lunedì , 24 aprile 2017
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La bellezza secondo Avedon


Bellezza o espressività? Questo è il dilemma. Entrambi sarebbe troppo, la perfezione non esiste e probabilmente per raggiungerla non si può essere fotografi. Forse per questo motivo sognava di fare il poeta, chissà. Eppure la visione per lui andava oltre; oltre quel vetro smerigliato, al di là dell’obiettivo, dentro il contesto di ogni singolo volto immortalato. E ancora oltre. Richard Avedon. Professione: fotografo. Maggior talento: dare voce a un volto, e poi volto a un’anima. Ma la bellezza con questo c’entra poco. La bellezza è qualcosa che non ha forma, evanescente e sfuggevole, non dice nulla di sé. Richard Avedon sembra raccontarci questo.

Anche nelle opere divideva i significati. Da un lato c’era la moda, effervescente e desiderosa di innovazione: per Avedon non c’era nemmeno da dirlo, nessuno stereotipo, e così le modelle con abiti di alta moda posavano al di fuori da quella stanca e impersonale sala di pose. I contesti erano addirittura paradossali: caffè, strade, tende da circo.

C’era il reportage dove Avedon amava applicare alla lettera il suo aforisma più celebre: “Un ritratto è l’immagine di qualcuno che sa di essere fotografato: il suo uso di questa consapevolezza fa parte dell’immagine finale quanto i suoi abiti o la sua espressione.” La strada quindi diventava un teatro, e comuni persone diventavano attori: stava a loro scegliere il ruolo.

Poi c’erano i ritratti. Allora si tornava in sala di pose, davanti a un fondale bianco, niente a parte il soggetto. E il fotografo. Qui si capiva se era necessario far emergere la bellezza o l’uomo. Chi è bello non può essere espressivo, era quasi un messaggio subliminale, una sorta di filigrana nascosta dall’inchiostro: la vera bellezza è inespressiva, la bellezza è la prigione delle emozioni. Se Brigitte Bardot avesse fatto una boccaccia, avrebbe perso tutto il suo fascino. E d’altra parte cosa interessava a Maurizio Cattelan di apparire bello? Un artista deve essere un po’ folle, semmai.

Ci possiamo chiedere se davvero Richard Avedon volesse condurci a queste riflessioni. Oppure, se nascosto in quei bianchi e neri straordinari, c’era un amaro e doloroso conto in sospeso con la bellezza, c’era il bisogno di stravolgerla o demonizzarla.

“Louise è stata il mio prototipo di bellezza nei primi anni in cui mi sono dedicato alla fotografia di moda. Dorian Leight, Marella Agnelli, Audrey Hepburn, rappresentavano tante effigi di mia sorella. […] La sua bellezza era il perno della nostra famiglia, ma ha rappresentato la sua rovina.” (R.Avedon)

(db)

Informazioni su Debora Borgognoni

Debora Borgognoni
Nasce a Pavia nel 1980. Dopo il diploma in Lingue Europee, studia fotografia professionale alla John Kaverdash School Academy di Milano e nel frattempo pubblica per Albatros il suo libro d’esordio “Caro diario…”

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