martedì , 26 settembre 2017
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Intervista a Marco Selvaggio

Dopo una tappa a Monaco, dove ha suonato poche settimane fa, attende adesso il 25 agosto per l’esibizione londinese in un locale come quello di Brick Lane che ha ospitato grandi artisti come i Radiohead e James Blunt e successivamente  il 27 agosto per il Moon Rage Festival a Zurigo. Stiamo parlando di Marco Selvaggio, il giovane musicista catanese che si dedica all’etnico e alla mescolanza di questo genere con l’ house e che è in possesso del rarissimo Hang Drum, uno strumento percussivo che crea melodie. Ha già composto un album, “Into the ocean”, e suonato in moltissimi club in Italia, a Parigi e in Australia. Data la particolarità del suo lavoro, abbiamo pensato valesse la pena sentire un po’ come la pensa lui.

 

Sei il primo musicista intervistato da asterischi.it. Spiegaci perché un nostro lettore dovrebbe essere interessato alla tua arte. 

Forse perché l’arte è un linguaggio universale declinato in modalità diverse a seconda della sensibilità e delle competenze comunicative di ciascun artista e quindi, a prescindere dalla modalità “linguistica” usata, temi, emozioni e messaggi possono arrivare comunque al cuore dei lettori di un blog elegante, ludico e variegato come il vostro. La musica è una  forma primaria della comunicazione che, a quanto pare, precede quella verbale ed è più vicina al battito del cuore, ai suoni della natura, ed è quindi un ottimo veicolo per uno scambio emozionale e comunicativo diretto, profondo con un lettore/ascoltatore attento e curioso.

L’affermazione della tua presenza nella scena musicale quanto conta avere uno degli strumenti più rari al mondo? In altre parole pensi che sia lo strumento a fare il musicista o viceversa?

Fra strumento e musicista si stabilisce sempre un rapporto così stretto e magico che scindere le componenti di un discorso musicale diventa rischioso.  Credo che l’Hang drum e Marco Selvaggio siano diventati col tempo un segno a doppia faccia. 

 Se dovessi abbinare un libro da ascoltare con la tua musica cosa consiglieresti ad un ipotetico ascoltatore? 

Ho qualche ragione per consigliare la (ri)lettura de L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera. C’è nel testo quella fede nelle coincidenze e nell’inatteso che si ritrova nella mio incontro con la musica e con l’hang drum in particolare.

Mi piace ricordare a questo proposito quanto dice Kundera stesso: «La nostra vita quotidiana è bombardata da coincidenze o, per meglio dire, da incontri fortuiti tra le persone e gli avvenimenti chiamati coincidenze. Una coincidenza significa che due avvenimenti inattesi avvengono contemporaneamente, si incontrano. La stragrande maggioranza di queste coincidenze passa del tutto inosservata. perché proprio in questo modo sono costruite le vite umane. Sono costruite come una composizione musicale. L’uomo spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita. Ad esso ritorna, lo ripete, lo varia, lo sviluppa, lo traspone, come fa il compositore con i temi della sua sonata. L’uomo senza saperlo compone la propria vita secondo le leggi della bellezza persino nei momenti di più profondo smarrimento».

I tuoi lavori creano una sorta di incontro tra ritmi tribali e musica elettronica europea. Pensi che questo incrocio musicale sia percepito ad un livello più profondo dal tuo pubblico, oppure si tratta di una tendenza che si esaurirà nel corso degli anni?

Credo che uno dei risultati positivi della nostra società globalizzata sia quello di aver diffuso una coscienza artistica meno condizionata da stereotipi culturali stretti. Oggi possiamo gioire di letture, brani musicali, prodotti audiovisivi provenienti da realtà molto diverse dalla nostre e questo è un privilegio della società mediatica che non sarà perduto e non si esaurirà, anzi. Fare da ponte tra contesti culturali e musicali molto differenti significa ritrovare una strada unica, universale lungo la quale far ritornare l’anima verso il cielo. Su questa strada incontro città e persone diverse, giro molto, continuo a girare con questo spirito alla ricerca di scambi e di nuove idee. Sono felice di aver incontrato di nuovo e in modo diverso la mia città, salendo sul palco “sacro” del (tempio) Teatro Massimo Bellini dove ho realizzato il sogno di dialogare coi miei concittadini sulle lunghezze d’onda sottili e melodicamente insolite del mio hang drum. 

Pensi che la tua musica abbia anche una funzione sociale che possa arginare in qualche modo una sempre crescente deriva xenofoba?

Certamente! Sono  convinto che già la musica in se sia un linguaggio universale capace di  unire i popoli e abbattere barriere e sovrastrutture sociali e con il mio hang cerco di dare un sempre crescente contributo a questa melodia universale. La musica in fin dei conti non è altro che una maniera per legare a se posti, culture e persone diverse tra loro. Sin dalla prima volta che ho iniziato a suonare ho visto attorno a me il mondo aprirsi…

L’esibizione al Taetro Massimo Bellini di Catania

(as) (rrb)

Informazioni su Agata Sapienza

Agata Sapienza
Dopo studi e peregrinazioni varie non ha ancora capito dove vive, ma legge e traduce sempre e solo dal suo divano.

Un commento

  1. Grande Marco! Io c’ero quel giorno al teatro Massimo Bellini! Sei stato geniale!

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