lunedì , 23 ottobre 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Roberto Mandracchia

Roberto Mandracchia, nato nel 1986 ad Agrigento, è uno tra i più bravi esordienti della letteratura italiana contemporanea.
Redattore di TerraNullius
, ha collaborato anche con El Aleph e ha partecipato a diverse antologie di racconti.

Lo abbiamo incontrato ad Agrigento per parlare con lui di letteratura, di Agrigento e del suo primo romanzo, Guida pratica al sabotaggio dell’esistenza, uscito l’anno scorso per i tipi di Agenzia X.

 

Visto che siamo entrambi agrigentini partirei da una domanda: il tuo primo romanzo, Guida pratica al sabotaggio dell’esistenza, è ambientato a Garogenti, che ovviamente è una trasfigurazione di Agrigento, disegnata in modo non proprio positivo. Vorrei capire però quanto della vera Agrigento sia finito in Garogenti.

Il nome, Garogenti, è un anagramma di Agrigento. Proprio perché la città in cui ho vissuto diciott’anni, so bene che mentre la descrivevo esponevo un punto di vista in cui altri non si sarebbero ritrovati, quindi ho anagrammato il nome e di conseguenza la descrizione del posto.
Del resto per chi scrive non manca l’ansia del confronto con i molti scrittori agrigentini, tra i quali spicca un premio Nobel. Quando dici di essere uno scrittore nato ad Agrigento tutti pensano subito Pirandello, oggigiorno scatta il nome di Camilleri, o di Sciascia. Così ho pensato di fare un anagramma del nome della città cercando di ‘anagrammare’ anche l’essenza della città,  permettendomi così di parlare di Agrigento senza troppi problemi.

Parliamo ancora di Guida pratica. Hai pubblicato il romanzo con Agenzia X, un editore di nicchia ma molto importante. Come sei arrivato a loro?

È nato tutto in modo casuale. Avevo già pubblicato qualche racconto in delle antologie e su internet e in occasione di un concerto di un gruppo siciliano, i Pan del Diavolo ho conosciuto l’editor di Agenzia X.

Abbiamo parlato un po’, gli ho detto che avevo un romanzo nel cassetto, o meglio, nelle cartelle del desktop.
Mi invitò a mandarglielo e, sempre per un gioco di casualità, con tre romanzi pronti ho finito per pubblicare per primo proprio quello che in qualche modo parla della Sicilia.

 

Come sai ho sempre apprezzato molto i tuoi racconti, soprattutto quelli legati alla rubrica Roberto Mandracchia nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.
Com’è nata l’idea di questa rubrica, in cui hai rappresentato te stesso attraverso dieci personaggi diversi?
 

È nata dall’esigenza di creare una rubrica per TerraNullius che durasse dieci mesi. Avevo l’ansia di creare una rubrica che nel corso di quei mesi non annoiasse il lettore, quindi dopo un pomeriggio a riflettere, ho pensato a uno dei più bei titoli mai dato a un libro, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e ho provato a sostituire ‘L’opera d’arte’ con ‘Roberto Mandracchia’. Questo mi ha permesso di interpretare diversi personaggi legati a diversi mestieri.

Nella scelta dei temi e dei mestieri ho ragionato sul fatto che ho sempre odiato chi scrive di scrittori, quindi ho voluto confrontarmi con cose diverse rispetto a lavori come lo scrittore, il traduttore, il correttore di bozze. Ho selezionato così dei mestieri più strani e per questo affascinanti, come il sottotitolatore di serie tv, una delle figure più importanti della realtà contemporanea, o il modello di sushi.

 

A questo punto siamo curiosi di sapere quali sono i tuoi progetti per i prossimi mesi.

Ho un secondo romanzo pronto e ora sono impegnato a scrivere la tesi per la laurea, cosa che mi tiene abbastanza impegnato. Una cosa è cimentarsi con la narrativa, un’altra è impegnarsi a correggere le note e trovare riscontri in termini di critica; anche questo ha un suo fascino, ma resta comunque un lavoro faticoso.

Ho anche due romanzi scritti prima di Guida pratica, chiusi nelle loro cartelle/cassetti, e presto riprenderò il più convincente dei due per rivederlo e finirlo.

 

E il romanzo già pronto di cosa parla? Quanto c’è di Guida pratica?

Di Guida pratica c’è ben poco: lì c’era un luogo ben definito, mentre nel nuovo romanzo c’è un generico paese del centro-sud del tutto inventato e il tema è quello della religione.

Volendo fare un confronto con il mio primo romanzo posso dire che se quello è stato recepito come un’opera di pancia quando invece era un testo molto ragionato, questo secondo romanzo potrebbe venire letto come un’opera su cui ho riflettuto molto, mentre tratta di una tematica che mi sta molto a cuore e quindi è venuto fuori di getto.
Non posso dirti altro, ma il germe dell’idea viene dalla rubrica che abbiamo citato, Roberto Mandracchia nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

 

Visto che prima accennavamo all’argomento, quanto è difficile conciliare lo studio con la scrittura?

