martedì , 27 giugno 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Matteo B. Bianchi

Matteo B. Bianchi ha sempre dimostrato di provare un grande amore nei confronti della scrittura in tutte le sue forme, esercitando quest’arte attraverso la fondazione di riviste e fanzine come ‘tina www.matteobb.com/tina o Anestesia Totale, scrivendo sul suo blog www.matteobblog.blogspot.com, collaborando come autore a programmi televisivi di successo -come Very Victoria – e radiofonici – Dispenser – e, soprattutto, scrivendo romanzi e racconti di successo. La redazione di asterischi.it ha avuto la fortuna di poterlo intervistare a proposito della sua esperienza come creatore di fanzine, del suo rapporto con Pier Vittorio Tondelli e del suo ultimo romanzo Apocalisse a domicilio.

La narrativa contemporanea sembra essere sempre più piena di una buona dose di “autobiografismo”, nel senso che la maggior parte degli autori attinge a esperienze personali e alla propria vita per trovare il materiale e l’ispirazione per le proprie opere. Quanto c’è della tua vita privata nei tuoi romanzi? A cosa pensi sia dovuta questa tendenza della produzione narrativa?

Io ho scritto due romanzi totalmente autobiografici e un terzo nel quale erano visibilmente presenti tracce di mie esperienze vissute, ma non vedo dove stia il problema. Uno scrittore filtra sempre la realtà circostante attraverso la propria sensibilità. Come lettore io stesso amo ritrovare il punto di vista personale. Che sia dell’autore, di un suo personaggio, o che le due cose coincidano, non importa. Un romanzo è una visione soggettiva del mondo. Se fosse oggettivo, sarebbe un saggio. E poi non credo che sia così vero che la maggior parte degli autori italiani attinga dal proprio privato. Basti a pensare ai maggiori successi recenti, come “La solitudine dei numeri primi” di Giordano e “Acciaio” della Avallone, che non hanno nulla a che vedere con la vita dei loro autori.

 Nel tuo ultimo libro Apocalisse a domicilio il protagonista visita, oltre a Milano, dove vive, altri tre località: San Francisco, la Sardegna e Roma. Perché hai scelto di ambientare in quattro luoghi così diversi e distanti tra loro i momenti fondamentali del tuo romanzo? La città, o comunque il luogo in cui si svolge la storia deve avere, secondo te, un legame con la storia stessa e con lo stato d’animo dei personaggi?

 Sono tre luoghi molto diversi e rappresentano tre tappe differenti nella vita del protagonista. Momenti di crescita nei quali lui è mutato profondamente, nel carattere, nella maturità, nello sviluppo emotivo e sessuale. Mi servivano tre sfondi radicalmente lontani per segnare questi passaggi e questi tre luoghi li rappresentavano in maniera efficace. Sono convinto che un luogo possa influenzare parecchio la storia che vi è ambientata. E’ chiaro che la stessa vicenda raccontata a Milano e ad Agrigento avrebbe personaggi, modalità, tempi e scenari assai lontani fra loro. E questo non può che avere delle conseguenze narrative.

Come racconti in Sotto anestesia, fin dai tempi dell’università ti sei interessato alla produzione di riviste e fanzine; un’avventura che hai poi proseguito con la fondazione di ‘tina, che fin dai suoi esordi ha visto la collaborazione di tantissimi di quelli che sarebbero diventati gli autori più letti del panorama letterario italiano. Cos’è cambiato da allora a oggi con l’avvento di Internet? Vista la facilità, propria dei blog, di rendere pubblici i propri scritti e le proprie riflessioni, non c’è il rischio di una produzione eccessiva, di un’ “inflazione” nel mondo della scrittura e che questa sovrabbondanza agisca, anche se involontariamente a discapito delle produzioni di qualità più alta?

