martedì , 27 giugno 2017
Le news di Asterischi

La “donna” in rosso: un approccio alla figura di Cappuccetto rosso (parte I)

Se qualche volta avete fatto un sogno sgradevole nel quale appariva una donna con un cappuccio rosso, tranquilli, state in pace con la coscienza, perché non è stata colpa vostra …

Jorge Hernàndez, Caperucita Roja, olio su tela

 

Se evochiamo il personaggio di Cappuccetto Rosso, tutti disegniamo nella nostra mente (forse in quei piccoli angoli della nostra psiche in cui conserviamo ancora un po’ di innocenza infantile) una candida e dolce bambina che indossa un cappuccio di color rosso che fu gravemente oltraggiata da un lupo selvatico mentre si occupava del nobile compito di portare provviste alla sua cara nonna. Tanto è stato il potere e il fascino di questa narrazione tradizionale, estratta dal cuore della letteratura orale europea, che è riuscita senza sforzo e in modo indiscutibile, ad essere considerata il più famoso racconto popolare di tutti i tempi.

Tuttavia, e proprio per questo, è una storia che ha rappresentato molto più di quello che il lettore (o l’ascoltatore) comune può immaginare, visto che certamente molti non sanno che nel corso dei decenni Cappuccetto è passata per una prostituta grazie a Perrault, che in alcune versioni orali l’innocente bambina beve il sangue e mangia la carne di sua nonna o che arriva quasi a conquistare l’Etiopia per l’esercito fascista di Benito Mussolini.

Ma partiamo dal principio. Per coloro che hanno studiato a fondo la questione, l’origine esatta di questo racconto continua ad essere un’incognita, visto che narrazioni basate o ispirate allo stesso tema si possono trovare non solo nel folklore europeo, ma anche nella tradizione del Lontano e Medio Oriente e in Africa. Per questo, sapere quale di queste narrazione è l’originale e quali le imitazioni è un compito difficile, per non dire impossibile, da portare a termine.

Il primo precedente nella cultura europea lo troviamo in un libro scritto in latino, dell’anno 1023, intitolato Fecunda Ratis (La barca della fecondità). L’autore è Egberto de Lieja e in uno dei suoi passaggi appare una bambina in compagnia di lupi con vestiti rossi, molto importanti per lei. Il tema di questo libro è l’amore galante, così come si può notare in alcuni versi: “Cinque sono le molle dell’amore focoso:/ vista, conversazione, contatto, baci tra innamorati/ e, alla fine, il sesso, coronamento dell’infuocata guerra”. Questo particolare tematico è molto significativo perché caratterizza il primo riferimento scritto in un’opera dal tono erotico, e prefigura la forte connotazione sessuale di alcune versioni del racconto.

Considerato che ne Lo cunto de li cunti (1634-36) del napoletano Giambattista Basile possiamo trovare versioni di “Cenerentola”, “Il gatto con gli stivali”, “Biancaneve” o “La bella e la bestia” ma non della nostra “donna in rosso”, dobbiamo aspettare un po’ più di tempo, fino al 1697, affinché Charles Perrault metta per la prima volta nero su bianco la storia di Cappuccetto Rosso (“Le Petit Chaperon Rouge”), sottolineando inoltre un elemento, il cappuccio rosso, che non si incontra sempre nelle versioni orali.

Perrault pubblicò il suo Histories ou Contes du temps passé (conosciuto come I racconti di Mamma Oca) a nome di suo figlio, Pierre Perrault Damancourt, visto che nella Francia dell’epoca, e a maggior ragione essendo un filologo conosciuto, i racconti in prosa di origine orale non godevano di nessun prestigio a livello letterario. Questa strategia non tardò molto dall’essere scoperta, anche se, fortunatamente, l’enorme successo dei Racconti di Mamma Oca finì per rendere dignità al genere del racconto popolare e  Perrault, infine, passerà alla storia per questo e non per le sue opere erudite né per essere uno dei principali protagonisti della “Disputa sugli antichi e i moderni”, importante disputa filologica della Francia delle corti della fine del XVII secolo; e nemmeno per essere stato per vent’anni l’amico fidato di Colbert, il famoso ministro di Luigi XIV.

