venerdì , 15 dicembre 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Idolo Hoxhvogli

Per la consueta rubrica delle interviste con autori e critici, noti e ignoti, abbiamo il giovanissimo esordiente Idolo Hoxhvogli, che ci ha parlato del suo primo lavoro  Introduzione al mondo (Scepsi & Mattana, Cagliari 2012) e tra una citazione e l’altra ha pure provato a portarci a letto per dimostrarci che il suo libro è bello e interessante da morire.

Da una sponda all’altra dell’Adriatico. In questi anni passati in Italia a studiare, lavorare e scrivere, hai mai pensato di rifare il percorso al contrario?

No. Sono cresciuto in Italia e cittadino italiano per ius sanguinis, non vedo perché fare il percorso inverso, anche se la crisi economica italiana consiglierebbe di imbarcarsi su un gommone direzione Durazzo. Personalmente mi sento un homo sapiens sapiens, con una cultura grossomodo europea. L’illuminismo francese, la rivoluzione industriale inglese, la filosofia tedesca e quella greca, il cristianesimo (religione nata in medio-oriente), non contano meno del luogo dove un utero ci ha sparato fuori. Il mio immaginario è più influenzato da Walser che da Matacotta o Volponi, più da Obama che da Napolitano, più da Osama Bin Laden che da Don Vito Cascio Ferro, più da Lady Gaga (bando ai choosy) che da Claudio Villa. «Volare, ooh ooh», non è un canzone di Modugno, è la Ryanair. Un giovane italiano ha Londra o Capparuccia in testa? Berlino o Sant’Elpidio a Mare? La Senna o l’Ete? L’Oktoberfest o la castagnata di Smerillo? Sono provocazioni, esagerazioni che servono a mostrare quanto problematici siano il nostro immaginario, la nostra identità, la nostra formazione. Siamo strutturalmente impuri. Io sono impuro. Chi afferma il contrario propone un omogeneizzato umano, una larva da laboratorio, un tetrapak esistenziale, un’antropo-lobotomizzazione ideologica, uno spezzatino andato a male, un’insalata in busta, di quelle che «sanno di cartapesta». Il mondo è cambiato. Molti terroristi islamici sono cittadini inglesi o americani. Molti cittadini inglesi o americani terrorizzano iracheni e afghani. «La situazione internazionale non è buona», direbbe Celentano.

Abbiamo letto moltissime recensioni del tuo primo lavoro (Introduzione al mondo, Scepsi & Mattana, Cagliari 2012) e sono tutte parecchio lusinghiere. Noi non crediamo in generale alle recensioni perché, concordando con Elizabeth Gumport, giornalista culturale per il The New Yorker, pensiamo che «quando non abbiamo voglia di descrivere un libro a qualcuno con cui vorremmo andare a letto, vuol dire che non dovremmo neanche scriverne». Allora ti chiediamo: descrivi il tuo libro come se volessi portarci a letto.

Direi questo: «Tesoro, se facciamo l’amore, prometto di non leggerti le ultime recensioni del libro». Userei il libro come una minaccia, in modo da ottenere anche il bis. Di fronte a simili intimidazioni, qualunque donna cede. Sono felice che siano uscite molte recensioni, significa forse che il libro ha lasciato qualcosa a qualcuno: qualche idea, qualche stimolo. Alla fine un libro è sempre utile, cosa c’è di meglio per regolare un tavolo traballante? Si può usare per riempire una mensola, per fare l’intellettuale portandolo in tasca, per far credere ai parenti di essere un bravo ragazzo. Il libro, anche solo come oggetto, è utilissimo, se poi dentro c’è scritto qualcosa di interessante ancora meglio. Introduzione al mondo è un libro utile, qualcosa potete sempre farci, anche se non volete leggerlo: acquistatelo, vale più di quello che costa. Con pochi euro sistemate il tavolo per tutta la vita, costa meno che comprare un tavolo nuovo. Poi «fa figo» leggere libri strani di autori sconosciuti. Questo libro non lo conosce nessuno, l’autore men che meno, farete un figurone: inizieranno a telefonarvi i circoli poetici di condominio, sarete assaliti dalle società filosofiche di quartiere, potreste essere chiamati a tenere una conferenza in municipio su questo tema: Ontologia formale e cavoli a merenda. Altro che «stay hungry, stay foolish», piuttosto «stay figo».

Ti hanno accostato a tanti autori importanti del Novecento, tra cui Kafka, citando filosofi come Deleuze. Hanno tirato in ballo la storia dello straniero, e quindi più o meno implicitamente la tua condizione di albanese in Italia. Noi abbiamo colto un aspetto assai più irriverente, dove la matrice principale del tuo libro muove dall’esigenza, forse non del tutto sopita e ancora da approfondire, di voler parlare a tutti di tutto. L’inghippo è che nel mondo ci sei dentro pure tu fino al collo, anche se tenti di restarne fuori. Condividi?

