domenica , 20 agosto 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Giorgio Fontana

Noi di Asterischi.it abbiamo incontrato Giorgio Fontana la scorsa estate in occasione della rassegna letteraria ContemporaneA.

Da allora l’abbiamo seguito leggendo il suo blog e i suoi libri che, spaziando dalla saggistica al romanzo, ci permettono di sperare in un ottimo futuro per la letteratura italiana.
A quasi un anno di distanza dalla presentazione del saggio “La velocità del buio”, abbiamo voluto intervistarlo per parlare di letteratura e di alcuni temi riguardanti il mondo della cultura italiana.

Oltre a tre romanzi, fanno parte della tua produzione letteraria il saggio La velocità del buio e Babele 56, un libro-reportage pubblicato da Terre di Mezzo. L’abitudine di affiancare alla produzione narrativa anche delle pubblicazioni sotto forma di saggio o reportage su argomenti non letterari ha una tradizione nobile: penso a opere come  I minatori della Maremma di Cassola e Bianciardi o ai saggi sul cinema di Soldati. Questa tradizione, che sembrava esser stata dimenticata o comunque messa da parte dagli scrittori appartenenti alle generazione pre-TQ, sta vivendo a mio parere una fase di rinascita, testimoniata ad esempio dalla collana ControMano della Laterza, che ha visto alcuni tra gli autori di narrativa di maggiore successo – tra gli altri, troviamo Enrico Brizzi, Gianrico Carofiglio, Giorgio Vasta, Tiziano Scarpa – cimentarsi con opere saggistiche o quasi saggistiche.

            A cosa pensi sia dovuto questo ritorno al saggio non letterario da parte della nuova generazione di scrittori?

 Premetto che non sono uno storico della letteratura italiana contemporanea, ma solo un osservatore interno. In generale, credo che questo ritorno di fiamma per la non-fiction sia dovuto al fatto che dopo una stagione di vago disimpegno e ampio ricorso all’arma dell’ironia (come quella degli anni ’90 e della generazione cannibale), i problemi sociali e civili si siano fatti più pressanti e concreti. Forse da questo è nata una nuova percezione della nostra contemporaneità e anche un bisogno di rileggerla e reinterpretarla: non tanto in quanto narratori tout court, ma in quanto persone che lavorano con le parole e sono partecipi di un certo humus culturale in mutamento. O forse è un po’ anche una moda, chissà: di nuovo, si tratta di un tema veramente complesso e non credo di essere la persona più adatta per formulare un’ipotesi riguardo le sue cause.

 

A proposito dei TQ, cosa pensi a riguardo?

Sono sempre fermo alle mie considerazioni critiche espresse un anno fa, e che si trovano qui: mi dispiace rimandare brutalmente a un altro pezzo per rispondere a una domanda, ma davvero sull’idea di fondo di TQ non ho molto altro da aggiungere e resta ferma la mia naturale avversione ai manifesti. (Anche perché, a un anno di distanza, non mi sembra che il movimento abbia realizzato molto di quanto ripromesso: almeno a giudicare dal sito ufficiale, appare tutto parecchio spento).

 

Fra i capitoli de La velocità del buio, in cui analizzi a fondo l’Italia del berlusconismo, dedichi delle pagine anche all’analisi di alcuni oppositori del berlusconismo, tra i quali spicca La Repubblica; a differenza di chi nutre quasi un timore reverenziale nei confronti del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, non manchi di evidenziare alcuni punti controversi che riguardano il giornale in questione, criticandolo soprattutto per aver creato una retorica che potremmo definire uguale e contraria a quella berlusconista; che una tale reazione da parte di chi, in presenza di un’opposizione parlamentare debole, sia in un certo senso comprensibile è ovvio, ma non credi ci sia il rischio che, una volta finita l’era berlusconiana, certe retoriche permangano in quelli che erano stati i suoi oppositori?

Certo, è uno dei problemi di chi cerca di fondare una retorica basata tutta sul contrasto di un avversario: scalzato l’avversario (ma non le sue conseguenze, mi preme sottolineare), anche la retorica gira a vuoto. Non ti sarà sfuggito che la copertina dell’Espresso di questa settimana ritrae proprio Berlusconi: è vero che si parla di un suo ritorno sulle scene, ma è anche un evento rivelatore. Il titolo è Rieccolo. A essere maligni, verrebbe da aggiungere: finalmente, eh?

(Comunque, anche la controretorica anti-Repubblica con il tempo è diventata praticamente un genere letterario, ormai abbastanza noioso e ripetitivo).

 

Sul tuo blog pubblichi una rassegna stampa domenicale che si occupa di notizie ‘minori’, che non meritano i titoloni dei grandi giornali. Come ti è venuta quest’idea?

Per semplice praticità: mi capita di leggere diverse cose interessanti su argomenti appunto anche “minori”, ma non so mai dove raccoglierle. A volte le twitto, a volte le condivido su Facebook, a volte me le appunto in un file. Alla fine ho deciso di selezionarle tutte e metterle in fila con un brevissimo commento ogni domenica. Anche se a dirla tutta, ormai sto bigiando l’appuntamento da troppo tempo…

 

Chi segue il tuo blog conosce bene la tua passione per i fumetti. Hai mai pensato di sceneggiarne uno tu stesso?