D’altra parte, nonostante il suo essere la prima versione scritta di questo racconto universale  e il suo enorme successo, non è stata quella che è pervenuta ai giorni nostri, principalmente per due ragioni. La prima riguarda il finale della versione perraultiana, visto che la conclusione non è felice e tanto la nonna come la nipote finiscono i loro giorni facendo parte intima dei processi digestivi del lupo. Immaginate la faccia dei bambini di oggi ascoltando questo.

Come evidenzia lo psicoanalista austriaco Bruno Bettelheim nel suo celebre studio Il mondo incantato: uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, “sembra che molti adulti credono che sia meglio incutere timore nei bambini affinché si comportino bene anziché liberare le loro ansietà, che è una delle funzioni della fiaba”.  Effettivamente, il racconto di Perrault culmina con la vittoria del lupo e, in questo modo, sono assenti la fuga, il superamento dell’ostacolo e il lieto fine delle altre storie. La sua intenzione era che “Le petit Chaperon Rouge” fosse, più che una fiaba, un’ammonizione, un’avvertenza (conte d’advertissement) di fronte ad atti riprovevoli, una storia che incute deliberatamente timore al bambino con un finale che lascia ansia.

L’altra ragione riguarda le notevoli connotazioni sessuali di questa versione, le quali cominciano dalla caratterizzazione stessa della bambina, che l’autore orna con un cappuccio rosso, ma non uno qualsiasi, un “chaperon rouge”, un cappellino alla moda ai tempi di Perrault. Tuttavia, questi non solo vuole “fare bella” la bambina, ma le conferisce anche un comportamento alquanto libertino per la “sua età”. Quando Cappuccetto è invitata dal lupo, che prende il posto della nonna nel letto di quest’ultima, la bambina, né ingenua né pudica , si spoglia ancora prima che il lupo finisca di parlare. Quest’azione viene rafforzata dall’inizio del famoso scambio di osservazioni e spiegazioni, climax del racconto: al commento della bambina “Nonnina, che braccia grandi che hai!”, il lupo risponde che “sono per abbracciarti meglio, bambina mia”, dettaglio corporale che, d’altra parte, non appare in nessun’altra versione registrata.

“Possiamo pensare”, spiega Bettelheim, “che Cappuccetto sia stupida o piuttosto che vuole essere sedotta, perché, in risposta a questa seduzione così evidente e chiara, non fa nessun movimento per scappare né per opporsi a lui. Con tutti questi particolari, Cappuccetto Rosso passa dalla ragazzina ingenua e attraente, che si convince di non far caso agli avvertimenti della madre e di divertirsi con quelli che lei crede coscientemente giochi innocenti, a poco più che una donna che ha perso l’onore”. Non dimentichiamo nemmeno che alcuni autori come il tedesco Erich Fromm (Il linguaggio dimenticato) vanno oltre e identificano simbolicamente il cappuccio rosso con il sangue mestruale, situando la protagonista in età “di meritare”, cosa che aumenterebbe il significato erotico già implicito il tutto il racconto.

Il tecnico teatrale e scrittore cileno Hugo Cerda, in un altro classico del genere (Ideologia e fiabe, 1985) affronta la questione in questo senso: “Alcuni autori hanno evidenziato lo sviluppo e l’evoluzione nettamente sadica di Cappuccetto Rosso, che è stata spiegata come un simbolo di violenza o aggressione sessuale, che nel caso del racconto si converte in una specie di simulacro simbolico della conquista e dell’atto sessuale. Secondo questi studi, l’autore del racconto gioisce nel dipingerci inizialmente un quadro estremamente idillico e bucolico di Cappuccetto per fare più morbosamente interessante il finale, ovvero l’istante in cui il lupo va a letto con Cappuccetto, che in seguito divora”.

