martedì , 26 settembre 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Marco Archetti

Marco Archetti, classe 1976, bresciano. Scrittore, giornalista, viaggiatore, lettore, boxeur.
C’è chi fa solo una cosa e male e chi, come lui, riesce a farle tutte e bene.
Un’intervista che è un racconto, un viaggio. Buona lettura, amici di Asterischi!

Vent’anni che non dormo è il titolo del tuo secondo romanzo. Stanotte, invece, come hai dormito?

Bene. Non ho mai avuto problemi di sonno, a dispetto del titolo e di presunti autobiografismi. Però è vero che sono mattiniero: cappuccio al bar come sempre, e alle 7.30 sono già seduto a scrivere.

“Il Natale aveva solcato le nostre pazienze con grandi aratri. Come ogni anno aveva convocato parentele sparpagliate, occluso vie intestinali, eccitato nel sangue del consumatore imperativi di appropriazione. E il Natale solcava casa nostra”. Ci siamo quasi. Quante portate prevede il tuo cenone quest’anno? A quale “zia esponenziale” rivelerai i tuoi più intimi segreti?

Non so quanto ammazzafegato sarà. In ogni caso, nulla rispetto ai cenoni della mia infanzia, quando con la famiglia passavamo tutte le feste nelle Marche, a Fabriano, il paese di mia madre. Ricordo tavole imbandite e un carnevale gastronomico, vassoi in planata a destra e a manca, piatti che atterravano e riprendevano il volo; e poi aneddoti, voci alte, risate, vino. Lo dico: la tavola è un formidabile punto di osservazione per chi scrive. Pensa a quella superbamente descritta – nello specchiera –  da Dickens ne “Il nostro comune amico”. Intorno a un tavolo ci sono, riassunti, tutti gli imperativi possibili, tutti i caratteri. Inoltre si può osservare non osservati. Si leggono volti, si ascoltano parole e racconti.

“Mia nonna prese la purga prima di andare a festeggiare l’anniversario di matrimonio numero diciotto. Si trattò, io credo, di un improvviso bisogno di chiarezza, di chiarezza intestinale più che mentale, ma forse una cosa andava appresso all’altra. Non voleva cedere alla gravità, alla pesantezza degli anni, della convivenza, delle melanzane”: La domanda, a questo punto, sorge spontanea: sei pro o contro l’uso dei lassativi?

Sono contrario. Ma non so perché.

Torniamo seri. Oltre a scrivere libri bellissimi (a proposito librai, ma che devo fare per trovare un libro di Archetti? Poi dice che uno compra su Amazon.), lavori anche come giornalista presso il Corriere della Sera (pagine di Brescia) con la rubrica “L’infiltrato speciale”. Com’è nata questa collaborazione?

È nata perché mi hanno chiamato, conoscevano i miei romanzi. Il mio primo articolo, scritto grossomodo un anno fa, mi ha visto infiltrato in una cena di nostalgici della Repubblica di Salò. Poi la cosa divertente di questa attività parallela è che, pian piano, vedendo quello che ricavavo narrativamente da ciò che osservavo, dal giornale mi hanno spedito (e continuano a spedirmi) nelle situazioni più disparate. Rispetto alla narrativa cambiano il mezzo e la modalità, ma in fondo si tratta sempre di fare il mio mestiere, cioè raccontare. E così io racconto. Ho raccontato partite di rugby, incontri di boxe, feste di partito, funerali, corsi di sopravvivenza, speed date, tratte ferroviarie, sale slot. Nel frattempo mi hanno chiamato per collaborare anche al dorso di Bergamo. Scrivo riflessioni su fatti di cronaca e di cultura. Ultimamente ho intervistato Nespoli, l’astronauta.

Mi incuriosisce sapere come scrivi quando scrivi. Ti siedi sulla tua seggiolina e…?

…e scrivo. Non c’è nulla di più noioso, credo, che vedermi scrivere. Perché scrivo e basta. Non ho vezzi o stranezze cui abbandonarmi. A tratti mi alzo dalla sedia, gironzolo per la casa parlando ad alta voce, piantandomi davanti a un muro, fissando una mattonella, guardando fuori dalla finestra, poi torno seduto. Tutto qui. In fondo è la descrizione di una persona psichicamente messa male. Scrivo sempre in cucina, se scrivo in casa. Sennò al bar. Sono capace di concentrarmi ovunque. Quando scrivo, non c’è niente, per me, al di fuori della pagina. Scrivo sempre come se avessi una bomba sotto la sedia, figurati se posso occuparmi di quelle intorno.

