martedì , 27 giugno 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Dimartino

Antonio Di Martino, in arte Dimartino, (due album, collaborazioni con Dario Brunori, Marta sui Tubi e Le Luci della Centrale Elettrica e un paio di pezzi dispersi tra compilation e dischi-tributo) è uno tra gli esponenti più interessanti di quella che alcuni cominciano già a definire come la nuova scuola cantautorale siciliana.
Loris Magro di Asterischi.it l’ha incontrato in occasione di un suo concerto e gli ha fatto qualche domanda sul suo album Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile.

Oltre alle canzoni tratte dai tuoi album, girovagando un po’ su Youtube si trovano alcune cover, tra le quali spiccano le reinterpretazioni di una canzone di Dalla, Attenti al lupo e quella di un pezzo di De Gregori, L’uccisione di Babbo Natale. Oltre a questi due chi sono i cantautori a cui ti senti più vicino, che consideri i tuoi ispiratori?


Sicuramente Piero Ciampi. Ciampi è uno dei cantautori a cui mi sono affezionato prima: la sua poetica così irriverente mi ha subito colpito, Ma che buffa che sei, ad esempio, è un pezzo che ha cambiato il mio modo di scrivere. Poi ovviamente c’è Tenco e anche cantautori ‘da classifica’ come Venditti, del quale apprezzo molti pezzi del primo periodo, o Califano. Secondo me questi sono cantautori che vanno esaminati a fondo, partendo dalle loro origini in modo da trovare i loro pezzi più particolari e non solo i singoli di successo.

Tu hai citato Piero Ciampi, che insieme a Sergio Endrigo è stato per molti versi dimenticato rispetto ad altri grandi autori della canzone italiana come De André o Guccini. Secondo te perché alcuni cantautori sono stati messi da parte dal grande pubblico?

Spesso è una questione di visibilità: uno come Ciampi a causa del suo carattere molto schivo non ha partecipato ai giochi mediatici della RAI o dei media del tempo. Bisogna dire che proprio Ciampi ora gode di una rivalutazione dovuta anche a chi nei primi anni duemila ha inciso delle cover dei suoi pezzi, come i La Crus con Il vino. È un discorso che credo valga anche per gli scrittori o i pittori ritenuti minori: la gente si affeziona a quello che vede sempre, alla canzone che passano in radio; è tutta questione di marketing.

A proposito di scrittori, nelle tue canzoni non mancano riferimenti letterari: penso a Pasolini in Cercasi anima o a Proust in Cartoline da Amsterdam. Gli scrittori, i narratori, chi scrive in prosa ti influenza quando componi una canzone?

Non ho mai scritto pensando a dei libri in particolare: da questo punto di vista sicuramente mi affascinano di più dal punto di vista iconografico che per quello che hanno scritto. Mi piace l’immagine di Pasolini con gli occhiali scuri, o quella di Monicelli visto come un vecchio che si suicida buttandosi da un balcone. Ovviamente i film di Monicelli sono opere d’arte, ma nelle mie canzoni tendo a sottrarre le opere dai loro autori e a citarli più per come noi li abbiamo conosciuti, per come li abbiamo visti in televisione o sui giornali.

Visto che stiamo parlando di scrittura mi viene in mente Cosa volete sentire, un’antologia di racconti scritti da alcuni esponenti della nuova generazione cantautorale e che contiene anche un tuo racconto. Avevi già scritto qualche prosa in passato e hai mai pensato di dedicarti alla narrativa?

Sinceramente non credo di esserne in grado; sono molto critico nei confronti della mia scrittura, non mi ritengo un bravo autore di racconti e quindi ho sempre tenuto i miei scritti per me.

Eppure ricordo una recensione del dantista Claudio Giunta che citava te e Brunori come autori dei migliori racconti dell’antologia.

Diciamo che quello è stato più che altro un gioco a cui mi sono prestato quando mi è stato chiesto se volevo partecipare. È ovvio che non bisogna mai dire mai, ma credo che scrivere canzoni e scrivere in prosa siano due cose diverse: Dostoevskij si alzava la mattina alle otto e scriveva, come fosse un esercizio quotidiano; per scrivere canzoni non c’è bisogno di un esercizio simile, si va molto più a istinto.

