domenica , 24 settembre 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Vincenzo Latronico

 

 

 

Vincenzo Latronico è una delle giovani promesse del panorama letterario italiano. Noi di Asterischi.it l’abbiamo conosciuto in occasione della rassegna ContemporaneA, tenutasi ad Agrigento la scorsa estate grazie ad Amedeo Brucculeri e Gero Micciché di El Aleph.
A quasi un anno di distanza da quell’incontro, abbiamo finalmente avuto occasione di intervistarlo, parlando un po’ con lui di letteratura, dei suoi libri e della sua vita.

A soli ventotto anni sei già un autore affermato, con due romanzi alle spalle, qualche traduzione e numerosi articoli sull’arte contemporanea pubblicati su Domus.

Mi piacerebbe se ci raccontassi come sei arrivato a pubblicare il tuo primo romanzo, Ginnastica e rivoluzione e quale sia il trucco per non perdere la strada e riuscire a continuare una carriera da scrittore.

Ho pubblicato Ginnastica e rivoluzione  mandando il dattiloscritto in Bompiani, con cui già lavoravo come traduttore; facevo il traduttore perché prima avevo collaborato con la casa editrice come lettore; ero diventato lettore per una improbabile serie di coincidenze che raccontata suona finta, e su cui quindi mi taccio.

Per continuare, non credo che ci siano trucchi. Penso che ci sia una differenza fra amare l’idea di scrivere – cioé, amare trovarsi col libro già scritto – e amare scrivere – cioè, amare passare le giornate da soli, assediati da un senso di impotenza e di inutilità ma anche, a volte, dalla sensazione di essere nella stanza accanto a quella in cui accade qualcosa di prodigioso. A me piace, quella sensazione, e faccio il possibile per trovarmi a provarla. È tutto qui, credo.

 

Tanto in Ginnastica e rivoluzione quanto in La cospirazione delle colombe la città funziona quasi come un personaggio a sé stante, con le sue storie, i suoi ritmi, le sue perversioni pronte a condizionare i protagonisti dei romanzi.

Dimmi, questa rappresentazione dello spazio cittadino ha avuto bisogno di uno studio da parte tua o è scaturita dall’esigenza di puntare lo sguardo sui luoghi in cui si muovono i tuoi personaggi?

Non capisco bene l’alternativa fra lo “studio” e l’“esigenza”. In generale mi interessano i romanzi maldestramente definiti “sociali”, in cui i personaggi sono più che altro pretesti per ciò che hanno intorno, e non viceversa; e in questo senso la città fa molto. È anche un modo comodo, credo, per associare un’atmosfera predefinita al racconto, promettendo al lettore un sapore ben preciso già prima dell’inizio – che poi andrà in parte consegnato e in parte tradito, come tutte le promesse, o quasi.

 

A proposito di città, so che hai vissuto per un lungo periodo in Germania; com’è vivere in un altro paese europeo? Quanto cambia il modo di rapportarsi alla gente e, da scrittori, al mondo della cultura?

Onestamente: non lo so. Pur vivendo in Germania, continuavo a lavorare con l’Italia, scrivendo e traducendo; ero lì perché, per varie ragioni, Berlino sta attraendo un po’ da tutt’Europa persone che per lavoro possono trovarsi ovunque. Questo, in un certo senso, faceva di me un apolide, ma anche un turista di lungo periodo: come Stendhal a Milano, potevo godere dei piaceri del cittadino senza patirne le vergogne, perché non ero responsabile di ciò che mi circondava. Hai detto poco.

 

Ho apprezzato molto il modo in cui hai gestito il narratore de La cospirazione delle colombe: di tanto in tanto interviene come se fosse un personaggio vero e proprio, mentre per la maggior parte del tempo viene assorbito dal suo ruolo lasciando spazio ai veri protagonisti dell’opera.

Come ti è venuta l’idea di giocare in questo modo con questa figura?

È paradossale, ma in fondo è la cosa più naturale, da un punto di vista della “realtà”, no? Tu, narratore, racconti una storia che il più delle volte incrocia superficialmente la tua – per questo ne conosci i luoghi, i dettagli – ma che in larga parte è diversa da te. Era anche, credo, un modo per rispondere alla domanda solo apparentemente ingenua che chiede dove sei tu nella tua storia, che è un altro modo di chiedere perché una storia falsa è importante come o più che se fosse vera. Io ho tentato di esplicitare la risposta.

 

Ne La cospirazione la trama si fonda su una serie di incontri dettati dal caso e dalle coincidenze; leggendo il romanzo non ho potuto fare a meno di pensare ai libri di Jonathan Coe, che nel creare reticoli di coincidenze è un vero maestro. Senti un’influenza da parte di questo autore? Quali sono gli autori su cui ti sei formato, italiani e stranieri?

Di Coe ho letto solo La banda dei brocchi, e non mi aveva colpito più di tanto, ai tempi. Credo che le coincidenze siano sottovalutate, in generale: perché di rado sono davvero tali, c’è tutta una preselezione di persone che puoi incontrare e cose che ti possono capitare, dipendente dal censo, dalle abitudini, dalla personalità. Se c’è stata un’influenza, pure eccessiva, su quel libro, è quella di Bolaño e di Balzac.

 

Tra la fine del 2008 e l’estate del 2009 hai condotto  su Radio Onda d’Urto il programma Mai più soli, durante il quale inscenavi una conversazione col defunto Kurt Vonnegut e con altri ospiti occasionali. È un’idea che mi ricorda moltissimo Le interviste impossibili, programma radiofonico a cui parteciparono, tra gli altri, Calvino, Manganelli, Arbasino e che per molti versi contribuì alla nascita di un nuovo genere letterario.
Anche noi di Asterischi.it ci siamo cimentati con qualche intervista impossibile, rendendoci conto soltanto dopo qualche tempo di quanto fosse fiorente e apprezzato questo modo di far letteratura!
tu hai mai pensato di raccogliere in un libro i tuoi interventi a Radio Onda d’Urto?

Mah, un po’ ci ho pensato, ma sarebbe una truffa, credo, o una forma di narcisismo – i testi sono già online, e chi li vuole li trova più facilmente così.

 

Chiudiamo con una domanda che facciamo sempre ai nostri ospiti: il critico Raymond Federman sosteneva che la letteratura contemporanea stesse perdendo la sua battaglia per lo studio e l’interpretazione del reale. Potresti dirci cosa ne pensi?

Penso che sia impossibile definire cos’è la contemporaneità, cos’è il reale, e cos’è la sua interpretazione, e quindi questa frase, come direbbe Wittgenstein, non è ben formulata. Al di là della battuta, lo credo davvero. Ma poi: che cos’è la letteratura?

(lm)

Informazioni su Loris Magro

Loris Magro
Nasce il 3 Maggio 1990 ad Agrigento. Un po’ per un’insaziabile curiosità, un po’ per geni ereditari, legge fin da piccolo tutto quel che gli capita sotto agli occhi; una volta cresciuto, decide di dedicarsi a tempo pieno alla critica letteraria.

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