martedì , 12 dicembre 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Francesca Milaneschi

Raymond Federman e Francesca Milaneschi nell’aprile 2009 alla Reid Hall della Columbia University a Montparnasse, in occasione del suo ultimo viaggio in Europa e del loro ultimo incontro.

Francesca Milaneschi ha avuto il grande merito di offrire al pubblico italiano due traduzioni delle opere di Raymond Federman per la La Lepre Edizioni. Si tratta di Chut! Zitto e Il mio corpo in nove parti, entrambe ordinabili sul catalogo online www.lalepreedizioni.com. L’abbiamo intervistata per conoscere le ragioni del ‘silenzio’ italiano sull’autore francoamericano e per comprendere come stia la letteratura in rapporto all’interrogazione del presente.  

Federman ha sempre ribadito la sua specificità di essere uno Straniero negli Stati Uniti, nostante vi abbia vissuto più di mezzo secolo. Questa peculiarità di essere contemporaneamente francese e ed “esiliato” lontano da casa, come amava ripetere, in che maniera si riflette nella sua scrittura? In altri termini è possibile avvertire, traducendo Chut! Zitto, una specifica componente che fa di Federman un francese ibridato con la cultura americana?

Chut è il frutto maturo di un lungo percorso di scrittura che ha fatto della non-appartenenza culturale la propria caratteristica saliente; o meglio, si tratta di una duplice appartenenza linguistica e culturale, profondamente europea e profondamente statunitense al tempo stesso, come appare già dal primissimo romanzo pubblicato da Federman nel 1970, intitolato appunto Double or Nothing. Come del resto accade spesso nella produzione letteraria del nostro autore, esiste una seconda versione in inglese di Chut, un’auto-traduzione che se non sbaglio dovrebbe essere già stata pubblicata negli Stati Uniti. Sebbene Chut  sia un romanzo scritto in francese, che racconta un momento storico particolarmente oscuro della storia di Francia del secolo scorso, dal punto di vista stilistico e formale è un’opera post-moderna (anzi avant-pop per servirmi di un termine prettamente americano), che sembra sforzarsi di rientrare nelle griglie del realismo e della leggibilità, instaurando con il lettore un rapporto di complicità sotto il segno dell’understatement, un atteggiamento che nella letteratura francese dei nostri giorni non mi sembra molto diffuso.

Federman non gode di un pubblico ampio in Italia, eppure è considerato un importante autore degli ultimi decenni. A Suo avviso dove vanno ricercate le motivazioni di questa situazione?

Come dicevo nel rispondere alla Sua prima domanda, Chut palesa nelle sue pagine lo sforzo dell’autore per rientrare nei canoni del realismo e della leggibilità, che sembrano oggi elementi indispensabili perché un’opera letteraria, che voglia per di più fregiarsi del titolo di “romanzo”, non venga esclusa a priori dal sistema del mercato editoriale e librario. Non stupisce che il paese in cui Federman da sempre gode di maggiore popolarità sia proprio la Germania, dove la vivacità culturale e lo sperimentalismo nell’arte sono ancora incoraggiati e trovano un loro naturale bacino d’ascolto, mentre le nostre classifiche sono zeppe di quelli che T.W. Adorno avrebbe definito, con una certa rassegnazione, “prodotti culturali”.

Lei ha tradotto per La Lepre edizioni Chut! Zitto. Può dirci per quale motivo affascinerà il pubblico italiano?

Federman, che purtroppo è ormai scomparso, ma che ho avuto la fortuna di poter conoscere e apprezzare di persona, aveva una grande fiducia nel buon gusto innato e nella grande tradizione  culturale degli italiani. In tutti i romanzi precedenti di Federman, il narratore si dibatteva con la difficoltà di raccontare una storia, la propria storia, che veniva procrastinata quasi all’infinito, disseminata e frantumata in mezzo ad una miriade di digressioni. Con Chut l’autore sembra aggirare l’ostacolo della “imperdonabile enormità” della Storia assumendo lo sguardo di un bambino, che conferisce al racconto la sua immediatezza e un’apparente semplicità affabulatrice. Questo romanzo presenta per il pubblico italiano un interesse storico particolare, narrando con totale assenza di mistificazione ideologica gli eventi legati all’occupazione nazista in Francia, prima della deportazione ad Auschwitz di tutta la famiglia dell’autore/narratore: padre, madre e due sorelle, una più grande e l’altra poco più piccola di lui. Si tratta di esperienze storiche che in parte anche il nostro paese ha condiviso e che col tempo riemergono dall’oblio e dall’imbarazzo della storiografia ufficiale: basti pensare all’episodio della fuga ad Argentan in Chut.

Federman credeva molto nel potere della letteratura anche in rapporto al miglioramento della realtà oggettiva, concetto ribadito nel celebre saggio L’ultima battaglia della letteratura. Questa battaglia si sta perdendo?

Non bisogna dimenticare la grande lezione di coraggio che l’opera di Federman porta con sé, sul piano tematico come sul piano della scelta formale: le sue narrazioni, o forse sarebbe meglio dire le sue non-narrazioni, non ci parlano tanto dell’Olocausto quanto del “dopo-Olocausto”, di come si può e si deve sopravvivere, di come lui è sopravvissuto, grazie all’emigrazione negli Stati Uniti, all’esperienza di operaio, jazzista, paracadutista in Giappone e Corea, poi studente alla Columbia University, infine professore universitario, amico di Samuel Beckett, critico e, last but not least, scrittore. Alla necessità della sopravvivenza dell’autentica letteratura fa appello anche l’opera critica di Federman, i saggi Critifiction e Surfiction  ad esempio, nel rifiuto delle narrazioni escatologiche e facilmente consolatorie, del sentimentalismo di tanta arte e letteratura del post-Olocausto e in generale del secondo dopoguerra. Se la letteratura non è più sguardo critico sulla realtà, se la letteratura non sa creare altro che una rassicurante e riconoscibile illusione di realtà, la sua battaglia è persa in partenza. Talvolta mi sono chiesta se Chut, Zitto!, oltre a ricordare l’ultima parola che Federman si sentì dire da sua madre prima che venisse deportata, non stia a rappresentare anche un silenzio più grande e più grave, ovvero il silenzio dell’arte nel nostro tempo.

(rrb)

Informazioni su Rosario Battiato

sopravvive soltanto a temperature basse e in ambienti chiusi. Ha studiato Storia, ma ha la tendenza a fare il giornalista e a costruire un pastiche al giorno. Fondatore di Asterischi.

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