domenica , 24 settembre 2017
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Edgar J. Hoover, il fenomeno che non c’era

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“Edgar J. Hoover fu un fenomeno”. Così scrive Anthony Summers, uno dei biografi del fondatore e capo indiscusso dell’Fbi, in un articolo pubblicato sul Guardian nel gennaio del 2012. L’abbiamo recuperato per discutere di questo funzionario americano che ha servito otto presidenti e che ha avuto ben sette interpretazioni differenti al cinema e diverse apparizioni in letteratura, tra cui ricordiamo American Tabloid di James Ellroy. Oggi cade l’anniversario della suo nomina a capo dell’Fbi (10 maggio del 1924).

Sempre a Summers dobbiamo fare riferimento per scavare nella duplice esistenza di quest’uomo che fu odiato e sbeffeggiato in privato e amato e riverito in pubblico. Alla sua morte Richard Nixon lo elogiò come “uno dei giganti, un simbolo nazionale di coraggio, patriottismo…” e via dicendo, mentre in privato si limitò ad un semplice “Gesù Cristo! Quel vecchio succhiacazzi”. Ironia della sorte: non solo Nixon aveva provato a far dimettere il vecchio Hoover senza riuscirci, ma sarebbe stato costretto a dimettersi suo malgrado due anni dopo la morte del capo dell’Fbi a causa dello scandalo Watergate. Se credessimo nell’aldilà parleremmo di una vendetta post-mortem che certamente rende omaggio alla statura e alla pericolosità del personaggio. Qualche tempo prima Harry Truman aveva scritto: “Non abbiamo la Gestapo o la polizia segreta. L’Fbi sta tendendo in questa direzione”. Gli archivi di Hoover hanno condizionato la vita di tutti i presidenti incontrati, garantendogli al contempo il posto per tutta la vita.

La vita di Hoover è proprio tutta in questa dicotomia tra pubblico e privato. Le dichiarazioni di Truman e Nixon sono solo un esempio di un vita costellata dalla doppiezza. Un’ovvietà, direte, che accompagna gli uomini di potere dall’inizio della Storia. Ma il privato di Hoover è materiale infiammabile, roba troppo correlata alle sue azioni pubbliche per restare confinato da un’altra parte. Clint Eastwood, ad esempio, ne fa un ritratto privatissimo in J. Edgar (2011) con Di Caprio, ma non c’è azione di Hoover che possa restare confinata alle mura domestiche. Perché le mai confermate voci sulla sua omosessualità e sul rapporto con Clyde Tolson, a cui Hoover lasciò l’intero patrimonio, facevano invece da contraltare alla fame di pettegolezzi nei confronti della vita sessuale altrui. Non senza picchi di morbosità che andavano ben oltre il semplice ricatto o il voyeurismo. Hoover fu tanto blindato anche con se stesso (la rivelazione della sua omosessualità in quegli anni l’avrebbe distrutto) al punto che a se stesso, in qualche misura, vi dovette rinunciare. Solamente così le debolezze altrui potevano diventare rapidamente delle leve con cui affossare e controllare i nemici. In American Tabloid c’è questa immagina inquietante ed efficace: Hoover di presenza appare veramente poco e solo all’inizio del romanzo, per il resto è una voce al telefono o un rapporto scritto. Hoover è sopravvissuto perché non c’era.

Informazioni su Filippo Grasso

Pare che si diverta a leggere, ma, in realtà, passa in rassegna soltanto le quarte di copertina. Adesso che ha svelato il suo segreto vi ucciderà tutti.

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