Tiri di boxe e questo mi tranquillizza nell’eventualità di un nostro futuro appuntamento. Raccontami perché ti sei appassionato a questa disciplina.

L’ho sempre seguita e amata. Da piccolo guardavo gli incontri in tv con mio padre. Mi piacevano Sugar Ray Leonard, Marvin Hagler e Loris Stecca – sono tre completi estranei per te, vero? Mio padre mi regalò anche dei guantoni rossi e gialli, e io mi divertivo scazzottando l’aria. Poi, trent’anni dopo, il Corriere della Sera mi ha mandato in una storica palestra di pugilato di Brescia – la Mariani – per scriverne un racconto. Nel guardare i pugili, il ring, i sacchi, mi sono detto: è bellissimo, io l’avrei sempre voluto fare, perché non l’ho mai fatto? Dal giorno dopo, alle 10 del mattino, ero lì. Tuttavia sono contro le millanterie e non credo sia il caso di sottolineare che i miei risultati non sono all’altezza dei pugili sopracitati. Però faccio il massimo. Tra i boxeur attuali mi piace molto Leonard Bundu, uomo in gamba e atleta umile, serissimo, integro; spero abbia la chance mondiale che merita. La boxe è uno sport stupendo, crudo e umano, che si porta dietro un ricco corredo aneddotico e letterario – a proposito, posso debordare? “Fat city” di Leonard Garner (Fazi) e “Il professionista” di W.C.Heinz (Giunti) sono due eccellenti romanzi che raccontano il pugilato.

Leggi moltissimo. Quali sono gli autori che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura?

Non saprei. Io cambio con gli scrittori che mi cambiano. Alcuni, però, restano. Tra questi: Charles Dickens, Mark Twain, Truman Capote. Sergej Dovlatov, George Simenon, Goffredo Parise. Bernard Malamud, I.B.Singer, Richard Yates. Ma anche singole opere. “L’Antologia di Spoon River”, per esempio, è sempre sul comodino o nella mia valigia. Poi, sopra tutti, Cechov. Be’, lui è Dio. Ne sono certo.

Ebook o carta?

Non sono minimamente interessato alla questione. Anche scolpiti su tavolette d’argilla o incisi in bustrofedico nella buccia di un kiwi. Io voglio solo leggere, leggere, leggere. Senza, il mondo mi si stringe.

Bionda, rossa o scura? (voglio essere preparata.)

La birra, dici? Bionda. Ho anche fatto il cameriere per anni, alla Whurer di Brescia. Il mio turno era dalle 16.00 alle 04.00. In quel periodo ne bevevo un buon numero.

Progetti per il futuro.

In ambito letterario: scrivere sempre con questa gioia che ho adesso, sperando che ai lettori continuino a piacere le mie storie; io mi diverto più ora di quando ho iniziato. In ambito pugilistico: devo lavorare sui montanti, senza dubbio. In generale: rimanere sempre curioso, perché i romanzi si scrivono dimenticandosi di sé. Le storie me le sono sempre andate a cercare in giro, tra la gente, per strada.

A che ora passi, stasera?

Sono già per strada. Però ho un Tom Tom di quarta categoria, l’ho preso in una svendita. Speriamo bene.

 

Se l’intervista vi ha incuriositi e volete sapere di più, molto di più, su Marco Archetti, cliccate qui.

(tv)

Informazioni su Tamara Viola

Tamara Viola
È bellabellabella in modo assurdo. In perenne lotta contro il sole, gli uomini con le camicie a maniche corte, le donne con l’eyeliner sbavato. Famosa gerontofila, cade spesso in amore. Sa leggere e scrivere.

Un commento

  1. Intervista gradevole. Molto onestamente, non conoscevo Archetti, ma ho dato un’occhiata al sito e ho notato che non è certo l’ultimo arrivato. Se dico che ha una somiglianza estetica con Paolo Giordano, secondo voi, dico una ca***ta? ormai l’ho detta… saluti

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