martedì , 27 giugno 2017
Le news di Asterischi

Intervista ad Alessandro Baronciani

alessandro baronciani

Alessandro Baronciani è uno tra i migliori fumettisti italiani. Le sue opere, tanto minimaliste nella trama e nella raffigurazione dei personaggi quanto grandiose nell’impostazione grafica delle ambientazioni, costituiscono uno dei migliori esempi di quella narrativa contemporanea che in Italia sembra vivere una stagione particolarmente vivace e qualitativamente straordinaria.
Loris Magro lo ha intervistato per noi.

Bao Publishing ha recentemente pubblicato una raccolta di storie brevi e inediti che ripercorrono la tua carriera ventennale. Che criterio hai adottato per selezionare le storie da inserire nell’antologia? C’è qualcosa che hai preferito non recuperare?

In effetti la carriera non è proprio ventennale. Però ci stava bene. Vent’anni fa ancora facevo il corso di perfezionamento a Urbino. Però è vero anche che le mie prime autoproduzioni ho iniziato a disegnarle lì, a scuola. E poi ci stava bene avere un ventennale da festeggiare, incoraggia! Un po’ come guardarsi allo specchio e dirsi che in fondo in fondo, non sei da buttar via.

Torniamo ai tuoi lavori più vecchi. In Le ragazze nello studio di Munari non mancano i riferimenti colti, da Calvino ad Antonioni e allo stesso Munari. C’è qualche artista che avresti voluto inserire nel tuo fumetto ma che per un motivo o per un altro è stato ‘eliminato’? C’è qualche altro autore cinematografico o letterario verso cui ti senti debitore?

Diciamo che quelli che volevo mettere li ho messi tutti. In realtà sono autori che piacciono molto anche al protagonista del libro. Tra quelli citati mi piacciono Dino Buzzati e Michelangelo Antonioni. Debitore un po’ lo sono per tutti quanti. Ve l’immaginate la sala riunioni dell’Einaudi con Calvino e Munari e Rodari che decidevano insieme la grafica delle collane senza nessun addetto al marketing o responsabile dei vendor?

raccolta_baronciani

Sempre in Munari non mancano geniali intuizioni grafiche, utilizzate per evidenziare certi particolari, come quando parli dell’uso del colore fatto da Antonioni in Deserto Rosso e, per sottolineare la portata rivoluzionaria delle scelte cromatiche del regista, sconvolgi l’universo coloristico del tuo fumetto introducendo il rosso, il verde, il blu in una storia disegnata in bianco e nero. Come ti è venuta quest’idea?

Probabilmente da Il Cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Mio zio Roberto, appassionato di cinema, aveva comprato prima di tutti il videoregistratore e aveva imparato a programmare la registrazione. Aveva una bellissima videoteca, tanti film da guardare. Non sapevo nemmeno io cosa stavo guardando. Mi facevo ispirare dal titolo e Il Cielo sopra Berlino era effettivamente un bel titolo. Le cose poi, ti rimangono dentro, e con l’esperienza capisce bene dove metterle, un po’ come alla fine di un puzzle da 3000 pezzi la parte finale dove c’è solo il bosco.

Nei tuoi fumetti c’è sempre una grande cura nel rappresentare l’ambientazione, tanto per quanto riguarda gli esterni – la città, un parco – quanto negli interni. È  importante, secondo te, dare una caratterizzazione forte e realistica a quello che potremmo definire l’apparato scenografico della storia?

Non sono mai stato bravo a disegnare le espressioni dei miei personaggi. Non mi piacciano. Mi sembrano sempre degli attori alla recita delle medie. E invece mi sono sempre divertito a disegnare i miei personaggi in un ambiente, in un panorama che in un certo senso amplificasse lo stato d’animo del protagonista. Un certo taglio di luce dice di più di una faccina smile triste. Forse.

Nonostante il fumetto sia ormai riconosciuto in tutto il mondo come un genere letterario vero e proprio, mi sembra che in Italia ci sia ancora un po’ di resistenza non da parte della critica, ma piuttosto dal sedicente pubblico colto. A cosa pensi sia dovuto questo atteggiamento?