Le due cose si rubano il tempo a vicenda.  Il problema si pone soprattutto quando sto scrivendo un romanzo e nel frattempo penso ‘però forse sarebbe meglio cercare di finire con l’università’. Capita anche il contrario, quando preparo un esame e penso ‘dovrei scrivere il romanzo, c’è il rischio che la trama inizi a sfuggirmi…’

Il fatto è anche che studiando letteratura mi sono ritrovato ad avere, come diciamo qui in Sicilia, casa e putìa: nella scrittura ho la mia casa e poi la putìa, il lavoro, è rappresentato dall’università.

Forse deriva proprio da questo la mia antipatia per lo scrivere di scrittura, rischierei una saturazione.

 

Parlando di scrittura sorge spontanea una domanda: chi sono i tuoi ‘padrini’ letterari?

Ce ne sono parecchi e, com’è giusto che sia, cambiano negli anni.

La colpa della mia passione deriva sicuramente da Stephen King, che con L’ombra dello scorpione mi ha fatto capire come con la scrittura si potesse creare un mondo. Nel tempo Stephen King è peggiorato, o sono peggiorato io, o sono migliorato io, non so, ma i miei riferimenti letterari sono cambiati: oggi tra quelli che leggo e considero come fonti di ispirazione spiccano Faulkner, McCarthy, Sciascia, Kurt Vonnegut, ma non escludo che col passare degli anni i miei ispiratori cambino.

Tra l’altro non è detto che questi scrittori mi influenzino, anzi, c’è sempre un po’ di timore reverenziale che spinge ad evitare di ‘pisciare’ nel loro territorio.

 

Ad agosto hai presentato Storie di martiri, ruffiani, giocatori, un’antologia contente un tuo racconto, nel corso di ContemporaneA, rassegna letteraria agrigentina organizzata da El Aleph, Capalunga e soprattutto da Gero Miccichè.

Vorrei un tuo giudizio sulla rassegna e su come si sta muovendo la vita culturale agrigentina.

Credo che la vita culturale agrigentina si sia sempre mossa a suo modo. Sicuramente si muove con fatica, per lo stesso motivo per cui  una libreria qui fatica a sopravvivere. La rassegna però costituisce un segnale positivo e risulta vincente proprio perché punta sui giovani. È un’impostazione che va in controtendenza rispetto all’opinione generale, che vede i giovani solo come consumatori e non come produttori. L’obbiettivo della rassegna è proprio quello di far capire che noi non siamo fatti solo per assorbire ma anche e soprattutto per creare qualcosa, basta che ci diano uno spazio.

 

Penso che ContemporaneA costituisca anche un bello schiaffo a tutta quella fetta della critica che tende a tenere in secondo piano i giovani.

Hai ragione. Ad esempio è uscita ora un’antologia intitolata Narratori degli anni Zero, in cui ti aspetteresti di trovare qualcuno veramente giovane e invece trovi Pennacchi, Nori, gente che pubblica da una vita, non proprio dei narratoori degli anni zero. Sembra quasi che i giovani vengano visti come quelli che compreranno quell’antologia e non come chi potrebbe essere uno degli autori.

 

È un problema che avvertiamo anche quando pensiamo al fatto che chi ha cercato di proporre un progetto di ricambio generazionale sono stati i TQ, che hanno trenta e quarant’anni quando la novità dovrebbe essere portata dai ventenni. È qualcosa che notiamo anche nella musica: c’è una nuova generazione di cantautori ma buona parte di loro ha un’età che si aggira tra i trenta e i quaranta.

Forse il problema è che dai trenta in giù si rischia di credere poco in se stessi. O forse dai trenta in su viene una sorta di ansia da andropausa creativa, si ha la paura di non contare nulla. A vent’anni non ci si pone il problema, se si riesce a pubblicare, a scrivere su un giornale va bene, se non se ne ha la possibilità non è un dramma.

 

Noi di Asterischi.it chiudiamo sempre le interviste riprendendo l’opinione del critico Raymond Federman, il quale sosteneva che la letteratura stesse perdendo la sua battaglia per l’interpretazione e la rappresentazione del reale. Tu cosa ne pensi?

Io penso sia sbagliato darsi un obbiettivo del genere. Credo che anche grandi classici della letteratura come Alice nel paese delle meraviglie non si ponessero uno scopo di questo tipo. È anche vero che la realtà poi si insinua in tutto: il Cappellaio Matto, ad esempio, è ispirato all’effettiva tendenza alla follia dei cappellai, determinata dall’inalazione di alcune polveri che utilizzavano a lavoro.

Sembra che paradossalmente la letteratura interpreti la realtà proprio quando non si pone degli obbiettivi di realismo.

 

(lm)

Informazioni su Loris Magro

Loris Magro
Nasce il 3 Maggio 1990 ad Agrigento. Un po’ per un’insaziabile curiosità, un po’ per geni ereditari, legge fin da piccolo tutto quel che gli capita sotto agli occhi; una volta cresciuto, decide di dedicarsi a tempo pieno alla critica letteraria.

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