Tutta questa componente sessuale della versione di Perrault si vede inoltre sottolineata e esplicitata nella morale in versi che il francese colloca alla fine del racconto: “Vediamo qui che gli adolescenti/e soprattutto la giovincelle/eleganti, ben fatte e belle,/ fanno male ad ascoltare certa gente,/ e che non bisogna meravigliarsi della celia/ per cui il lupo se ne mangi tante./ Dico il lupo, perché questi animali/ (…) perseguitano le giovani Donzelle,/ arrivando dietro di loro/ a casa e fino alla stanza da letto”. Perrault risolve così la metafora chiarendo che il Lupo è l’uomo seduttore e galante, molto di moda nella Francia di allora (reso celebre un secolo più tardi da Le relazioni pericolose di Choderlos De Laclos e il suo libertino visconte di Valmont), che cerca di “mangiare” le giovincelle anche se con intenzione molto diversa di quella di ingerirle.

In questo senso, è evidente che il destinatario del Cappuccetto di Perrault era un pubblico di corte, che probabilmente non aveva mai visto un lupo in vita sua, cosa che non ha niente a che vedere con le versioni popolari, nelle quali il Lupo compiva la funzione di dissuadere i bambini dal commettere azioni imprudenti, come attraversare da soli un bosco. Il Lupo in questo caso deve intendersi come un pericolo reale e non metaforico. Infatti sappiamo che tra la fine del XV secolo e l’inizio del XIX, gli attacchi dei lupi ai bambini (soprattutto pastorelli piccoli o adolescenti) non erano rari, specie nelle regioni lontane dalle grandi vie di comunicazione (al contrario di adesso, l’Europa era allora un grande bosco); per esempio, il primo caso documentato in Lombardia di una simile aggressione risale all’anno 1490. Precisamente, questa pericolosità del lupo determinò la sua mattanza in tutta l’Europa durante i secoli menzionati.

Tornando al racconto, sarebbe interessante chiedersi come la versione molto meno crudele, che tutti abbiamo ascoltato qualche volta prima di dormire, sia arrivata ad essere quella perraultiana. Dopo quasi un secolo di successo incontestabile (e inaspettato) in Francia, Cappuccetto Rosso intraprese un curioso viaggio grazie agli ugonotti esiliati alla fine del XVII, che portavano con sé il repertorio dei racconti galli. Questi protestanti francesi furono costretti a fuggire a causa delle Guerre di Religione, fin nei paesi non cattolici come Inghilterra, Svezia, Paesi Bassi, Nord America e Germania.

Incisione di Gustave Doré

In particolare in quest’ultimo paese i racconti di Perrault si fusero con il sostrato locale popolare, cosa che fu propizia, all’inizio del XIX secolo, affinché i fratelli Jacob e Wihlelm Grimm raccogliessero, assieme ad altri racconti, la versione popolare tedesca di “Cappuccetto Rosso”, inspirata direttamente a quella di Perrault. Lo fecero nel loro mitico primo volume dei Kinder-Und Hausmärchen o Fiabe, pubblicato nel 1812.

La versione dei Grimm è molto più simile a quella che ha predominato nell’attualità. Il “Cappuccetto Rosso” dei fratelli Grimm integra e amplia quello di Perrault e, fortunatamente (almeno per i bambini che ascoltano i racconti) è a lieto fine; in realtà finisce con due, visto che i tedeschi, nella loro foga documentale, crearono una specie di epilogo in cui Cappuccetto incontra un altro lupo, ma questa volta, con la lezione ben appresa, scappa correndo verso casa di sua nonna per tendere insieme a lei una trappola e ucciderlo. Quest’epilogo poco attrattivo non è passato alla posterità, soppiantato dal primo finale dei Grimm, in cui un intrepido cacciatore (che passava da lì) si incarica di aprire la pancia del Lupo, mentre questi dorme, per estirpare allo stesso tempo la nipote e la nonna. In seguito, Cappuccetto riempie la pancia del lupo di pietre che finiranno per provocargli la morte al risveglio grazie al colpo che egli stesso si provoca cercando di scappare con quel sovrappeso.

