martedì , 25 luglio 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Marco Lodola

(Foto di Debora Borgognoni)

Parlata indolente, sguardo accattivante, un intercalare ricorrente: «Cazzo!». Prima delle dieci del mattino non connette, e a guardare la piccola targhetta fuori dal suo atelier non sembra nemmeno di bussare alla porta di un artista presentato alla Biennale di Venezia, uno che manco ci pensa a dar segnali di cedimento artistico. Perché il suo nome «era già un destino», o perché la sua arte è il suo più grande divertimento. Debora Borgognoni incontra Marco Lodola a Pavia, nella città di entrambi, per una colazione-intervista davvero irresistibile.

Partiamo dal nome del tuo website: Lodoland. Comincio da questo perché appena l’ho letto, ho pensato: “Un genio anche con le parole!” Unisci ludico, fantastico, reale, artistico, e addentrarsi nel tuo mondo significa davvero fare un viaggio in mondi diversi. Com’è il mondo Lodoland?

Lodolandia nasce dalla definizione di un critico, Alberto Fiz, e a dirti la verità ho capito dopo perché lui l’avesse inventato. Fa un po’ riferimento alla Factory di Warhol, cioè a un mondo a parte ricreato con contaminazioni di vari generi, musica in particolare, ma anche cinema, letteratura, che poi è quello che mi è successo per davvero lavorativamente parlando. Lodolandia è un mondo immaginario di grande divertimento. Il divertimento è anche mio: lo dico sempre, finché mi diverto a fare ‘sta cosa funzionerà, dopodiché sarà finito tutto. Ma sai poi una cosa? Io ho un nome che si presta a tante definizioni. In Lo-do-la ci sono note musicali, e poi il finale puoi giocartelo in vari modi. Me l’ha fatto notare per primo Aldo Busi. Venticinque anni fa ci siamo conosciuti in una galleria a Milano, e lui mi ha detto che nel nome c’è già il destino di una persona. Quando gli ho detto il mio, mi fa: «Con quel nome non puoi non essere un artista.» Se quello dei Rolling Stones non si fosse chiamato Mick Jagger ma Bardolini Giuseppe, dove cazzo andava?

Tornando al tuo sito web, nella tua biografia si legge l’importante influenza ricevuta da tre maestri: Matisse, Depero e Il Beato Angelico.

Matisse: cazzo, ma senti che nome…? Matisse apparteneva a un gruppo che si chiamava i Fauve, le belve: mi piaceva per come usava il colore puro, fuori dal tubetto, non lo mischiava, non faceva sfumature. Io mi sono sempre identificato in quel modo di usare il colore. Il Beato Angelico mi ha passato un’influenza inconscia. Ho fatto un anno all’Accademia di Firenze e casualmente andavo a studiare di fronte al convento dove il Beato Angelico aveva dipinto tutte le cellette, e il colore usato da lui e il suo modo di lavorare mi ha colpito. Fortunato Depero in particolare è stato il primo italiano a lavorare in America, quindi a contaminarsi con altri linguaggi, tipo il teatro facendo scenografie, poi vestiti, pubblicità. È lui che ha ideato la bottiglietta della Campari, quella bellissima fatta al contrario, perciò ho detto: «Cazzo, fantastico! Cinquant’anni prima di Andy Warhol, solo con meno celebrità! (Anche perché essendo italiano sei già sfigato in partenza se vai alla conquista del mondo…)»

(db)

Infatti, tornando a Depero, lui e Balla nel 1915 si autoproclamano astrattisti futuristi e descrivono la loro arte come un universo «coloratissimo e luminosissimo». Questi due aggettivi riassumono chiaramente il significato del nome Nuovo Futurismo, di cui tu sei uno dei maggiori esponenti. 

Ci sta alla grande. Sai come diceva Picasso, no? Diceva: «Tu cerchi sempre di copiare qualcun altro, soprattutto quando sei agli inizi. Nel tentare inconsciamente di copiare, di rifare qualcosa che ti è piaciuto, siccome alla fine non ci riuscirai mai davvero, proprio lo scarto che c’è fra quello che fai e quello che stai copiando è il tuo stile.» Alla fine anche per me è saltata fuori la vera identità.

E la tua identità è davvero futurista o hai un’anima pop che pulsa?

È un misto. Poi le definizioni le ho sempre lasciate ai critici, perché ti devono catalogare: Futurista, Pop, Neopop, Neofuturista, ti devono dare un’etichetta. Io non mi sono mai preoccupato di queste cose. Quando i miei lavori andavano al giudizio del critico capivo che ero stato messo in un contesto, però mentre li facevo non mi ponevo il problema di essere Pop o astratto, li facevo e basta. Adesso ho capito le collocazioni. Il critico è una figura inventata negli ultimi anni e adesso ha il suo potere, tanto che diventa più importante dell’artista che presenta. Il meccanismo deve funzionare perché questa cosa, questo universo dell’arte, abbia successo. Il critico per me ha sempre avuto una sorta di formula psicanalitica, mi spiega perché faccio quello che faccio, come se andassi in analisi. A volte ho trovato delle spiegazioni bellissime e ho detto: «Cazzo, è vero! Non me n’ero accorto di aver fatto ‘sta roba fantastica!», altre volte invece non mi sono riconosciuto in quello che ho letto.

