martedì , 27 giugno 2017
Le news di Asterischi

Gagarin, figlio della Terra

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Yuri Gagarin, che il 12 aprile del 1961 cominciava il suo viaggio verso lo spazio, disse e scrisse molte cose e tutte sono diventate leggenda (“Si va”, prima di partite e poi “Vedo la terra! È così bella”). Tutto facile per il primo uomo dello spazio che, come un prezioso proiettile umano sparato al cuore della guerra fredda, fece sogghignare i sovietici e i comunisti in giro per il mondo. Meno facile è stato scrivere dell’uomo che per 88 minuti guardò il mondo dall’alto come in un grande volo sulle nefandezze di tutti noi.

Il più celebre tributo al volo di Gagarin è stato certamente realizzato da Evgenij Evtušenko, il grande poeta russo, che scrisse il poema Sono Gagarin, il figlio della Terra. Una lunghissima dedica che è anche uno spettacolare credo pacifista. Quella piccola terra vista da lassù è un girovagare che sospende l’uomo e che ci incarna tutti: Gagarin non è russo, Gagarin è spazio e coscienza, Gagarin è umanità.

«Io sono Gagarin.

Per primo ho volato,

e voi volaste dopo di me.

Sono stato donato

per sempre al cielo, dalla terra,

come il figlio dell’umanità.

In quell’aprile

i volti delle stelle, che gelavano senza carezze,

coperte di muschio e di ruggine,

si riscaldarono

per le lentiggini rossigne di Smolensk

salite al cielo.

Ma le lentiggini sono tramontate.

Quanto mi è terribile

non restare che un bronzo, che un’ombra,

non poter carezzare né l’erba, né un bambino,

né far scricchiolare il cancelletto d’un giardino.

Da sotto la nera cicatrice del timbro postale

vi sorrido io con il sorriso ch’è volato via.

Ma osservate bene cartoline e francobolli

e capirete subito:

per l’eternità io sono in volo.

Mi applaudivano le mani dell’intera umanità.

La gloria tentava di sedurmi,

ma no, non c’è riuscita.

Sulla terra mi sono schiantato,

quella che per primo ho visto tanto piccola,

e la terra non me l’ha perdonata.

Ma io perdono la terra,

sono figlio suo, in spirito e carne,

e per i secoli prometto di continuare il mio volo

al di sopra dei bombardamenti,

delle tele-radiomenzogne,

che la stringono con le loro volute,

al di sopra delle donnaccole che baldanzosamente

ballano lo streep-tease per i soldati nel Vietnam,

al di sopra della tonsura

del frate

che vorrebbe volare, ma è imbarazzato dalla sottana,

al di sopra della censura

che nella sua tonacaccia, inghiottì in Spagna le ali dei poeti…

C’è chi è in volo

nel simun vorticoso di stelle.

C’è chi si dibatte

nella palude da se stesso voluta.

Uomini, o uomini

ingenui spacconi,

pensate: non vi fa paura

alzarvi dal Capo che porta il nome dell’uomo che avete ucciso?

Vergognatevi di questo baccano da mercato!

Voi siete gelosi,

rapaci,

vendicativi.

Come potete cadere tanto in basso se volate tanto in alto?!

Io sono Gagarin, figlio della Terra,

figlio dell’umanità: sono russo, greco e bulgaro,

australiano e finlandese.

Vi incarno tutti

col mio slancio verso i cieli.

Il mio nome è casuale,

ma io non sono stato per caso.

Mentre la terra s’insozzava

di vanità e di peccato,

il mio nome cambiava,

ma l’anima no.

Mi chiamavano Icaro.

Giacqui nella polvere, nella cenere.

Mi aveva spinto verso il sole

il buio della terra.

La cera si sciolse, spargendosi qua e là.

Caddi senza salvezza,

ma un pizzico di sole

rimase stretto nella mia mano.

Mi chiamarono servo.

La rabbia mi pesava sulla schiena

mentre, ritmando il tempo con le mani e coi piedi,

danzavano sul mio corpo.

Io caddi sotto le bastonate,

ma, maledicendo la servitù,

mi costruii delle ali coi bastoni

dei miei torturatori!

Ad Odessa fui Utockin.

Fece uno scarto il duca,

quando al di sopra dei suoi pantaloncini a piffero

si levò un cavallo volante.

Sotto il nome di Nesterov

girando sopra la terra,

feci innamorare la luna

col mio giro della morte.

La morte fischiava sulle ali.

È una virtù disprezzarla

e con Gastello imberbe

mi gettai in volo sul nemico.

E le ali temerarie

ardendo come un rogo, hanno protetto,

voi che foste allora ragazzi,

Aldrin, Collins, Armstrong.

E, sicuro della speranza

che gli uomini sono un’unica famiglia,

dell’equipaggio di Apollo

invisibile io ero.

Mangiammo dai tubetti,

avremmo brindato in viaggio

come sull’Elba,

ci abbracciammo sulla Galassia.

Il lavoro procedeva senza scherzi.

Era in gioco la vita

e con lo stivale di Armstrong

io scesi sulla Luna».

Se volete sentirla catanta ascoltate questo pezzo di Claudio Baglioni, che si ispirò all’opera del russo, per scrivere, appunto, Gagarin, nel lontano 1977.

Informazioni su Filippo Grasso

Pare che si diverta a leggere, ma, in realtà, passa in rassegna soltanto le quarte di copertina. Adesso che ha svelato il suo segreto vi ucciderà tutti.

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