giovedì , 27 aprile 2017
Le news di Asterischi

Contro le recensioni (parte 1)

 

Tomba di Eleonora D’Aquitania

Riportiamo la prima parte della traduzione di un articolo  pubblicato sulla rivista americana n + 1 e firmato da  Elizabeth Gumport, prestigiosa giornalista culturale che scrive anche per The New Yorker, The Guardian, The New York Review of Books website. Seconda puntata prevista per il 19 marzo. 

«Il ruolo del recensore è, in una ‘Repubblica delle lettere’, tanto benefico e necessario quanto odioso e spiacevole, come quello di un boia in uno Stato.»

Monthly Anthology, 1807

Prima che il grande pubblico arrivasse al potere, erano degli aristocratici benefattori a dettar legge nel mondo dell’arte. Per secoli, gli autori vivevano al di fuori del libero mercato.

I loro lettori erano i loro mecenati; il pubblico, in teoria, era costituito da una sola persona e, in più, dalla sua corte . Le relazioni di patrocinio sfociavano in relazioni erotiche. Eleonora D’Aquitania era sicuramente un’amante delle arti, ma un trovatore può soddisfare più d’un bisogno. Wagner era innamorato della moglie del suo benefattore; quando Spenser scrisse l’Epithalamion, pensava tanto al rapporto tra mecenate e poeta quanto a quello tra marito e moglie.

Con l’aumento del tasso di alfabetizzazione in Europa durante i secoli XVII e XVIII, anche la richiesta e la produzione di libri aumentarono. Fiorirono le biblioteche itineranti e la narrativa divenne centrale. Nel 1600, circa metà dei libri editi a Parigi erano testi religiosi. Attorno al 1790, la percentuale era scesa al 10%.

Contemporaneamente all’affermazione del libro – e in particolare del romanzo – si verificò l’affermazione delle recensioni di libri. Le prime pubblicazioni di questo tipo avevano avuto vita breve e un pubblico ristretto, ma con l’aumento del numero di lettori e la diminuzione dei costi di stampa, le recensioni iniziarono ad avere un’enorme influenza.

Come un’enciclopedia o un almanacco, le prime recensioni erano concepite come dei documenti imparziali e completi. Una rivista di recensioni si definiva «un resoconto imparziale di ogni libro pubblicato»; un’altra dichiarava che il compito del recensore era quello di «fornire un resoconto fedele di un libro». Quando il recensore «infetta l’aria e il linguaggio con una censura o un giudizio, invade l’indiscusso diritto del pubblico, che è l’unico giudice supremo della reputazione di un autore e del merito dei suoi componimenti».

Questa fortuna senza precedenti delle recensioni attestò che per la prima volta la fortuna di un autore era determinata dal grande pubblico piuttosto che da un mecenate privato. Questo nuovo grande pubblico fu percepito da alcuni come un serio problema per la stabilità sociale. Un autore non avrebbe più potuto riconoscere o prevedere la reazione del pubblico. I suoi lettori sarebbero stati troppi, e per lui erano degli sconosciuti. Come avrebbe potuto sedurli, e perché?

Con la maggiore efficienza della stampa e dei suoi canali di distribuzione, il numero di recensioni aumentò, intorbidendo il suo proposito originale. «Ora che [l'autore] ha sessanta recensioni quando nel secolo XIX ne aveva probabilmente sei», scriveva Virginia Woolf, « scopre che non c’è nulla come ‘un’opinione’ sul suo lavoro. L’elogio cancella la stroncatura, la stroncatura cancella l’elogio. In seguito arriva a disinteressarsi sia dell’elogio che della stroncatura: sono entrambi inutili. Considera le recensioni solo in funzione del loro effetto sulla sua reputazione e sulle sue vendite». Può risultare difficile rilevare l’effetto. Come affermava la Woolf, «quando due opinioni del tutto opposte si scontrano, si eliminano a vicenda. Il lettore sospende il giudizio; aspetta di avere l’opportunità di giudicare lui stesso il libro; molto probabilmente se ne dimentica del tutto e le sue sette sterline e sessanta rimangono nel suo borsello».

Se le recensioni letterarie non sono altro che pubblicità gratuita, sono tra le più inutili, mal concepite campagne di marketing mai concepite. È strano pensare che il resoconto di ciò che si trova dentro un libro possa costituire un buon modo per venderlo. Immaginate se i commessi del McDonald vi dicessero cosa viene messo in un Big Mac: cipolle reidratate, sciroppo di mais ad alto tenore di fruttosio, manzo trattato con ammoniaca.