Il tuo stile è una contaminazione di arti: musica, moda, televisione, cinema, letteratura, per poi creare un unicum perfetto e inconfondibile. Apro una parentesi: quando facevo l’Accademia di Fotografia, il mio professore ci diceva spesso che lo stile diventa anche una gabbia. Tu, più di chiunque altro artista contemporaneo, sei riconducibile a uno stile personalissimo. Ti senti un po’ ingabbiato?

Be’, sì, un po’ ha ragione il tuo professore. Per poter vendere e stare nel mercato ho comunque la necessità di essere riconoscibile, perciò continuo con l’uso della luce. Cosa che a me condiziona relativamente perché dal passaggio figurativo, per cui sono riconoscibile, ho cominciato poi a sperimentare altre situazioni, quindi diciamo che un po’ di spazio c’è. Però non è proprio una gabbia, perché alla fine è quello che farei al di là delle richieste di mercato. Ritorna il discorso di ciò che mi diverte. Io ho la fortuna, come diceva Fellini, di fare il lavoro che mi piace e paradossalmente mi danno dei soldi per farlo. Io non dico mai: «Cazzo, domani mattina devo andare in studio», io dico: «Cazzo, domani ho tre giorni di ferie e do di matto.» È un motivo per cui vale la pena essere vivi. Per quanto riguarda la moda, ti dico una cosa, però non ti mettere a ridere se no m’incazzo. Io all’inizio ho fatto anche il fotomodello. Avevo un amico che mi ha coinvolto in queste cose, per cui ho fatto servizi fotografici su Vogue e altre riviste. Ti ho detto di non ridere però…

Io rido sempre, mi piace ridere, però non eri niente male… Ma facciamo un po’ i cattivi adesso. Una domanda politicamente scorrettissima: di quale artista non compreresti mai un’opera?

Non parlo mai di artisti viventi perché diventa una forma di pubblicità. Ti dico che non mi piacciono i concettuali, perché trovo un gioco troppo facile esserlo. Io sono per un ritorno all’accademismo, data l’invasione atipica di omosessuali, rucola e artisti. Quando ero ragazzino io, gli omosessuali non lo dicevano, la rucola nei piatti dei ristoranti non la mettevano e gli artisti erano pochi. Adesso c’è questa comodità di raccontare cose filosofiche, religiose o sessuali in opere che sono frutto di idee banali e niente tecnica. E poi quando una cosa deve essere spiegata troppo per essere un minimo compresa perde di valore. Che succede se fra cento anni non trovano più il libretto di istruzioni? La Monnalisa è diventata così famosa perché non c’è una spiegazione finale, la Pietà Rondanini perché non è finita. Se io ti svelo una cosa, perdo il fascino e il mistero. Più so cose di te, meno sarò attratto da te. Tu sei attratta dalla morte perché non la conosci.

Hai riassunto la tua intuizione artistica, il tuo genio io dico, in queste parole: «I pittori hanno sempre cercato di catturare la luce in qualche modo, addirittura scomponendola. Io ho detto: “Adesso li frego tutti! La luce la metto dentro l’opera.”» È una delle tue tante frasi “paracule”. Vorrei tre parole, giusto tre, per descrivere la tua personalità.

Paraculato o no, io li ho davvero fregati tutti! Questa cosa delle tre parole è un gioco che non ho mai fatto. Tre parole non le so, forse però ti posso dire che sono un po’ come i miei lavori. Sembrano allegri e divertenti, invece dentro c’è una lettura di grande tristezza. Il fatto che non ci sono i volti, che c’è una luce che si accende e che si spegnerà… Sono rappresentativi di quello che penso sia la vita. Il primo approccio è la simpatia, però quando ti addentri c’è una profondità alienante, che mi disturba, che mi distrugge. Ti attiro con il Luna Park, però poi c’è anche il lato oscuro, c’è l’abisso.

Bella questa bivalenza. Posso dirne tre anch’io? Ironico, indolente, irresistibile. …E mi piace il fatto che tu abbia sempre fame, infatti stamattina ti ho portato una brioche alla marmellata, così possiamo chiamare questa chiacchierata una col-intervista o inter-colazione, decidi tu. Dai, una domanda sfigatissima: il tuo piatto preferito, rucola a parte. 

Sono indeciso tra la pasta e la pizza. Ma non ho pensato alle stagioni, altrimenti polenta, ma fatta come si deve, eh! Però da molti anni sono vegetariano. È stato Red Ronnie a portarmi sulla strada del vegetarianismo. Non riesco più a mangiarmi una fetta di salame o cose così, perché vedo la carne e sento proprio fisicamente il dolore dell’animale quando è stato ucciso, al di là dei discorsi etici o morali. Figurati che da bambino ero uno che andava a pescare le rane, le prendeva e gli spezzava le zampette, poi mia mamma le faceva fritte e le mangiavo. Mangiavo tutto quello che si muoveva, strisciava e rotolava. Adesso la vedo come una cosa terribile. … Ma, scusa, io pensavo a domande più cattive! Essendo un essere umano sicuramente avrò avuto comportamenti cattivi, mio malgrado, durante il percorso che ho fatto come artista… Però, va be’, ci sta…

(db)

Informazioni su Debora Borgognoni

Debora Borgognoni
Nasce a Pavia nel 1980. Dopo il diploma in Lingue Europee, studia fotografia professionale alla John Kaverdash School Academy di Milano e nel frattempo pubblica per Albatros il suo libro d’esordio “Caro diario…”

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