungitopo – una casa editrice dal nome, in questo caso, ben azzeccato.

Il libro di Tarsia, in effetti, infastidisce. Un fastidio appunto pungente, acuto, che prende qua e là. È uno di quei testi confezionati apposta, mirato, per bruciacchiare l’orgoglio di tutto e tutti. E il bello (o il brutto?) è che la Calabria non se lo merita, e insieme se lo merita eccome.

Perché è chiaro, infatti, che ci siano tante Calabrie. Estremizzando il concetto di individualismo di cui parla Tarsia, si potrebbe arrivare a dire che esistono tante Calabrie per quanti sono i calabresi – o le loro famiglie– ma questo è un punto di vista che rischia di impoverire quello che, a mio avviso, è il messaggio principale del libro. Il fatto è che l’autore, descrivendo punto per punto i difetti, gli squallori e le codardie degli abitanti della nostra strana regione, ci martella con il soggetto che tutto comprende, tutto assomma in sé su questa terra devastata da uomini e cemento: “i calabresi”. I calabresi, primitivi e rozzi tutti allo stesso modo, sono protagonisti di una storia fatta di menefreghismo, inquinamento, e generale disumanità. Ogni cittadino di ogni paese – anche il più piccolo e dimenticato ammasso di case – è responsabile di una serie imbarazzante di atti insieme volgari e ridicoli. Ognuno. Non si scappa, non si fugge.

Tarsia dispone sul tavolo una bella scelta di strumenti di tortura. Predilige l’aspetto paesaggistico, elencando gli stupri ai boschi, gli sfregi alle montagne, le folli operazioni chirurgiche sulle mura antiche e sulle strade secolari; continua raccontando della flora e della fauna distrutte e dimenticate; prosegue ancora con le storie di mestieri perduti, dei reperti archeologici devastati, delle infinite opportunità perse tra chiassose tribù al neon e templi di calcestruzzo, tra palazzine monolitiche e menti devastate dal tuning. Tutto è tribale, tutto è neolitico, tutto risulta insieme barbaro e familiare.

Ovviamente il libro esaspera, esagera, stira alcune situazioni a degli estremi grotteschi e surreali. Non mancano descrizioni di elementi che la Calabria di oggi mostra difficilmente – se non ai cercatori che s’avventurano tra i villaggi più sperduti, lontano dalle città forse non civili ma quantomeno incivilite -  o che, addirittura, non mostra affatto.

E se leggendo Perché la ‘ndrangheta ci si trova spesso a dirsi “sì, una cosa così l’ho vista anche io” o “conosco qualcuno che l’ha fatto” – tutti abbiamo ascoltato o raccontato storie di montagne bruciate, di castelli rattoppati a cemento, di ecomostri acquattati sulle spiagge –ancora più spesso ci si trova, sfogliando le pagine, a dire “io, questo, non l’ho mai fatto”. A pensarlo con un misto di orgoglio, malinconia, e pure rabbia.

È questo, credo, il fulcro centrale del libro. Tarsia non manca di far cenno a calabresi onesti, a imprenditori capaci, a uomini e donne rispettosi della natura, della cultura e della storia; non può non parlarne, sia per dovere nei confronti del vero, sia perché altrimenti Perché la ‘ndrangheta non potrebbe funzionare così bene. Chi legge deve sentire rabbia, sapendo che non tutti i calabresi sono pronti a cementificare terra, sangue e cervello; deve sentire rabbia avvertendo la propria diversità, e a come questa annaspi nell’impotenza; deve sentire che ci sono tante Calabrie, sì, e che quella che vediamo ogni giorno e ogni notte è il frutto di una lotta che non è né con la natura, né con uno Stato invasore e probabilmente neanche con una mafia tanto bestiale quanto odiosa; il conflitto è quello con l’individualismo, con l’apatia, con l’abbandono di ciò che c’è e di ciò che si è.

Perché la ‘ndrangheta è un libro che estremizza, a volte troppo, a volte il giusto, nel dipingere una Calabria perduta che continua a perdersi. E in un vortice caotico di violenza triste e arida, ci si chiede se davvero “ad andarsene per sempre è la parte migliore della Calabria” (p. 108), se sia necessario perdere tutto questo.

La sfida, ora, è trovare il coraggio di darsi una risposta, l’unica che è giusta per sé. 

 

 

Articolo presente anche su AnteCritica, all’indirizzo: http://antecritica.biblon.it/2015/04/perche-la-calabria/

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Informazioni su Francesco Corigliano

Francesco Corigliano
Francesco Corigliano nasce nel 1990 in Calabria, dove vaga studiando letteratura, improvvisando articoli e scrivendo più racconti del dovuto.

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