venerdì , 21 settembre 2018
Le news di Asterischi

Intervista a Eugenia Durante

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Foto di Francesca Massimi

Eugenia Durante lavora come traduttrice freelance nel settore dell’audiovisivo, del marketing e della transcreation. Laureata in Interpretariato e Traduzione a Milano, ha conseguito un diploma post laurea in giornalismo alla London School of Journalism di Londra, dove ha lavorato per un anno nel settore del music business. Attualmente vive a Bologna, dove collabora come traduttrice e copywriter per aziende, festival e clienti diretti. Scrive anche per riviste e siti web, specialmente nel settore musicale e culturale. È appassionata di David Bowie,Twin Peaks, X-Files e Dostoevskij.

Siamo riusciti a fare quattro chiacchiere virtuali con lei e abbiamo il piacere di offrirvi le sue belle risposte alle nostre semplicissime domande.

1. Come sei entrata in questo mondo?

Sono sempre stata un’amante del cinema e, soprattutto, una fan delle serie televisive, che guardo (o meglio, divoro) in lingua originale e, talvolta, coi sottotitoli. Non a caso, la mia tesi di laurea triennale si occupava di analizzare i problemi sociolinguistici incontrati nella traduzione delle varietà linguistiche dell’inglese nel film “Il discorso del Re”. Nonostante ciò, non avevo mai considerato la possibilità di lavorare come traduttrice audiovisiva, un po’ perché all’università non mi avevano mai parlato di questo mondo, un po’ perché mi pareva un’ipotesi lontana e irraggiungibile. Come molte volte accade, però, il caso ci ha messo lo zampino. Un giorno la redattrice di una testata online per cui ho fatto uno stage durante l’università mi ha chiamata dicendo che avevano bisogno di sottotitoli per un documentario da pubblicare sul sito. Non mi ero mai cimentata nell’audiovisivo, ma ho accettato, ed è nata una vera e propria passione. Da allora collaboro con agenzie, clienti diretti, festival e case di produzione per la sottotitolazione di film, serie TV, trailer, documentari e cortometraggi.

2. Qual è il lavoro che hai fatto con più piacere?

Forse il lavoro che ho fatto con più piacere è stata la traduzione di una serie tv per bambini per una grande compagnia di streaming. Non è stato facile, perché la traduzione di materiale per l’infanzia comporta molti vincoli e tantissime responsabilità: la scelta del linguaggio dev’essere meticolosa, bisogna continuamente controllare che il materiale tradotto sia comprensibile e allo stesso tempo non eccessivamente semplificato. I bambini sono un pubblico molto esigente, da non prendere sottogamba: non bisogna annoiarli, né sottovalutare la loro capacità di giudicare se un testo è scorrevole e fedele alla realtà. Al giorno d’oggi, poi, i bambini e gli adolescenti sono abituati più che in passato alla fruizione di sottotitoli in accompagnamento all’audio originale: il “doppiaggese” per loro suona più strano rispetto a chi, come me, è nato e cresciuto guardando serie e cartoni animati doppiati. Nonostante la difficoltà, comunque, la traduzione di materiale per l’infanzia è estremamente stimolante e divertente: tradurre giochi di parole, filastrocche e canzoncine è un esercizio di stile che non può non piacere a un traduttore che, come me, è anche appassionato di scrittura.

3. Qual è stato quello più difficile?

Senza dubbio la ritraduzione di sottotitoli di alcune puntate speciali dei Simpson. Mi si è aperto un mondo di tranelli e difficoltà che mi ha dato del filo da torcere per una settimana. Quando ci si approccia alla traduzione di un prodotto che è entrato a far parte di un immaginario linguistico universale bisogna procedere con cautela. Sarebbero necessarie giornate intere di preparazione, glossari, confronto con vecchie puntate, ma spesso le case di produzione hanno fretta e il tempo disponibile è poco, se non pochissimo, come in questo caso. I problemi più spinosi sono stati due: da un lato l’individuazione e la traduzione fedele di termini ed espressioni ormai parte dell’universo Simpson italiano (i famosi “ciucciati il calzino”, “cacchio”,“papino”, i “maledetti scozzesi”); dall’altro, lo svecchiamento e il riadattamento per il pubblico odierno di episodi tradotti anni fa, che era l’obiettivo finale del ciente. Pensate che sulla traduzione di un gioco di parole composto da soli due termini ci sono stata più di due ore…

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4. Quando lavori ti serve confrontarti con altre figure legate al mondo del cinema?

Io lavoro per lo più nel campo della sottotitolazione, quindi il mio punto di riferimento è sempre il pubblico. Cerco sempre di chiedere consigli a chi mi sta intorno e a guardare io stessa le sottotitolazioni delle serie TV e dei film proposte dalle compagnie di streaming, per capire in cosa posso migliorare, cosa desidera il pubblico e come gestire determinati problemi traduttivi. Capita anche di confrontarmi con altri traduttori del settore, ovviamente.

5. Che tipo di formazione consiglieresti?

Io sono una traduttrice un po’ atipica, perché non ho frequentato scuole di specializzazione nel campo della traduzione. Mi sono laureata alla Triennale e ho iniziato subito a lavorare, quindi non sono molto autorevole nel consigliare corsi post laurea o master. La mia educazione alla traduzione audiovisiva è stata più un processo di learning by doing che un apprendimento in aula. La formazione fondamentale, comunque, è quella dell’esperienza: proprio come un buono scrittore deve leggere molto, è essenziale che un traduttore audiovisivo guardi, ascolti e analizzi tantissimi film, documentari, programmi TV e serie. Se non esiste un genuino interesse e impegno in questo senso, credo che sia inutile spendere soldi in corsi di formazione e specializzazioni. Il campo audiovisivo, poi, si sta evolvendo a una velocità impressionante, quindi è fondamentale seguirlo giorno dopo giorno e capire cosa è richiesto a chi lavora dietro le quinte di ciò che viene proposto al grande pubblico.

6. Di traduzione audiovisiva si vive?

Domanda spinosa, a cui forse non so dare una risposta perché io effettivamente non ho mai pensato di vivere solo ed esclusivamente di traduzione audiovisiva. A pelle direi che è difficile, ma non impossibile. Sicuramente chi è bravo, non solo nel mestiere ma anche nel crearsi una buona rete di contatti e clienti fissi, ha la possibilità di vivere di traduzione audiovisiva; il mercato è una giungla, ma è anche ricco di opportunità. Credo sia importante, come in tutti gli altri settori in cui si opera come freelance, anche un’ottima capacità di presentazione e di stringere rapporti di lavoro solidi con clienti e potenziali committenti. Sicuramente alcune aziende di streaming stanno giocando al ribasso con i traduttori, e la qualità ne risente, ma ci sono tanti altri committenti disposti a pagare il giusto per un lavoro fatto bene. Io personalmente preferisco non limitarmi a una specializzazione sola, perché uno degli aspetti che amo di più del mio lavoro è proprio quello di potermi muovere in diversi settori di specializzazione.

Informazioni su Agata Sapienza

Agata Sapienza
Dopo studi e peregrinazioni varie non ha ancora capito dove vive, ma legge e traduce sempre e solo dal suo divano.

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