martedì , 26 settembre 2017
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I grandi inquisitori

i fratelli

Con stile e cura inconfondibili, Dostoevskij inserisce all’interno de I fratelli Karamazov una sorta di anti-romanzo, Il grande inquisitore. Opera incompiuta (perché in effetti mai scritta) del personaggio IvànFëdorovic, in questo testo viene raccontata un’ipotetica seconda venuta di Cristo, nel XVI secolo a Siviglia, negli anni più attivi della Santa Inquisizione.

Riassumendo, il messia viene imprigionato da un anziano inquisitore, che ha intenzione di processare e bruciare Gesù come eretico. La motivazione è il succo di tutta l’opera: Gesù, col suo messaggio di libertà, non porta del bene all’umanità, gettandola piuttosto nello spaesamento e nel dolore. In accordo con l’indecisione propria del personaggio di Ivàn, però, alla fine Gesù non viene messo al rogo: gli viene anzi concesso di andarsene, e di perdersi tra le vie di Siviglia.

Il grande inquisitore è posto quasi al centro del romanzo (certo non abbastanza al centro da lasciarsi andare ad ardite speculazioni mise en abyme) e assume un’importanza particolare se lo si relaziona col finale di tutta la vicenda degli sfortunati Karamazov.

Il “martire” protagonista del romanzo, Dmitrij, sguazza nella perdizione conducendo una vita dissoluta e sfrenata. E, sebbene non sia lui l’assassino del padre Fëdor Pavlovic, viene condannato come tale perché – in effetti – sembra assurdo che non sia stato lui a commettere l’omicidio. Mancano prove schiaccianti, e i fatti si potrebbero spiegare in modi che scagionerebbero il giovane ufficiale; addirittura, un personaggio confessa a Ivàn il delitto, dimostrandosi colpevole con affermazioni che – sebbene mai del tutto risolutive – basterebbero quantomeno a scagionare l’imputato.

Nonostante ciò, a causa di tutte le scelte compiute e le parole dette, Dmitrij viene ritenuto colpevole dell’omicidio. Un gesto, quello dell’uccisione, che di per sé forse avrebbe anche potuto compiere, a causa del proprio temperamento focoso e dei litigi col padre; in un certo momento, tra l’altro, proprio sotto la finestra della casa di Fëdor Pavlovic, gli basterebbe davvero poco per agire e colpire.
Eppure Dmitrij non ha ucciso. Dostoevskij vuole forse, così, mostrare come l’accumulo di “sporcizia” sulla propria coscienza e sulla propria anima possa portare infine a una condanna non soltanto morale, ma anche materiale da parte degli uomini.

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Certo,in questo modo l’autore evidenzia anche la problematicità della legge degli uomini, e la sua debolezza. Ed è a partire da questa considerazione che Il grande inquisitore assume ancora più rilievo: in esso l’uomo è disposto a condannare Dio ancora una volta, nonostante il “precedente” e nonostante secoli di pentimento e preghiera. E questo per un motivo ben preciso: la pace sulla Terra.

La giustizia di per sé servirebbe proprio a questo: alla pace, alla regolamentazione, all’accordo tra gli uomini. Eppure, la legge punisce la violazione, ma di per sé non può realmente proibire. Come si fa ad impedire ad un ladro di rubare? Entrando nella sua testa, forse? Nella giustizia è intrinseco il riconoscimento della libertà umana, della capacità di scegliere.

Quella stessa libertà che il grande inquisitore odia, e teme. La libertà che, in Dostoevskij, è predicata dal messia e che costituisce il senso più profondo del messaggio cristiano. L’uomo è libero, e ciò implica – sta qui, peraltro, tutta la sofferenza del personaggio Ivàn – che può qualsiasi cosa; e, nonostante ciò, continua a fare il male, o a non impedire che il male stesso avvenga, anche nelle sue forme più perverse e crudeli (su cui lo stesso Ivàn si dilunga, raccontandone a Alekseij durante il loro incontro alla trattoria, evidenziando anche il compiacimento che l’uomo prova ascoltando del male).

L’uomo, sostiene l’inquisitore, non vuole realmente la libertà. Né deve conoscerla, perché in essa è racchiuso il tormento doloroso della scelta, che ogni giorno si opera e che ogni giorno conduce verso il male. L’umanità, quindi, si carica di colpevolezza perpetua. “Siamo colpevoli di tutto, tutti siamo colpevoli” sostiene lo starec Zosima. E l’inquisitore ha ben presente questo concetto: tanto da ritenere che sia meglio ridurre il popolo allo stato di gregge, a massa incapace di rendersi conto di questo orribile, pesantissimo dono – la libertà – e di continuare a credere che tutto sarà rimesso, tutto sarà perdonato, perché tutto è fuori dalla portata dell’uomo e dalla sua responsabilità.

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A pochi pastori toccherà sostenere il peso della consapevolezza, e di dirigere il popolo sempre verso i soli beni materiali, il pane di cui è in effetti impossibile rimaner digiuni; della libertà, invece, se ne può far a meno. Panem et circenses, cibo e intrattenimento, pane e roghi. Su tutto ciò s’allungherà quindi l’ombra di “Lui”, il diavolo, che a Gesù stesso aveva offerto – guarda caso – il pane nel deserto.
Il tema è già presente nel capitolo quinto del secondo libro, dove si parla di un articolo che Ivàn aveva scritto sulla revisione dei tribunali. Il giovane sostiene la necessità di una trasformazione della Chiesa in Stato, e l’automatica evoluzione dei tribunali in tribunali ecclesiastici. Già dalle prima battute del romanzo il lettore può quindi intuire il pensiero di Ivàn: per ovviare al problema della incompatibilità tra la legge umana e l’umana vocazione alla libertà, i popoli dovrebbero far coincidere la condanna legale con quella religiosa, vale a dire– se la religione è davvero interpretazione del divino – con una condanna esistenziale, totale. La sorte del delinquente, escluso non solo dallo Stato ma anche dalla misericordia divina, diverrebbe deterrente reale che potrebbe forse far sparire il male dalla terra. Una soluzione che, in fin dei conti, implicherebbe necessariamente l’esistenza di inquisitori carichi di responsabilità.

Ma Ivàn è forse consapevole del fatto che reprimere la libertà è, di per sé, un male –  come farà notare lo stesso stàrec Zosima, in un conciso discorso che esalterà la valenza del perdono.
Al di là di ogni interpretazione relativa alla religione, Il grande inquisitore getta una luce potente sul senso del finale del romanzo: Dmitrij ha scelto una vita infamante, e ha sofferto di conseguenza. Eppure, in un momento preciso, lui ha avuto realmente la possibilità di uccidere il padre: però ha preferito non farlo. Sceglie, appunto, e almeno da questa decisione – la repressione dell’istinto, della stessa materialità decantata dall’inquisitore – riceve un beneficio che è tutto morale, ma non per questo meno importante.
Tutto ciò porta ad una spontanea riflessione: quanto è preferibile rifiutare la consapevolezza? Non la libertà, perché a quella – a conti fatti – è davvero impossibile rinunciare. Ma alla coscienza di essa, e della sua portata totale sulla vita umana, si rinuncia eccome.

Si può essere, forse, inquisitori di sé stessi?

Parte dell’articolo appare anche su AnteCritica

Informazioni su Francesco Corigliano

Francesco Corigliano
Francesco Corigliano nasce nel 1990 in Calabria, dove vaga studiando letteratura, improvvisando articoli e scrivendo più racconti del dovuto.

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