venerdì , 24 novembre 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Roberto Mineo

Foto di (db)

Professione: fotografo. Specializzazione: Still life. Classe: 1963. Siciliano d’anima, milanese di nascita e rinascita. Ma questo genere di banalità descrittive non si addicono alla sua personalità un tantino schiva a primo impatto, eppure enormemente osservatrice e minuziosa dopo soli cinque minuti di studio reciproco. Frasi mai scontate, voce profonda e dosata, anche un po’ penetrante onestamente, che può provocare quel minimo di soggezione che non ti aspetteresti. Roberto Mineo, una vita in nome della fotografia e per la fotografia. Ma facciamolo spiegare a lui il significato del suo percorso che a me piace tanto definire concettuale.

Voglio pensare a questa intervista come a una chiacchierata tra amici, non essendo io una vera giornalista ma una scrittrice e fotografa, nonché tua ex allieva. Conosco di te alcune cose e quello che mi ha sempre colpito è che ti dai in modo concettuale, filosofeggi su te stesso e sulla vita. Oggi però vorrei cominciare con un inizio più concreto: l’inizio della fotografia per te.

Il colpo di fulmine è arrivato a tredici anni. Per errore un’amica di mia mamma mi ha regalato una Kodak Instamatic. Ho fatto le mie foto, le ho portate a sviluppare ed ero convinto che mi sarebbero tornate le stampine 10×12, invece mi hanno dato uno scatolino con dentro le diapositive. Io non sapevo nemmeno che esistevano le diapositive: ho aperto ‘sta cosa, le ho guardate e sono stato affascinato da questa fotografia fatta di piccole immagini in trasparenza. Fin da bambino sono stato attirato dalle cose viste in trasparenza: non te ne so spiegare il motivo. Da lì ho cominciato a fare un rullino al giorno, trovando i soldi in vari modi, fregandoli ai miei per esempio. La prima reflex era una Zenith, l’ho comprata a Porta Portese dai profughi russi. Per la prima occasione di lavoro dobbiamo arrivare a diciotto anni. Ero ancora a Milano. Poi i miei si sono trasferiti nella terra d’origine, la Sicilia, e a Palermo, mentre frequentavo l’università, ho lavorato nello studio-galleria d’arte L’Immaginaria e collaborato con un giornale palermitano come reportagista.

Quindi devi a Palermo e alla Sicilia la tua carriera di fotografo?

Si può dire di sì, nonostante ci sia rimasto soltanto due anni. I miei nonni avevano una casa in borgata, bellissima, di tre piani, col giardino, spazi addirittura inutilizzati, il negozio dove c’era mio nonno che vendeva alimentari, così io mi sono trasferito da loro. Questo mi ha permesso di farmi la prima camera oscura. Eppure a diciotto anni la fotografia non era la mia unica passione; a quell’epoca scrivevo, dipingevo e suonavo, e nel frattempo sognavo il cinema come critico. Ho scelto la fotografia perché a un certo punto ho capito che dovevo andarmene da Palermo. Non so se sia stata la fotografia a scegliere per me o il contrario. Ad ogni modo mi è sembrata la cosa più vicina a diventare velocemente una professione. E da lì sono cominciati i guai…

… E da lì non ti sei proprio più fermato. Cito solo alcuni dei tuoi successi perché sono davvero tanti: la fortunata collaborazione con National Geographic per il quale curi uno dei Blog; la pubblicazione di due libri e di vari inserti e articoli nelle più note riviste di fotografia; una ventina di mostre personali un po’ in tutto il mondo; progetti pubblicitari su riviste del calibro di Vogue, Donna, Mondo Uomo e molte altre. Nel 1988 fondi a Milano una delle scuole di fotografia più prestigiose d’Italia: la John Kaverdash School Academy. Partiamo da qui e più precisamente da una cosa che mi ha sempre incuriosito, e cioè il logo che hai scelto per rappresentarla: l’uomo senza volto di Magritte. Mi sembra un altro dei tuoi giochi metafisici, o sbaglio?

Non sbagli. L’ho scelto perché amo molto Magritte. È uno dei pittori più “pubblicitari”; quello che faceva lui era quasi uno still life traslitterato in pittura. Ma tu lo sai per quale motivo? Magritte aveva grosse difficoltà con le sfumature, quindi si è inventato questa cosa delle tinte un po’ piatte, che però è stata la sua grande fortuna: ho sempre detto che i limiti diventano i pregi di una persona. Tutto è nato perché a me piace la pittura. Forse dovevo fare il pittore…

A noi sta bene che tu sia fotografo, che dici? Pensando alle tante affinità tra te e Magritte, me ne viene in mente una in particolare, anche se forse non è la più evidente. L’opera, come per tutti gli artisti, nasce da un’idea. Per voi, però, una volta che c’è l’idea è come se la concretizzazione dell’opera non fosse più necessaria.