Tornando al mondo prettamente cantautorale vorrei chiederti a chi, tra quelli che appartengono alla nuova generazione, ti senti più legato? Hai già duettato con molti tra questi ‘colleghi’.

Più che dal punto di vista compositivo, mi sento vicino ad alcuni di loro nel modo di approcciarsi alla vita del musicista, soprattutto a Brunori, col quale ho molto in comune per quanto riguarda lo stile di vita che conduciamo, il modo in cui interagiamo col pubblico e con le canzoni.

Hai altri duetti in programma?

A dire il vero no, ma stasera* duetterò con Pippo Guagliardo, il chitarrista del mio vecchio gruppo, i Famelika e sono molto contento di poter nuovamente suonare con lui.

Parlando ancora una volta di cantautorato, ho notato che molti di voi autori emergenti dimostrate una formazione musicale meno vicina al mondo dei cantautori italiani di quanto si possa pensare: Brunori si è sempre detto lusingato ma stupito dal paragone con Rino Gaetano, Nicolò Carnesi (qui la sua intervista su Asterischi.it ), che tra l’altro ho intervistato qualche mese fa, ha detto più di una volta di essere stato un appassionato ascoltatore di musica elettronica…

Sì, anche io sono arrivato relativamente tardi al cantautorato: amo molto il prog, anche quello italiano del Banco del mutuo soccorso; nella mia adolescenza c’è stato pochissimo cantautorato, La buona novella di De André l’ho ascoltata a ventun anni. Se dovessi citare un cantautore che è stato veramente fondamentale per me è l’anti-cantautore per eccellenza, Battiato.

Anche Nicolò Carnesi ha citato Battiato…

Sì, io e Nicolò abitiamo rispettivamente a Misilmeri e Villafrati, due paesi vicini, quindi da quando ci siamo conosciuti c’è sempre stato uno scambio produttivo per quanto riguarda la musica. Proprio l’altro giorno sono andato a registrare il basso per un suo pezzo, uscito nell’Ep pubblicato insieme a Oratio. Venendo entrambi dalla provincia palermitana, tra l’altro, abbiamo molte cose in comune non solo dal punto di vista musicale ma anche per quanto riguarda le vite che conduciamo, i problemi con cui ci confrontiamo.

Oltre a Carnesi abbiamo citato Oratio, anche lui siciliano. Secondo te perché molti degli esponenti di questa nuova generazione di cantautori vengono dalla Sicilia e soprattutto perché sta emergendo proprio ora una nuova generazione di cantautori?

Io credo che in realtà il filone dei cantautori non sia mai finito. Marco Parente, Benvegnù, Cesare Basile hanno dato tanto al genere cantautorale, quindi mi sembra che dire che con Dente, Brunori, me e qualche altro ci sia una rinascita della canzone sia un po’ fuori tempo. La canzone è sempre esistita, il pubblico italiano è per attitudine abituato ad ascoltare le canzoni, i ritornelli. Non veniamo da Dylan come gli americano o dai Led Zeppelin come gli inglesi, ma da Massimo Ranieri, Gianni Morandi… i nostri genitori si sono conosciuti con quella canzone lì, oppure hanno ascoltato quella canzone a Sanremo nel ’75; l’Italia è avvolta dalle canzoni.

Visto che abbiamo parlato di canzonetta vorrei chiederti cosa pensi della cesura che spesso si tende a fare tra indie e pop, nonostante a volte ci siano dei segnali di riavvicinamento tra i due generi: penso a Rockit che recensisce Cesare Cremonini o a Bianconi che scrive per Irene Grandi.
Credi che oggi sia possibile per un cantautore sfondare, essere amato dal grande pubblico?