Kafka, Deleuze? Non scherziamo, questi sono mostri. Si tratta di autori la cui conoscenza ha aiutato a non traviare o equivocare il genere e la struttura di Introduzione al mondo. Ringrazio comunque i recensori per la stima e per l’apprezzamento: Stramaccioni docet. No, non voglio parlare a tutti di tutto. La prosa breve, come quella di Introduzione al mondo, è per sua natura nomade, rapsodica, tocca molte realtà per abbandonarle subito. Non c’è superbia nella prosa breve, non vuole parlare a tutti di tutto, piuttosto c’è il riconoscimento di una mancanza: il non poter dire tutto, il non poter dire a tutti. La prosa breve per un verso si ferma, per un verso si muove: si ferma dopo poche righe lasciando il lettore sospeso in una considerazione frammentaria e atipica; si muove da un luogo all’altro, da una situazione all’altra, perché consapevole della propria caducità. Non tento di restare fuori dal mondo: l’autore si deve bagnare nel fiume se vuole riportarne a riva il bagnato. Io il bagno lo faccio. Altri, chiusi nelle accademie, nelle università, nelle facili scelte di vita, non fanno il bagno nel fiume, ma il bagnetto nella boccia del pesciolino rosso.

Anche a noi piace fare le citazioni (ne abbiamo diffusamente parlato in questo speciale). Leggendo alcune cose tue ci è tornato in mente Dogville di Lars Von Trier. Ci abbiamo preso, o no?

Se devo citare alcuni registi che mi hanno influenzato, cito Lars Von Trier, Kubrik, Chaplin, Fellini e Baffo Quintili. Nel libro ci sono tre riscritture di autori realmente esistiti, e sono riportati i nomi in nota alla fine del volume. Poi ci sono anche altre citazioni, ma si tratta di autori o intellettuali mai esistiti. Una critica mi ha accusato di aver fatto troppe citazioni, ma non si è accorta che le citazioni sono – tranne quelle dichiarate in nota a fine libro – inventate: è come accusare un romanziere di citazionismo perché nel suo romanzo sono presenti dei dialoghi. Assurdo no? O. non esiste, l’intellettuale non esiste, Leo non esiste, gli psichiatri e i loro compari non esistono. Se la critica (come altri) c’è cascata, significa che le false citazioni sono verosimili: quando personaggi surreali sembrano verosimili, l’allegoria diventa concreta. Pensa ad un esperimento: scrivere un giornale intero di notizie inventate, ma così verosimili da sembrare vere: sarebbe bello far arrabbiare milioni di persone con uno scherzo simile, forse la coscienza del ruolo dell’informazione ne uscirebbe rafforzata. Ogni parola, poi, è una citazione. Se uso il termine «parricidio» cito Dostoevskij, l’Amleto o Sofocle? E Shakespeare cita l’Edipo Re? Noi stessi siamo la cristallizzazione carnale di esistenze passate. Il nostro DNA è un insieme shakerato di citazioni biologiche del passato con l’aggiunta di variabili. Sul tema sono interessantissimi i volumi: Walter Walser, Il vero, il falso e a che ora passano i treni, Edizioni Atlantide; Leonardo Allegria, I protocolli dei savi di Reggio Emilia, Edizioni Sinagoga. In questa risposta, ad esempio, ci sono almeno tre citazioni inventate.

Chiudiamo con una domanda rituale a cui sottoponiamo gran parte dei nostri intervistati (una specie di tradizione, e noi siamo molto conservatori). Raymond Federman, negli ultimi anni di vita, sosteneva che la letteratura stesse perdendo la sua battaglia per l´interpretazione e la rappresentazione del reale. Tu cosa ne pensi?

Penso che la letteratura non debba ridursi a mero intrattenimento. Se si riduce a intrattenimento, i compiti di interpretazione e rappresentazione non possono essere svolti. La letteratura può anche intrattenere, ma mai solo intrattenere. Il primo compito della letteratura, e dell’arte, è l’interpretazione, la rappresentazione: l’intrattenimento viene dopo. Questo è il mio parere. Altri possono pensarla diversamente. Visto che ci piace citare, cito Vargas Llosa: «La diffusione della cultura è positiva, ma non al prezzo della banalizzazione. […] Io non credo che gli scrittori debbano rinchiudersi in una mafia esoterica, ma la funzione della letteratura è sempre stata quella di affrontare i problemi profondi e seri della vita. Gli autori devono fare lo sforzo di comunicare, ma hanno anche la responsabilità di coniugarlo col rigore, l’originalità e l’impegno creativo per costruire nuove forme di arte».

(rrb)

Informazioni su Rosario Battiato

sopravvive soltanto a temperature basse e in ambienti chiusi. Ha studiato Storia, ma ha la tendenza a fare il giornalista e a costruire un pastiche al giorno. Fondatore di Asterischi.

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