martedì , 27 giugno 2017
Le news di Asterischi

La scrittura del dolore

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Una volta qualcuno ha detto che si fa poesia non pensandoci, perché occorre farla. Si cerca di sradicare l’impotenza dalla parola per renderla proficua, per avvicinarla alla rivelazione del segreto che è in noi. Sylvia Plath non comunica, ma svela l’inquietudine e l’oppressione di una vita intera, seppur breve, attraverso versi in cui le parole suonano al di là di qualunque regola dell’armonia. La poesia della Plath è consolazione al dolore, è la risposta della vita. Una vita che non è felicità, ma possibilità di scavalcare quel nulla giornaliero e arrivare all’inutilità di un’esistenza viva e serena. Banalmente felice.

Il talento della poetessa di Boston è sussurrato in vita, con la pubblicazione di una sola raccolta di poesie e del romanzo La campana di vetro, ma proclamato ad altissima voce dopo la morte. La rivalutazione postuma del suo genio violento e disperato porta, infatti, alla pubblicazione di tutte le sue opere inedite, nonché alla consacrazione con il Premio Pulitzer nel 1982. L’attività poetica della Plath è continuamente influenzata dalla letteratura statunitense, da quella capacità di drammatizzare così intensamente la disintegrazione individuale nella società postbellica.È da lì che la poetessa approda ai due grandi temi dell’amore e della morte, inserendoli con prodigio in un quadro visionario e, allo stesso tempo, crudelmente realista. La perenne ricerca di una voce ‘propria’ si traduce nell’incessante sforzo di risolvere il dilemma dell’esistenza, riconciliando la complessità della sua dolorosa esperienza interiore con la molteplicità di esperienze del mondo che la circonda. Amara e negativa, la sua visione dell’amore: in Ariel il suo scetticismo verso i rapporti matrimoniali è a volte espresso con forte indignazione, così come in Lady Lazarus; con profondo sarcasmo, invece, emerge in The Applicant, dal diretto contenuto sociale per il tema della riduzione della donna a mero oggetto. Il suo verso è vigoroso, imperniato di sensibilità e di destrezza tecnica, ma la sua scrittura soffre molti cambi, trasformazioni improvvise e impressionanti che seguono i ritmi della sua esistenza, dei precisi momenti vissuti. Dopo la morte del padre e la separazione dal marito la sua poesia si fa più ‘fredda’, con toni sicuri e una maggiore purezza lessicale. L’ossessione, però, continua a invadere le pagine e la sua personalissima simbologia segnala un senso di trasgressione, la volontà di eludere intelligentemente le norme, per non restare totalmente aggrappata alla sofferenza. Ed è questo che più stupisce della Plath, quella mancanza di pessimismo assoluto in un vortice di dolore taglientemente e coraggiosamente espresso, o meglio, rivelato. Esiste una speranza. Esiste la possibilità, seppur remota, di superare le difficoltà e il lettore respira la fiduciosa attesa di questa donna fra un verso e un altro della sua ‘scrittura del dolore’. Eppure c’è un male di vivere immotivato, la sensazione di avere grandi cose da scrivere e l’incapacità di tradurle nella pagina scritta, perché, come dirà l’autrice, fa male non essere perfetti. Quel male di vivere, di montaliana memoria, che la porterà al suicidio a soli trentun anni, vinta dal conflitto irrisolto fra le aspirazioni personali e il ruolo imposto dalla società, fra l’essere per sé o l’essere per gli altri.

Informazioni su Laura Coletta

Laura Coletta
Classe 1988, Caserta. Laureata in lingue e letterature straniere, si sta specializzando in traduzione letteraria. Vive di grandi passioni, caute aspettative e affetti autentici. Può bastare.

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