giovedì , 27 aprile 2017
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E così l’Urlo di Ginsberg viene soffocato

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Ebbene sì, l’Urlo è stato soffocato, ieri 25 Marzo 1957, con un processo per oscenità nei confronti dell’editore Lawrence Ferlinghetti. Partiamo dal 7 ottobre 1955, un anno e mezzo fa, quando Allen Ginsberg legge per la prima volta in pubblico il suo poema “Urlo”. Ci troviamo alla Six Gallery di San Francisco, Frisco per gli addetti ai lavori, una piccola galleria d’arte all’interno di una vecchia officina meccanica tra la Union e la Fillmore Street. Ginsberg lo legge, gli ascoltatori lo osannano. Urlo viene pubblicato da Lawrence Ferlinghetti un anno dopo, nell’autunno 1956. La raccolta di poesie di Ginsberg diventa il cult della Beat Generation.

In questi sei mesi abbiamo sentito molte storie su di lui. Allen Ginsberg è il poeta visionario, rimbaudiano perché la “nuova visione” che muove la sua poetica è un’eredità ricevuta da Arthur Rimbaud. È l’ascoltatore incantato che sostiene di aver tratto ispirazione da William Blake, in un misero appartamento di Harlem nel 1948. È il fumatore di peyote che si sbarazza dei cliché e sperimenta un linguaggio fatto di esperienze, associazioni d’idee, allucinazione, interferenze emotive date da chi gravita nella sua immediata orbita. E Urlo diventa così la pietra dello scandalo. Col suo ritmo isterico e apparentemente a briglie sciolte, Ginsberg costruisce con estrema lucidità quattro parti distinte.

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La prima è un collage di immagini mischiate che ruotano intorno a esperienze reali, descrizioni di persone conosciute, artisti, poeti, pazienti psichiatrici. «Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate isteriche nude, trascinarsi nei quartieri negri all’alba in cerca di un sollievo astioso […]». La seconda parla dell’America, immensa e sporca, un gigante imbruttito che Ginsberg chiama Moloch e «il cui sangue è denaro». «Quale sfinge di cemento e alluminio gli ha spaccato il cranio e ha mangiato i loro cervelli e la loro immaginazione? Moloch! Solitudine! Sporco! Bruttezza!». La terza è una sorta di lettera a Carl Solomon, poeta dadaista che decide volontariamente di farsi internare nell’ospedale psichiatrico di Rockland. È un canto ripetitivo, impregnato di speranze ma paure condivise. «Carl Solomon […] sono con te a Rockland dove siamo grandi scrittori sulla stessa orribile macchina da scrivere. […] Sono con te a Rockland dove abbracciamo e baciamo gli Stati Uniti sotto le lenzuola gli Stati Uniti che tossisce tutta la notte e non ci lascia dormire. […]» La quarta è la nota finale in forma mistica, dove il mantra Holy! sembra lasciare aperto uno spiraglio all’ottimismo e all’arte.

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Eppure «il migliore poema del giovane gruppo», come dichiarato dal poeta Richard Eberhart sul New York Times, è appena stato censurato, con il risultato di 520 copie ritirate e un processo nei confronti dell’editore. E se Moloch non ha capito l’importanza di questo urlo, sta a noi leggere le parole che la giovane Beat Generation ha trasformato in poesia cruda e visionaria. «visioni! presagi! allucinazioni! miracoli! estasi! portati via dal fiume americano! Sogni! adorazioni! illuminazioni! religioni! l’intero bastimento di stronzate emotive!»

Informazioni su Debora Borgognoni

Debora Borgognoni
Nasce a Pavia nel 1980. Dopo il diploma in Lingue Europee, studia fotografia professionale alla John Kaverdash School Academy di Milano e nel frattempo pubblica per Albatros il suo libro d’esordio “Caro diario…”

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