La Woolf immaginava i recensori del futuro intenti a usare « un asterisco per indicare approvazione, una crocetta per mostrare disapprovazione». Oggi sia Kirkus sia il Publisher’s Weekly usano le stelle per marcare i libri particolarmente interessanti. I recensori, comunque, non vengono ancora chiamati «assaggiatori», termine proposto dalla Woolf, ma un’opera narrativa è comunque considerata negli stessi termini di un’entrée di pesce: fresca, insipida, visionaria, priva d’ispirazione. Leggere una recensione è come leggere di un ristorante di una città in cui non si è mai stati e che non si progetta di visitare.

Il punto è che le recensioni dovrebbero essere fatte in modo più efficace e senza spettatori.

«Con qualche differenza», scriveva la Woolf, « i metodi della medicina potrebbero essere imitati: ci sono diverse somiglianze tra medico e recensore, tra paziente e autore. Lasciamo che i recensori seppelliscano se stessi o i loro relitti, e resuscitino come medici […] Lo scrittore allora potrebbe sottoporre il suo lavoro a un giudice di suo gradimento, prendendo un appuntamento». Ma la vera analisi critica, come un’autopsia, può essere eseguita solo a morte avvenuta. «È impossibile per chi è in vita giudicare il lavoro di altre persone ancora vive. Anni, molti anni, come dice Matthew Arnold, devono passare prima che sia possibile divulgare un’opinione che non sia ‘soltanto personale, ma personale e appassionata’».

In quanto ricapitolazioni di qualcosa che esiste già, le recensioni sono coerentemente conservatrici. Gli spazi ristretti inibiscono speculazione e dissenso, che è il motivo per cui anche se elegante, una recensione tende a essere arida, inutile e priva di impulsi. Molti autori esordienti, ma anche scrittori affermati che sperano di vedere pubblicato il proprio lavoro – e di essere pagati per questo – trovano difficile veder affermarsi i propri lavori non recensiti. Il risultato? « Una generazione che nasconde le sue vere idee in delle recensioni».  Costretti a infilare concetti complessi nel piccolo spazio tra la trama e i dettagli biografici, i recensori non ci riescono quasi per nulla. Nessuno dice loro la verità: non si possono evitare i compromessi e per ogni libro letto ce n’è un altro non letto. Se gli autori più esperti ammettessero che le recensioni sono inutili e noiose – non lette e non leggibili – chi recensirebbe i loro libri? Come il nonnismo, il recensire consiste nell’afflizione del giovane e del debole, costretto a delle penitenze da parte di chi è più vecchio e popolare.

Chi legge le recensioni? Molte persone lo fanno occasionalmente. Ma più frequentemente lo fa solo l’autore del libro se fa la sua googlata, oltre a qualche amico, i genitori, gli ex, eccetera. Altrimenti, i nostri soli lettori sono gli amici, che si sentono obbligati almeno a dare un’occhiata alla nostra noiosa recensione perché noi abbiamo cliccato ‘mi piace’ sulla loro su Facebook.

Perché diamo la priorità a un qualche pubblico immaginario rispetto alle persone che conosciamo davvero e che hanno letto il nostro lavoro? Perché non abbiamo voglia di scrivere, e di leggere, per i nostri amici? Forse abbiamo paura della nostra libertà. Se potessimo scrivere tutto ciò che vogliamo, cosa leggeremmo e scriveremmo? Probabilmente non le recensioni. Dovremmo compiere delle scelte.

Immaginate una cultura letteraria in cui il rapporto tra lettore e scrittore sia intimo e diretto come la relazione tra il poeta e il suo mecenate. Non sarebbe, e non è mai stata, una garanzia di salute e felicità – la maggior parte dei matrimoni sono infelici. Ma la «passione» che Arnold pensava dovesse essere neutralizzata potrebbe pronunciare fieramente il suo nome. Perché uno scrittore dovrebbe vergognarsi di scrivere per qualcuno che conosce? Perché i suoi amici e i suoi nemici simulano una mancanza d’interesse per il suo lavoro? Affetto, attrazione, ammirazione, rivalità, risentimento: sono tutte pulsioni afrodisiache e aumentano il nostro interesse per ciò che ci ha preceduti. Nessuno sostiene che dovremmo scoparci gli sconosciuti, quindi perché dovremmo leggerli? Se la privacy del mecenatismo è impossibile o indesiderabile, la tradizionale corte può essere rimpiazzata dalla pratica orgiastica.

Qui la seconda puntata

Traduzione di (Loris Magro)

Informazioni su Loris Magro

Loris Magro
Nasce il 3 Maggio 1990 ad Agrigento. Un po’ per un’insaziabile curiosità, un po’ per geni ereditari, legge fin da piccolo tutto quel che gli capita sotto agli occhi; una volta cresciuto, decide di dedicarsi a tempo pieno alla critica letteraria.

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