giovedì , 27 aprile 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Nicolò Carnesi

 Da qualche anno a questa parte stiamo assistendo a una rinascita del cantautorato italiano, grazie alla musica e alle parole di una nuova generazione di giovanissimi autori. Uno di questi è Nicolò Carnesi, palermitano classe 1987, che ha da poco esordito col suo disco Gli eroi non escono il sabato. Lo abbiamo incontrato in occasione di un concerto nella sua città natale e abbiamo discusso di musica, cantautorato, intellettuali e intellettualoidi.

 

Nella canzone Levati dici che ‘il centro di Palermo non offre mai di meglio’, ma a me sembra che almeno dal punto di vista musicale Palermo e la Sicilia in generale stiano offrendo una notevole produzione di qualità; mi riferisco a te, gli Hank, Colapesce, Cesare Basile…

… e Dimartino, Fabrizio Cammarata, non mi riferivo in quel caso effettivamente alla musica, ma più a quello che c’è da fare in generale. Io spesso esco il sabato e mi annoio, siccome mi è capitato anche di uscire con persone e vedere la noia nelle loro facce, allora mi è venuta questa frase estemporanea. Ovviamente quando c’è un concerto ben venga, perché vai a vederlo e quindi qualcosa c’è, ma ultimamente Palermo ha offerto poco anche da questo punto di vista. Quindi è allo stesso tempo una piccola critica alla città in cui vivo, ma è anche un’autocritica personale, rivolta a me stesso.

 

Se da un lato la vecchia generazione di cantautori sembra decisa ad allontanarsi dalla scene – mi riferisco a Fossati che si ritira, Guccini che ormai si dedica principalmente alla scrittura così come, eccezion fatta per il penultimo Sanremo, Vecchioni, Dalla che purtroppo ci ha lasciato – una nuova generazione sta nascendo: tralasciando i siciliani che ho citato prima, penso soprattutto a chi sta avendo un grande successo come Brunori, Vasco Brondi, Dente…

Per fortuna c’è un ricambio generazionale. Per quanto dispiaccia – io stesso sono un fan accanito di Dalla, mi è molto dispiaciuto – ne abbiamo persi tanti per strada, altri li perdiamo mentalmente, altri non hanno più nulla da dire e per fortuna, credo, si ritirano. Per fortuna il ricambio c’è, da i suoi frutti, funziona, non è fine a se stesso ma ha qualcosa da dire. Ed è bello che molti di questi ‘nuovi’ cantautori vengano da Palermo e dalla Sicilia in generale.

 

Prima citavo tra i grandi del passato Vecchioni, che l’hanno scorso ha vinto Sanremo. Pensi che si sia ancora spazio per voi nel contesto della musica di massa?

Non creano lo spazio. Non c’è spazio per questo tipo di musica, per quello che faccio io, per quello che fanno Colapesce, Brunori o Dente o i Marta sui tubi e tutti gli altri, perché lì hanno un format che ultimamente si sta regolando coi canoni del reality show e di quel tipo di musica, che è assolutamente contrario a quello che diciamo e facciamo noi, che cerchiamo di esprimerci per quello che siamo, non cercando di creare un prodotto che possa arrivare alla quattordicenne che guarda Italia Uno. Quindi finché continua questo standard televisivo, e Sanremo non è altro che il festival che rappresenta queste cose, dell’unione di questi discorsi televisivi, purtroppo non abbiamo spazio. E quando qualcuno ci prova di solito lo fa in modo fallimentare, come i Marlene Kuntz che non hanno fatto un bel pezzo, sono andati lì cercando di accaparrarsi un nuovo pubblico ma a mio parere non ci sono riusciti.

 

Chi ha vissuto la propria giovinezza negli anni 60/70 ricorda come artisti del calibro di De André e Guccini infestassero un po’ tutte le radio; oggi, al contrario, salvo qualche raro caso, il cantautorato sembra una cosa di nicchia, da passare solo online. Cosa pensi sia cambiato in questi quarant’anni?

È come quando si parla degli anni ’70 in cui il rock era anche il pop, le due cose andavano assieme, se pensi al successo de La voce del padrone di Battiato.

Ora questo non succede più sia perché non si vendono più i dischi, figuriamoci poi se si vendono quelli di artisti di nicchia, ma anche perché il pop, la vena radiofonica e televisiva, ha preso una strada completamente diversa da quella della musica di qualità, chiamiamola così. Poi non spetta a me definire così la mia musica, forse posso dirlo di quella degli altri, visto che sono un ascoltatore prima che un cantautore.

 

A proposito, il duetto con Brunori è stato molto apprezzato dai tuoi e dai suoi fan. È in programma qualche altra collaborazione con uno degli artisti che ho citato?

No programma no, per ora sono molto impegnato nella promozione del disco. Posso dirti che si è creato un bel rapporto con Dente quando ho aperto i suoi concerti, sono da tempo amico degli altri cantautori siciliani, quindi ben venga se mio pezzo avrà bisogno del loro aiuto o se loro avranno bisogno del mio aiuto in un loro pezzo; sono apertissimo a qualsiasi eventualità.