È vero. Lo scatto è solo l’ultima cosa. Per Magritte era quasi una noia dipingere, trasportare l’idea su tela. Per me è più o meno uguale: la foto devo prima vederla, nasce prima in testa, non va cercata sul set. Durante le lezioni di still life alla John Kaverdash, monto il banco ottico solo all’ultimo momento. Gli allievi devono prima imparare a guardare l’oggetto e decidere a quale idea lo si vuole associare. Fare il contrario sarebbe un percorso troppo lento. In effetti per me la foto potrebbe finire quando il set è pronto e le luci sono montate.

… E credo che la massima espressione di questo “concettualismo” fotografico tu l’abbia raggiunta con il progetto FotoSculture (progetto che tra l’altro ha fatto il giro di molte gallerie un po’ in tutto il mondo ed è diventato un libro, “Roberto Mineo” per Silvana Editore).

Beh, premetto che FotoSculture è stato un gioco, un tentativo di fare un genere di fotografia che mi piaceva e che mi avvicinava un po’ ai pittori. Sono foto che hanno richiesto molta preparazione; per esempio, per Vie di fuga – un richiamo al pittore e grafico Escher – ho impiegato sei mesi a costruire la scenografia. Ho trovato la scusa della pittura per riprodurre scenografie grandiose, che poi sono diventate le fotografie “impossibili”, e alla fine un libro. La cosa bella è che ho occupato un sacco di persone in questo progetto, ognuno diventava l’esperto di qualcosa, e ho trasformato molte persone in qualcosa che nemmeno s’immaginavano. La mia socia e direttrice dell’Istituto dice che una delle cose che le piace di me è che io faccio diventare fotografo chiunque.

Sentendoti parlare di questi progetti, si percepisce una certa malinconia, così come nelle tue opere una grande disillusione. La John Kaverdash ti assorbe tutto il tempo, e tu sei un po’ costretto a dedicarlo completamente all’insegnamento. Ti manca la fotografia “libera”?

Sì, mi manca tanto. Dentro di me mi sono fatto questo conto: prima o poi andrò in pensione, e quando ci andrò tornerò a fare le cose mie. Col banco ottico, s’intende.

Al di là del mito dell’estero per noi italiani e al di là delle comodità lavorative del nord per noi fotografi nello specifico, non pensi mai di tornare in Sicilia un giorno?

Purtroppo in questo mestiere si ha bisogno di collaborazioni collaterali, ed è vero, al nord la realtà è più favorevole. Forse ora, se veramente assisteremo a un cambio generazionale anche politico, si potrà parlare di grandi cambiamenti anche al sud. Se io potessi, sarei molto più contento di aprire questa scuola a Palermo. Cercherei qualche villa in stile liberty, che sono quelle che amo di più, e sarebbe ancora più divertente insegnare. 

Vengo a farti da assistente se lo fai, promesso? Torniamo allo still life. Ero convinta che un fotografo affermato fosse un po’ come un cuoco, che non volesse svelare a nessuno i propri ingredienti. Tu invece lo fai e ti ci diverti pure un sacco, e non solo nel libro Still Life edito da Sprea Books, ma anche attraverso il blog di National Geographic. E poi di contro ti ho sentito dire un giorno: «La ricetta del vero successo è non svelare a nessuno la ricetta». Quindi, gli ingredienti segreti? 

Non ce ne sono. Io dico: questo è il mio percorso. Dico la strada, dico la tecnica, ma lo stile lo si deve trovare indipendentemente. Anche perché sono convinto che per quanto tu provi a copiare un altro, non riuscirai mai a fare quello che fa lui, per il semplice motivo che mentre tu arrivi a copiarlo, lui è già andato oltre. E poi peggio che mai è diventare la brutta copia di un altro. Ecco, dai, te ne svelo uno piccolino, di ingrediente segreto: se vuoi capire come metto le luci, devi guardare i film di Quentin Tarantino, lui usa luci spottate, chiazze di luci, come piace a me.

L’ultima domanda credo renderà felici molti dei tuoi allievi. C’è un mistero che aleggia da un quarto di secolo intorno alla tua persona. Ma chi è John Kaverdash?

Intanto ti dico subito che John Kaverdash non c’entra niente con l’uomo senza volto di Magritte. È un personaggio su cui scrivevo dei racconti. Era un tipo che odiava a morte la pubblicità, però aveva un sacco di problemi perché dentro il suo nome c’era un marchio di detersivo… La scelta alla fine è stata molto banale, perché quando mi sono trovato di fronte al notaio per formare la prima snc, io e il mio socio di allora non avevamo nemmeno pensato al nome. Le alternative al personaggio dei miei racconti erano cose tipo F64, Diaframma, Otturatore, per cui ho pensato subito a quel nome. Col passare degli anni John Kaverdash è diventato il mio alterego. Tutti conoscevano lui e nessuno conosceva me. All’epoca mi avresti chiesto: «Ma chi è Roberto Mineo?» Forse i libri e le mostre fotografiche sono state una rivendicazione del mio vero nome.

 

(db)

Informazioni su Debora Borgognoni

Debora Borgognoni
Nasce a Pavia nel 1980. Dopo il diploma in Lingue Europee, studia fotografia professionale alla John Kaverdash School Academy di Milano e nel frattempo pubblica per Albatros il suo libro d’esordio “Caro diario…”

Un commento

  1. Complimenti ,una carriera tutta meritata.

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