venerdì , 22 settembre 2017
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Il poeta innamorato di dio e il tradimento della chiesa

Ernesto-CardenalIn una società mondiale che fatica a progredire, lenta nei suoi cambiamenti politici, quanto è legittimo parlare ancora di poesia come strumento di lotta sociale? Cosa si sono lasciati alle spalle i giovani poeti di oggi? Sicuramente l’impegno politico, o perlomeno quello di trent’anni fa, quando la poesia accompagnava il tumulto, il fermento collettivo, e in alcuni (pochi) casi, il rinnovamento; quando l’arte era il mezzo più coraggioso e nobile per migliorare il mondo. Oggi non esistono più le grandi rivoluzioni, che erano dei veri processi romantici, eroici, se non addirittura epici. La poesia è ora materia intima, chiusura in se stessi. Eppure esiste una nuova generazione di poeti latinoamericani che rifiuta l’individualismo, il nichilismo poetico e i versi minimalisti; una generazione che continua a ispirarsi a quel sacerdote, poeta e rivoluzionario che ha creato versi con le immagini del mondo esterno, di quel mondo che vediamo e tocchiamo con mano. Ernesto Cardenal, l’uomo che in Nicaragua ha usato la cultura per affrontare la dittatura di Somoza e che sembra incarnare alla perfezione le due anime di San Juan de la Cruz, il sentimento lirico unito all’attività religiosa. Ma Cardenal è anche molto più di questo: in lui c’è l’anima sensuale, dell’innamorato e del perseguitato politico-religioso. La sua mistica, molto meno studiata rispetto al suo impegno religioso e rivoluzionario, risulta tanto eccitante e intensa quanto le immagini di un incontro erotico con Dio. Ogni verso può essere letto come storia, testimonianza, come vera confessione. La confessione di «aver fatto una cosa con Lui, e non era un ragionamento», ma una di quelle cose che «quelli che si amano fanno a letto»

Poeta irriducibile della Teologia della Liberazione e delle sue miserie e, pertanto, irrimediabile nemico del Vaticano e delle sue grandezze, l’autore di El Evangelio en Solentiname ha vissuto molte disillusioni: quella della Rivoluzione di Aprile persa nel 1954, quella della «Madre chiesa che ha tradito il Vangelo», accompagnate dalla delusione nei confronti di un mondo che si rassegna dinanzi all’ingiustizia. Nei suoi accostamenti di immagini squisitamente poundiani, nei forti contrasti fra passaggi poetici e prosastici, Cardenal infonde un cristianesimo che è una denuncia, una profezia di riscatto per il cambiamento sociale.

Sulla scia di Nicanor Parra, nel 2012 viene insignito del Premio Reina Sofía de Poesía Iberoamericana, un’onorificenza ingiustamente rimandata negli anni per questioni e considerazioni “extraletterarie” che poco hanno a che vedere con il prezioso apporto della sua lirica alla letteratura mistica dell’America Latina. «Sono libero di fare qualunque cosa ma non di dire quello che penso in pubblico», sarà il suo commento frequente. Nonostante questo, il teologo nicaraguense non perderà mai occasione per definirsi annunciatore del Cristianesimo e del Marxismo. Dottrine indissolubili, perché una società nuova e giusta non è che il Regno di Dio sulla terra; dottrine fallite, perché mai realmente messe in pratica.

La naturale tendenza di Cardenal a scrivere poemi come fossero discorsi quotidiani e referenziali ha dominato tutta la sua produzione lirica. In Orazione per Marilyn Monroe, i versi ci conducono a una catarsi finale tale da farci sentire colpevoli e redenti allo stesso tempo; Ora 0 è poesia belligerante, la storia unita al sentimento per stracciare il velo della dittatura, a favore di una nuova forma storica dell’esistenza. La sua opera magna, il Canto Cosmico, è la Divina Commedia del XX secolo, che mantiene l’intensità lirica per tutte le sue quattrocento pagine ed è ricordato come uno dei prodotti della poesia latino-americana più importanti dopo il Canto Generale di Neruda. La sua poesia rompe i canoni tradizionali in testi dalla grande ampiezza semantica, estesi nella loro configurazione ed eterogenei nella loro costruzione, dove il verso è a volte religioso, a volte amoroso, ma sicuramente sempre liberatorio. Un verso in equilibrio instabile fra religione, scienza e politica, ma in ogni caso contenitore di esperienze esistenziali intense e illuminanti; come quella inaspettata di un fresco amore giovanile, racchiuso in un epigramma manoscritto, così destabilizzante e seducente nella sua semplicità, che lo stesso poeta ama sempre ricordare:

«Quando io ho perso te tu e io ci abbiamo perso:

io perché tu eri ciò che io più amavo

e tu perché io ero quello che ti amava di più.

Ma di noi due tu perdi più di me:

perché io potrò amare altre come amavo te

ma tu non sarai mai amata come ti amavo io.»

Informazioni su Laura Coletta

Laura Coletta
Classe 1988, Caserta. Laureata in lingue e letterature straniere, si sta specializzando in traduzione letteraria. Vive di grandi passioni, caute aspettative e affetti autentici. Può bastare.

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