Bisogna però segnalare che, grazie al passaparola della tradizione popolare o a una scelta pedagogica dei fratelli Grimm, il nuovo finale sorse per influenza di un altro racconto tedesco di origine francese: “Il lupo e i sette capretti”. In questo, come tutti sappiamo, un lupo assedia sette capretti sulla porta di casa facendosi passare per la loro madre. Quando riesce ad ingannarli divora tutti tranne uno che aspetta nascosto il ritorno della madre affinché insieme, come succede in “Cappuccetto Rosso”, aprano la pancia del lupo, salvino le vittime e introducano delle pietre nel suo stomaco che lo faranno affogare in una fonte vicina, sempre per un eccesso di peso.

Passo passo osserviamo qui l’origine ancestrale di tutti questi racconti, visto che non possiamo eludere la somiglianza di questo finale con quel racconto mitologico di Cronos che divora i suoi figli, nel quale Metis, la sua prima moglie, lo inganna dandogli una pietra avvolta in un panno invece di consegnarli Zeus, che, una volta grande, torna per detronizzare suo padre e obbligarlo a vomitare i suoi fratelli, nonché futuri dèi dell’olimpo.

E parlando di mangiare cose che farebbero vomitare persino la madre dei sette capretti, poca gente sa che in molte versioni orali Cappuccetto pratica il cannibalismo, e per di più con la sua nonna, anche se a sua discolpa bisogna dire che lo fa involontariamente. Secondo quanto afferma Valentina Pisanty nel suo libro “Come si legge un racconto popolare” (1995), “con il fine di salvare quello che restava della tradizione orale, vari studiosi di folklore, a partire dal XIX secolo raccolsero testimonianze dirette per bocca di vari narratori popolari e registrarono per iscritto alcune delle versioni orali ancora presenti per catalogarle e compararle. Delle 35 versioni orali raccolte dalla tradizione campestre francese del racconto di “Cappuccetto Rosso”, 20 sono totalmente indipendenti da quella di Perrault”. In alcune di loro, il Lupo impostore invita la bambina a mangiare un po’ di carne e vino, che sono in realtà il corpo triturato e il sangue della nonna, e ancora più orripilante, l’aggiunta di dettagli ci mostra che i denti della nonna restavano appiccicati alla carne e che il Lupo li giustifica come chicchi di riso o come piselli acerbi.

Forse l’aspetto perturbante che ancora avvertiamo in certi racconti è un residuo della tradizione popolare e riflette la crudeltà della lotta per la sopravvivenza dei più umili. Si è osservato che, più che un elemento simbolico, la esplicita menzione del cannibalismo che troviamo in molte versioni popolari del racconto deve interpretarsi in modo realistico. I casi storicamente documentati del cannibalismo nell’Europa dei secoli XVIII e XIX confermano quest’ipotesi. Si può constatare così che i contadini che raccontavano le storie non avevano bisogno di simboli e codici segreti per parlare di sesso e violenza. Infatti, la maggior parte delle versioni antiche dei racconti infantili è piena di particolari truculenti e riferimenti al sangue che, logicamente, sono scomparsi da tempo dai racconti per i bambini.

Senza allontanarci troppo, nella versione dei fratelli Grimm di uno dei piatti forti della narrativa infantile, “Cenerentola”, le sorellastre si amputano tranquillamente – e senza anestesia – porzioni dei loro piedi per poter calzare la famosa scarpetta di cristallo e, colmo, alla fine del racconto due colombe le cavano gli occhi a beccate, di modo che, “come castigo per la loro malvagia e falsità, restino cieche per il resto della loro vita”.

Antonio Martín Infante

Articolo originale:  http://www.palabrasdiversas.com/palabras/clasicos.asp

Traduzione di Asterischi (as)

La parte II sarà pubblicata mercoledì 28 aprile.

Informazioni su Agata Sapienza

Agata Sapienza
Dopo studi e peregrinazioni varie non ha ancora capito dove vive, ma legge e traduce sempre e solo dal suo divano.

Un commento

  1. Grazie ad Antonio Martin Infante che, con la sua analisi, ci ha permesso di conoscere una versione per lo meno inconsueta, e per certi versi inquietante, di “Cappuccetto Rosso”. E grazie anche a chi, attraverso la traduzione, si occupa di diffondere articoli e saggi che resterebbero altrimenti relegati entro i loro confini nazionali.

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