Dici? Io penso che i fumetti sono abbastanza trasversali. Mi piacciono. Li leggo tanti: dai manga ai bonelli. Molte volte non mi piacciono ma sono insaziabile. Non penso che esista un pubblico colto che snobba le vituperate graphic novel, anzi forse viene più osteggiato da chi ha sempre letto soltanto fumetti. Recentemente anche Eco si è scagliato contro il romanzo a fumetti dicendo che effettivamente ci vuole una laurea per leggerlo. È vero anche che, al giorno d’oggi, chi non ha una laurea?

Il tuo libro Una storia a fumetti è nato come fumetto a puntate, mandato per corrispondenza a degli ‘abbonati’. Pensi che, nell’epoca di internet, dei social network e dell’e-book, il futuro della letteratura possa essere questo?

Non lo so. Io ho iniziato così perché più di disegnare fumetti volevo conoscere chi leggeva fumetti. Ho sempre preferito trovare delle persone interessate a leggermi piuttosto che disegnare. Social network, e-book amplificano la portata della produzione. Poi tutto dipende dal fatto se uno ha voglia di leggerti o no.

Grazie, credo, al rinnovato successo dei film tratti da fumetti americani, anche il fumetto d’autore sta guadagnando un suo posto nel mondo del cinema – penso a Rughe di Paco Roca o al celeberrimo PersepolisTu hai mai ricevuto proposte riguardo  una possibile trasposizione cinematografica di uno dei tuoi graphic novel? Ti piacerebbe averne la possibilità?

Certo che mi piacerebbe! A chi non piacerebbe vedere un film al cinema tratto da una sua storia. Però mi piacerebbe che cambiassero il finale del libro! Così almeno non so come va a finire.

Dal rapporto tra fumetto a cinema, passiamo a un altro incontro tra arti, quello tra fumetto e canzone; so che di recente hai tenuto uno spettacolo insieme a Colapesce e, tra l’altro, non era la prima volta che disegnavi delle canzoni. Mi racconti un po’ del tuo rapporto col cantautore siracusano e, in generale, del modo in cui lavori quando, progettando una storia a fumetti, prendi ispirazione da una canzone?

Ho iniziato a disegnare storie a fumetti ispirandomi a Love and Rocket e ai fratelli Hernandez che erano delle icone della scena punk californiana. Anch’io volevo raccontare i concerti che vedevo da ragazzo e dedicare queste storie ai gruppi che mi piacevano. Così è nata ad esempio Ipunk e la storia sui Nuvolablu di Ivrea. Con Colapesce è stata una scoperta. Era a Roma quando stava registrando il disco e Colasanti gli passa il mio libro Quando tutto diventò blu (dove tutto è blu, anche l’inchiostro con cui la storia è raccontata) e la Quota diventa la canzone dedicata al mio libro. Una bellissima sorpresa in un disco bellissimo. E poi non lo sapevo, l’ho scoperto per caso leggendo la recensione.

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Vorrei porti una domanda con cui noi di Asterischi siamo soliti salutare i nostri ‘ospiti’: Il critico Raymond Federman sosteneva che la letteratura stesse perdendo la battaglia per l’interpretazione del reale. Forse questo ruolo spetta ora al fumetto, che con la sua immediatezza visiva permette una rappresentazione della realtà quotidiana molto più efficace?

Il mondo sta per essere divorato dalle immagini, sono entrate dappertutto, perfino dentro i libri. I libri a loro volta sembrano essere diventati piccoli schermi. Siamo in mezzo all’oceano e i fumetti sono l’unico mezzo per capire le immagini. Tutto ha una grammatica e l’unico modo per capire la grammatica delle immagini sono i fumetti.

Informazioni su Loris Magro

Loris Magro
Nasce il 3 Maggio 1990 ad Agrigento. Un po’ per un’insaziabile curiosità, un po’ per geni ereditari, legge fin da piccolo tutto quel che gli capita sotto agli occhi; una volta cresciuto, decide di dedicarsi a tempo pieno alla critica letteraria.

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