Io mi auguro che questa segregazione smetta di esistere. Non credo molto alla parola indie, è più un’invenzione giornalistica. Mi piacerebbe se una canzone valida e bella andasse in radio a prescindere da chi la canta, se Cremonini o Vasco Brondi, l’obbiettivo della musica è comunicare a più persone quello che fai. Non credo sia impossibile che tra qualche anno un pezzo di Brunori venga cantato a La prova del cuoco.

Del resto ci sono diversi autori indie che hanno fatto da autori per cantanti pop: prima citavo Bianconi, ma penso anche ad Alessandro Raina degli Amor Fou che ha scritto un pezzo per Malika Ayane o al nuovo disco di Marina Rei che ospita Capovilla del Teatro degli orrori e Appino degli zen Circus. A te piacerebbe scrivere una canzone per un artista pop?

Sì, se apprezzo quello che fa lo farei certamente. Per esempio avevo pensato di coinvolgere Luca Carboni in un pezzo del mio ultimo disco. La collaborazione poi non si è potuta realizzare, ma non mi sono posto il problema che Carboni fosse mainstream: mi piacciono le canzoni di Luca Carboni, non mi interessa della parte del mondo musicale in cui viene collocato.

Ora vorrei farti qualche domanda maggiormente legata alle tue canzoni: tanto in Cara maestra abbiamo perso quanto in Non ho più voglia d’imparare, contenuta nell’ultimo album, la scuola occupa un ruolo centrale nei tuoi testi; da dove nasce questo interesse?

Partiamo dal fatto che mia mamma è insegnante, quindi è un mondo a cui sono stato legato fin da piccolo. Il fatto è che la scuola, l’ente di formazione italiano, ha sempre avuto delle pecche che hanno portato a delle conseguenze che stiamo pagando ora. Alcuni aspetti della crisi che stiamo vivendo dipendono proprio dallo stato della nostra scuola.

Quando si parla di canzoni, si potrebbe pensare che le stagioni più ‘adatte’ siano l’estate e l’inverno, in ossequio al luogo comune secondo cui le mezze stagioni non esistono più. Eppure basta una rapida carrellata musicale per rendersi conto di come tanto i cantautori quanto i cantanti pop abbiano scelto l’autunno come tema per un loro pezzo. Tu perché l’hai fatto in Maledetto autunno? da cosa nasce questa canzone?**

Bufalino scriveva “autunno, stagione sleale” . Per me vale più o meno lo stesso, in Sicilia il primo giorno di autunno si può ancora andare al mare e il giorno dopo può pioverti addosso l’universo. Ho dei ricordi molto intensi legati a questa stagione , per me è una falsa stagione di passaggio, l’illusione dell’inverno la delusione dell’estate, il periodo migliore per rincontrarsi, per questo Maledetto autunno.

Anche altre canzoni del tuo ultimo disco, Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile, rimandano ad attività e momenti che cominciano in autunno: l’università, il catechismo… E’ forse questo il filo rosso che unisce tutte le canzoni del disco?

In realtà non ci avevo mai pensato, le canzoni di questo disco per me sono fotografie di un momento al di fuori di uno spazio temporale ben definito. Se c’è un filo che tiene tutti i pezzi uniti lo ritroverei proprio nel concetto di tempo di come cambia a seconda delle età e delle esperienze personali . Tornando all’autunno è proprio la stagione in cui è più difficile accorgersi del tempo che passa, le giornate si accorciano e si ritorna con difficoltà ai ritmi abituali.

 

Il video dell’intervista

Note:

* Nel corso del concerto tenutosi a Palermo il 21 Settembre 2012 (Ndr)

**Le ultime due domande sono state pubblicate anche nel numero di settembre di Universitinforma, mensile dell’Università degli studi di Catania (http://www.universitinforma.it/wp-content/uploads/2012/09/Universitinforma_settembre_2012.pdf)

(lm)

 

Informazioni su Loris Magro

Loris Magro
Nasce il 3 Maggio 1990 ad Agrigento. Un po’ per un’insaziabile curiosità, un po’ per geni ereditari, legge fin da piccolo tutto quel che gli capita sotto agli occhi; una volta cresciuto, decide di dedicarsi a tempo pieno alla critica letteraria.

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