Da quando è nata ‘tina (diciassette anni fa) a oggi è cambiato tutto. Internet ha permesso una rivoluzione culturale completa, al punto che oggi ogni ragazzino può aprire un blog in cinque minuti e diventare editore di se stesso. Quando ho cominciato io la rivista la dovevo battere a macchia, impaginare, fotocopiare, graffettare, distribuire e spedire fisicamente: un lavoraccio (che io incredibilmente a volte riuscivo a fare anche quattro volte all’anno). Io sono un progressista di natura, sono favorevole a ogni innovazione tecnologica, per quanta diffidenza posa suscitare all’inizio. Nel caso di Internet poi sono quasi rabbioso col destino: se penso a quanto avrebbe potuto migliorare la mia vita se io avessi avuto Internet a quindici anni mi metto a piangere. E’ vero che la Rete ha amplificato le possibilità e che, di conseguenza, il rischio di perdersi tra i milioni di contenuti on-line è alto, ma sono sempre convinto che sia la qualità a fare la differenza: se fai un prodotto buono (un sito ricco di contenuti, una rivista on line di qualità) i lettori interessati a quel tipo di argomento se ne accorgeranno. Del resto, io stampavo ‘tina in sole cinquanta copie. Se sono riuscito a ottenere io dei risultati significativi con solo cinquanta lettori, non vedo come possano non ottenerli coloro che oggi si rivolgono alle centinaia di migliaia di potenziali visitatori della Rete.

Tu hai avuto la fortuna di conoscere e di frequentare Pier Vittorio Tondelli, compianto autore simbolo di una generazione e punto di riferimento per tantissimi autori di successo. Pensi che l’opportunità di conoscere i propri “maestri” sia importante per un artista? Che ricordo hai di Tondelli?

In genere è un rischio conoscere i propri maestri, si può incorrere in grosse delusioni. Si sa che molti grandi artisti erano pessimi da un punto di vista umano. Io sono stato assai fortunato in questo. Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare Pier Vittorio Tondelli durante l’ultimo anno che ha vissuto a Milano. Non solo era il mio scrittore italiano preferito, ma anche il mio modello di intellettuale: si occupava di musica, cinema, teatro, fumetti, si dedicava a scoprire i talenti della narrativa giovanile, teneva rubriche di lettere coi lettori su Linus e Rockstar… Rappresentava veramente quello che avrei voluto diventare. Il ricordo più bello che ho di lui è stato quando mi ha invitato ad aiutarlo nella revisione del lungo indice di “Un weekend postmoderno”, il libro di saggi che stava per pubblicare. Abbiamo trascorso un intero pomeriggio noi due soli, a casa sua, in via Abbadesse, a controllare la corretta grafia dei nomi presenti nell’elenco, con la musica accesa e varie tazze di the. Io quasi non mi capacitavo di essere col mio scrittore preferito e di aiutarlo in un suo lavoro. Lui accoglieva tutte le mie indicazioni quasi senza discutere. Si fidava di me, e all’epoca io ero solo uno studente universitario. A un certo punto mi ha detto: – E’ incredibile: conosci tutte le stesse cose che conosco io e hai dieci anni meno di me. Ma come fai? -. Era un complimento bellissimo. Non lo dimenticherò mai. 

Raymond Federman sosteneva che la letteratura contemporanea sta perdendendo la sua battaglia per lo studio e l’interpretazione del reale. Tu cosa ne pensi?

Intanto vorrei dire che Raymond Federman ha perso la sua battiglia per arrivare a me, dal momento che non so chi sia. Ma questa è solo una battuta che testimonia la mia ignoranza. Poi non sono d’accordo per niente: ancora oggi, i romanzi sono in grado di fornire una fotografia (personale, emotiva) della società contemporanea efficacissime. Non so, penso a “Le correzioni” di Jonathan Franzen come un modo perfetto per comprendere la condizione della famiglia americana contemporanea, più di qualunque analisi critica. La narrativa può arrivare a migliaia, talvolta milioni, di persone e far comprendere loro meglio il mondo che li circonda. Ne sono convintissimo.

(lm)

Informazioni su Loris Magro

Loris Magro
Nasce il 3 Maggio 1990 ad Agrigento. Un po’ per un’insaziabile curiosità, un po’ per geni ereditari, legge fin da piccolo tutto quel che gli capita sotto agli occhi; una volta cresciuto, decide di dedicarsi a tempo pieno alla critica letteraria.

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