domenica , 25 giugno 2017
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Gli appunti – Cinque spunti su La ferocia di Nicola Lagioia

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1. Una citazione.

«Se proprio dovessi ricondurre tutto a uno stato d’animo, direi che non si fida di quello che gli insegniamo. Non ha per così dire tenuto conto della realtà ufficiale. Deve averla considerata sospetta. O pericolosa. Allora è andato a cercarsi un metodo per i fatti suoi.»

 

2. Il titolo.

Feroce è il mondo dell’industria, feroce è la terra pugliese, feroce è tutta l’ambientazione del romanzo, ma feroci sono soprattutto i suoi protagonisti e le loro azioni, il modo in cui si rapportano tra loro: l’indifferenza reciproca che caratterizza i precari equilibri interni alla famiglia Salvemini e soprattutto la brutalità che tutti, eccetto Clara, manifestano nei confronti di Michele colpiscono il lettore che, in un modo o nell’altro, non può non provare empatia, se non addirittura una combattuta approvazione, nei confronti del feroce desiderio di riscatto e vendetta del ragazzo.

 

3. Facebook, Twitter etc.

Quando muore una celebrità, sia essa locale o internazionale, deceduta modi più o meno tragici, la notizia si espande a macchia d’olio attraverso le prime pagine dei giornali ma anche e soprattutto attraverso lo spam sui social network; è quello che accade ne La ferocia: la notizia della morte di Clara si diffonde soprattutto tra commenti e retweet, regalendole un quarto d’ora di celebrità postuma.

Vale la pena segnalare questo particolare perché nella nostra intervista a Giorgio Fontana si era discusso di come citare i social network in un romanzo d’ambientazione contemporanea senza per questo far bollare l’opera come un romanzo su Facebook,Twitter etc.; da questo punto di vista Lagioia riesce a introdurre il tema dandogli il giusto peso, rendendolo importante quanto basta all’interno della narrazione e mostrando l’utilizzo dei social principalmente da parte di Gioia, la ‘piccola’ di famiglia, che in un certo senso ci aspettiamo di vedere intenta ad aggiornare la bacheca attraverso uno smartphone.

 

4. Michele, quello strano.

Michele ha qualcosa che non va, o almeno questo è ciò che i suoi familiari – e anche il lettore, visto che, nonostante la pecora nera della famiglia Salvemini sia per molti versi considerabile come il vero protagonista del romanzo, lo conosciamo per più d’un capitolo solo attraverso le chiacchiere e i ricordi dei parenti – pensano di lui.

Effettivamente Michele è uno spostato: lo è per nascita, essendo un figlio illegittimo di Vittorio accolto ma mai amato, se non da Clara, dalla famiglia ufficiale; lo è per la maturità che lo distingue dai suoi coetanei e che lo rende, anche in classe, un emarginato; lo è perché prima non riconosce le convenzioni sociali e poi perché, avendole decodificate, decide di continuare a interpretare il ruolo di strambo che il mondo gli ha affibbiato.

Tutto deriva, scopriremo poi, non da un’incapacità ma semmai da una sospettosa sfiducia nella verità ufficiale; esemplare, da questo punto di vista, la valutazione che ne dà la sua insegnante di matematica e che abbiamo riportato come citazione.

 

5. Scrittura e serie TV.

Lagioia ha più volte espresso i suoi dubbi sulla tanto acclamata qualità narrativa delle serie televisive, affermando che, nonostante il livello dei serial sia effettivamente migliorato, la distanza che le separa dalla grande letteratura, a cui pure vengono sovente paragonate, rimane abissale.

Stupisce, date queste premesse, l’evidente influenza che le fiction televisive hanno avuto sulla caratterizzazione dei personaggi: se Gioia, elabora il lutto per la morte di Clara “parlando come in una serie televisiva” e propinando monologhi pseudo-esistenziali tipici dei teen drama, la costruzione di  Michele è decisamente influenzata dal modo in cui, negli ultimi anni, una serie di eroi-spostati sono stati presentati in alcune produzioni della tv statunitense e inglese da Dr House a Sherlock fino al Rust di True Detective; particolarmente interessante è, ad esempio, il passo in cui Michele descrive e analizza il presidente della Corte d’appello di Bari, affine ai monologhi interpretati da Benedict Cumberbatch in Sherlock:

«Era un uomo robusto e un po’ ingobbito, sui sessantacinque anni. A dispetto dei peli bianchi che spuntavano dalle sopracciglia e dalle orecchie, i capelli erano neri e riportati sulla destra, il che non impediva, a una parte del cranio di mostrarsi nuda, come se una vanità malata lo avesse spinto a farli tingere ma non a trapiantarli. I denti sembravano avere qualche problema con il tartaro […]. Ma erano i vestiti la traccia significativa. Il completo color cammello dagli orli consunti sarebbe risultato antiquato quindici anni prima. L’insieme dava l’idea di un contadino che ha fatto i soldi.»

 

 

 

Per approfondire.

 Intervista a Nicola Lagioia

 Incipit del romanzo su minima&moralia

Scheda del romanzo su Einaudi.it

Un articolo di Lagioia sul rapporto tra serie televisive e narrativa

 

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Informazioni su Loris Magro

Loris Magro
Nasce il 3 Maggio 1990 ad Agrigento. Un po’ per un’insaziabile curiosità, un po’ per geni ereditari, legge fin da piccolo tutto quel che gli capita sotto agli occhi; una volta cresciuto, decide di dedicarsi a tempo pieno alla critica letteraria.

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