sabato , 29 aprile 2017
Le news di Asterischi

Intervista a Marco Mancassola

 

 

 

Marco Mancassola è uno tra gli scrittori contemporanei più letti e amati dal pubblico italiano e non, visto che il suo romanzo La vita erotica dei superuomini è stato tradotto per l’editore francese Gallimard ed è in via di traduzione in molti altri paesi.

Dopo averlo conosciuto in occasione della rassegna sulla letteratura contemporanea organizzata l’estate scorsa ad Agrigento, abbiamo pensato di discutere con lui dei suoi libri, dei suoi progetti, di ciò che l’Italia e il resto del mondo riservano al futuro della letteratura.

 

Essendo nato nel 1973, possiamo dire che stai a metà della fascia d’età di quella generazione TQ che, tra adesioni e piccole polemiche, anima ormai da qualche tempo il dibattito culturale italiano. Tu cosa pensi a riguardo? Pensi che esista una generazione di Trenta-Quaranta anni anche da un punto di vista culturale oltre che anagrafico?

 

Seppure con riserve, condivido lo spirito di TQ. Penso esprima istanze di evidenza assoluta. Un trenta-quarantenne è colui che è arrivato giusto in tempo per essere nato e cresciuto in una dimensione post-tutto, di inflazione verticale della parola, del senso, delle storie, delle comunità, di ogni cosa. E in questo deserto di significato si trova ora ad affrontare il panico culturale in cui precipita l’Occidente. Certo, è ovvio che esistono delle ambiguità: gruppo di rivoluzionari o bravi ragazzi riformatori, sindacato dei lavoratori dell’editoria o officina dell’immaginario, assemblea di outsider o di figli di papà? E d’altro canto, di fronte a una situazione che precipita di giorno in giorno, forse sono distinzioni persino superate.

 

Tanto in Non saremo confusi per sempre quanto nel tuo lavoro precedente, La vita erotica dei superuomini, il mondo dei media, tra i quali spicca, ovviamente, la televisione, ha un ruolo centrale nella narrazione, fungendo quasi da motore dell’azione.

 

Non so se è il motore, è forse piuttosto la fine dell’azione, il buco nero da aggirare e con cui fare i conti. Parlare della “televisione” oggi fa ridere, è da mezzo secolo che la televisione domina; eppure è oggi che il suo modo di incarnare, amplificare, pervertire, rendere isterico lo Zeitgeist è diventato

trasversale e onnipresente. In questo senso la televisione è tutto, è ovunque, anche nella rete, nel cinema, nei libri, nelle sinapsi della gente. Che cosa vuole la gente? Ora più che mai una casa, un pasto caldo e un salotto da cui guardare lo spettacolo della fine del mondo.

 

Se ne La vita erotica dei superuomini i protagonisti erano dei supereroi calati in contesti, perversioni, solitudini e vite del tutto normali, in Non saremo confusi per sempre vediamo dei fatti reali conditi con delle piccole incursioni sovrannaturali, fiabesche; quello che sembra non mancare mai è però il ruolo dei media e della televisione in particolare, che sembra aver caratterizzato la società dagli anni ’70 a oggi. Come ti è venuta l’idea di utilizzare queste tre realtà che potremmo definire artificiali, false o comunque non vere – le fiabe, il mondo dei supereroi, il mondo dello spettacolo – per raccontare situazioni del tutto realistiche? Pensi che oggi l’unico modo per raccontare la realtà sia avvolgerla in una patina di irrealtà o, se vogliamo, di sovrarealtà?

 

Beh, che ne sappiamo noi di cos’è la realtà. La fisica non lo sa, perché dovrebbe saperlo la letteratura? In verità è ovvio che la letteratura ha sempre ambito a saperlo, a esprimerlo e a rivelarlo, a offrirne almeno una qualche intuizione. Reale è quel momento in cui un essere umano si ferma, si guarda intorno e dice: io ci sono. Proprio io, proprio qui. La letteratura è stata a lungo un posto per avventurarsi in cerca di questa sensazione. Dal canto mio, mi limito a prendere i mattoni che la mia epoca mi offre, anche i più assurdi, i più artificiali, e a impastarli con la massima possibile intimità. Faccio di tutto per portare i miei personaggi a sentire: sono io, sono qui.

 

Leggendo Non saremo confusi per sempre non ho potuto non pensare a una grande autrice del postmodernismo inglese: Angela Carter. Hai tratto ispirazione dalle sue fiabe quando hai deciso di calare i fatti di cronaca di Non saremo confusi per sempre in un contesto fiabesco?

 

Confesso di non avere mai letto Angela Carter.

 

Anche ne La vita erotica dei superuomini si può scorgere, forse in modo anche più forte che nel tuo libro successivo, l’influenza di un autore inglese: Alan Moore.  La letteratura inglese sembra essere tra le tue preferite…

 

La letteratura anglosassone, più quella americana in verità, è il mio cibo principale. Ma non ho neppure mai letto Alan Moore. Mentre scrivevo l’ultima parte de La Vita Erotica, ricordo rileggevo ossessivamente Philip Roth, Don DeLillo, le poesie di Walt Whitman, e un classico poco anglosassone, Marcel Proust. Ma non mi aspetto siano riconosciuti così come non mi stupisce quando qualcuno riconosce invece, nel mio lavoro, impronte di autori che non ho letto.

Accade spesso. La letteratura non è una faccenda trasparente, è una faccenda di strati, di candidi inganni.

 

Il critico Raymond Federman sosteneva che la letteratura contemporanea stesse perdendo la sua battaglia per lo studio e l’interpretazione del reale. Alla luce di quello che abbiamo delle riflessioni e degli argomenti di cui abbiamo discusso fino a ora, tu cosa pensi a riguardo? Qual è l’ultima battaglia della letteratura?

 

Non sarà anzitutto la critica, ad aver perso la battaglia? Non sarà il pubblico letterario, frastornato, stanco, annoiato e impaurito, affamato di mediocrità? O forse in effetti gli scrittori, costretti a passare metà del loro tempo a promuoversi da soli, ormai incapaci di fare un passo in fuori dal blob del presente? E d’altro canto… La letteratura è più della somma algebrica dei suoi attori. Avere fede nella letteratura è come avere fede nel mondo: credere che anche allo stremo ci sia ancora vita, ci sia ancora senso.

 

La vicenda di Eluana Englaro, cui si ispira uno dei racconti di Non saremo confusi per sempre, sta ispirando anche il nuovo film di Marco Bellocchio. I giornali riportano che il film ha un titolo di lavorazione quasi identico a quello del tuo racconto, La bella addormentata. C’è qualche legame?

 

Nessun legame. Non è sorprendente che una storia così nota e significativa stia ispirando più rielaborazioni. Sono un fan di Bellocchio e sono sicuro sarà un film importante. Ho una sola perplessità: proprio perché non c’è legame tra i due lavori, il fatto che ci siano un racconto e un film ispirati alla stessa storia, e con lo stesso titolo, mi pare una coincidenza forse infelice. Visto che il mio racconto è già uscito, ho fatto chiedere ai produttori del film di considerare un cambiamento di titolo. Non so se lo faranno, certo mi sembrerebbe una questione di stile.

 

(lm)

 

 

Informazioni su Loris Magro

Loris Magro
Nasce il 3 Maggio 1990 ad Agrigento. Un po’ per un’insaziabile curiosità, un po’ per geni ereditari, legge fin da piccolo tutto quel che gli capita sotto agli occhi; una volta cresciuto, decide di dedicarsi a tempo pieno alla critica letteraria.

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