Molte volte! Ma da un lato non mi è mai venuta in mente la storia giusta, e dall’altro non ho quasi nessuna conoscenza della tecnica di sceneggiatura. Quindi dovrei studiare, fare tante prove, imparare un sacco di nuovi strumenti e così via: la cosa ovviamente mi tenta, ma ho poco tempo e come dicevo non ho ancora in testa una trama che si adatti davvero al mezzo. Ci sono così tanti sceneggiatori in gamba, non è il caso di fare il romanziere che si avventura in un territorio non suo “tanto per”. Comunque, tengo la porta aperta. E di certo non smetto di leggere fumetti.

Ricordo un post molto interessante pubblicato sul tuo blog: riguardava la possibilità di scrivere un romanzo riguardante i social network, cercando di analizzare l’influenza che essi hanno avuto sulla nostra generazione, sul nostro modo di crescere e di gestire le relazioni. Ti va di approfondire questo concetto, che a mio parere rischia di essere un po’ frainteso da gran parte del pubblico?

Sì, il post conteneva alcune riflessioni sparse su come scrivere un romanzo relativo a questi anni gli ultimi cinque o sei, nel dettaglio. Fra i tanti problemi che mi ponevo, c’era il seguente: come citare nella narrazione i social network o un protagonista con un lavoro precario senza che il lettore immediatamente etichetti il tutto come “romanzo alla Facebook / romanzo sul precariato”?

Magari si tratta di una paranoia, ma è un problema che tocca anche me: istintivamente e stupidamente, leggendo di queste cose anche solo di sfuggita mi salgono subito dei dubbi. Come se non si potesse fare letteratura usando dei temi da un lato un po’ triti e raccontati male, ma soprattutto dall’altro ancora forse troppo vicini a noi e non ancora del tutto assorbiti in termini letterari, come appunto l’uso dei social network. (Ma la soluzione non è quella di far finta che non esistano o ambientare tutto negli anni Cinquanta “perché c’erano solo i telefoni e il telefoni e le stilografiche sono letterari, mentre gli smartphone no”. È un’idiozia. Alla fin fine, l’unica cosa importante è scrivere una buona storia e fregarsene un po’ di questi dilemmi da sociologia della lettura).

 

Un altro ‘ritorno di fiamma’ del mondo della cultura in Italia è quello delle riviste; un mondo da cui tu stesso, in quando condirettore di Eleanore Rigby, provieni.

Pensi che il mondo delle riviste sia destinato a lanciare la prossima generazione di autori? Cosa pensi del sempre più comune passaggio dalla pubblicazione cartacea a quella online?

Non saprei di preciso, è da tanto che frequento il mondo delle riviste in maniera abbastanza marginale, più da curioso che da insider. Ai tempi d’oro di Eleanore diciamo tre-quattro anni fa c’era un bel fermento. Diversi editori ci contattavano per chiederci qualche nome, e in generale tenevano d’occhio le riviste come un utile serbatoio di nuovi nomi. Basti pensare al lavoro straordinario che ha fatto Matteo B. Bianchi con Linus e ‘tina: da lì sono usciti un sacco di autori davvero interessanti. Ora però ho perso il polso della situazione e non so come funzioni il rapporto fra riviste ed editori: di certo però il cosmo rivistarolo continua a fiorire e rinnovarsi, e questo mi fa grande piacere.

Per quanto riguarda il passaggio all’online, i vantaggi sono ovvi e naturali: abbattimento dei costi, facilità di gestione, possibilità di raggiungere un pubblico ampio in meno tempo… Ciò detto, le riviste di carta restano molto più fighe. Sia detto senza pregiudizi del tipo “ah, il profumo dei fogli” o nostalgie varie. Sono destinate probabilmente a sparire e va bene così, ma per me restano molto più fighe.

 

Il critico Raymond Federman sosteneva che la letteratura contemporanea stesse perdendo la sua battaglia per lo studio e l’interpretazione del reale. Tu cosa pensi a riguardo? 

Non so. A dirla tutta è una battaglia che non condivido; non ho mai pensato che la letteratura avesse il dovere di studiare o interpretare il reale. È sicuramente un diritto alto e affascinante, e può essere un peccato che venga smarrito: ma resta soltanto un diritto. L’unico dovere della letteratura, per me, è quello di raccontare belle storie storie capaci di “toccare il cuore del mondo”, come diceva Dagerman. Il resto è accessorio.

(lm)

Informazioni su Loris Magro

Loris Magro
Nasce il 3 Maggio 1990 ad Agrigento. Un po’ per un’insaziabile curiosità, un po’ per geni ereditari, legge fin da piccolo tutto quel che gli capita sotto agli occhi; una volta cresciuto, decide di dedicarsi a tempo pieno alla critica letteraria.

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