Poi nel disco ci sono tanti, oltre al più noto Brunori, ci sono gli Hank!, c’è Sergio Serradifalco, Toti Poeta, Gioele Valenti, Herself, Serena Ganci … ci sono molte collaborazioni tutte siciliane.

 

Del resto questa voglia di collaborare sembra un fenomeno generale: Dente ha duettato un po’ con tutti, da Brunori alle Luci della Centrale Elettrica agli Zen Circus, Dimartino con Brunori e Le Luci …

 è una cosa bella, è la voglia di condividere il tuo modo di vivere, la tua musica, coi tuoi “colleghi”, con gente che fa quello che fai tu. È un modo di confrontarsi e vedere cosa succede mescolando questo con quello. È una cosa divertente, oltre che bella per chi ci ascolta e ci segue.

 

Se invece dovessi scegliere uno della vecchia generazione con cui duettare?

 Battiato. Però col senno di poi forse Dalla, visto quello che è successo. Se avessi dovuto risponderti un mese fa, quando erano entrambi vivi, ti avrei probabilmente detto Battiato.

 

Prima di Natale è uscito per la casa editrice Minimum Fax un volume di racconti dal titolo Cosa volete sentire. Si tratta di una raccolta di racconti scritti da alcuni dei cantautori di cui abbiamo parlato. Il libro ha avuto un incredibile successo, raccogliendo ottimi giudizi critici anche da autori eccellenti come il dantista Claudio Giunta. Tu hai mai pensato a scrivere qualcosa in prosa?

Sì, c’ho pensato spesso, ma non mi sono mai cimentato. Ho solo scritto canzoni che a volte sono nate come mini-storie, volendo sono tutte piccole storie. Devo dire che l’idea mi alletta, ma per ora non ne ho decisamente il tempo, spero di riuscire a provarci quando ne avrò di più, anche perché raccontare è sempre stato quello di cui ho avuto bisogno: facevo fumetti, disegnavo, filmavo e raccontavo le cose con le immagini. La musica è stata un’unione tra queste passioni.

 

“Scrivi Vecchioni, Scrivi canzoni, e più ne scrivi più sei bravo e fai dané. Tanto che importa a chi le ascolta se lei c’è stata o non c’è stata e lei chi è.”

Questo pezzo della famosissima Luci a San Siro mi fa sempre venire in mente una domanda: i cantautori raccontano sempre esperienze personali o preferiscono inventare? Tu cosa fai quando componi?

È importante bilanciare le due cose. Sfido qualsiasi cantautore, qualsiasi comunicatore a non scrivere di sé. Va da sé che se sei tu a scrivere una determinata c’è sempre qualcosa di tuo. Poi non c’è nulla di male a filtrarlo, a farlo diventare qualcos’altro di altrettanto personale ma più proiettato verso qualcosa di esterno, metabolizzato dal tuo modo di ricevere le cose. Credo che sia il bilanciamento delle cose a creare la bellezza nelle cose.

 

In Moleskine ti scagli contro un certo tipo di intellettualismo forzato, contro la voglia di fare sfoggio del proprio essere bohémien. È una cosa che apprezzo molto, che mi fa pensare a come già Guccini ne Il sociale e l’antisociale criticasse questo pseudointellettualismo di massa, ma vorrei chiederti se non hai paura che, essendo un cantautore che in qualche modo attinge anche a quel bacino d’utenza, questa dichiarazione ti si possa ritorcere contro?

L’intellettualismo sta diventando una moda. Il senso, anzi, il doppio senso di quella parte della canzone sta proprio lì. Io comunque spero che chi ascolta il pezzo si riconosca  in quello che dico e rifletta. Poi io sono il primo a mettermi in quel gruppo, quella frase è prima di tutto un’autocritica, un modo per cercare di uscire un po’ da questo stereotipo, sperando di spingere anche gli altri a fare altrettanto. Io ci provo, non so se ci riesco.

 

(lm)

Informazioni su Loris Magro

Loris Magro
Nasce il 3 Maggio 1990 ad Agrigento. Un po’ per un’insaziabile curiosità, un po’ per geni ereditari, legge fin da piccolo tutto quel che gli capita sotto agli occhi; una volta cresciuto, decide di dedicarsi a tempo pieno alla critica letteraria.

Un commento

  1. io non amo particolarmente la nuova generazione di cantautori italiani,
    sono un grande fan dei vari verdena, marlene kuntz, cristina donà, e tanti altri di una generazione ormai non più così tanto “giovane”, trattandosi di artisti già ben strutturati e con una lunga carriera alle spalle. tra quelli citati nell’articolo l’unico che apprezzo è Dente. gli altri poco, e alcuni ammetto pure di non conoscerli (incluso l’intervistato). sono sicuro comunque che si tratta di gente senz’altro migliore degli “amici di maria” e e dei vari xfactor o lady gaga o justin bieber, i quali dovrebbero appendere il microfono al chiodo e lasciarlo lì, per sempre. per cui ben vengano i nuovi cantautori, che io li ascolti o meno.

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