giovedì , 27 aprile 2017
Le news di Asterischi

Dialogo immaginario tra Philip K. Dick e Asterischi (rrb)

BERKELEY – Sconfessato e culturalmente marginalizzato in vita, Philip K. Dick fu costretto a rinunciare alla pubblicazione di quasi tutti i suoi romanzi mainstream. Dopo la morte, avvenuta nel 1982, è diventato l’autore più rivalutato dalla critica mondiale. In Italia ha avuto, tra gli illustri sponsor culturali, Goffredo Fofi. Tommaso Pincio l’ha paragonato, per ampiezza di vedute e per denifizione del capitalismo, a Karl Marx, mentre un insospettabile Sergio Cofferati ha introdotto Ubik in una vecchia edizione della Fanucci. Oggi è considerato parte integrante della letteratura americana e mondiale, sebbene i suoi romanzi, spesso roba per i palati grossolani dei lettori di fantascienza, non siano sempre stilisticamente deliziosi. La Fanucci sta ristampando tutta la sua produzione.

Tu sei uno scrittore di fantascienza, anche se questa etichettatura ti inorridisce. Come è iniziato il tuo amore per il genere?
Avevo dodici anni quando lessi la mia prima rivista di SF… Si chiamava Stirring Science Stories e pubblicò, credo, solo quattro numeri. L’editore era Don Wollheim, che in seguito avrebbe comprato il mio primo racconto. Mi imbattei nella rivista quasi per caso; stavo cercando, in realtà, Popular Science. Ne fui colpito. Racconti scientifici? Di colpo, vi riconobbi la magia che avevo trovato nei libri di Oz, non più, però associata alle bacchette magiche, bensì alla scienza.
Quando hai capito che saresti diventato uno scrittore di sf?
Andai in un negozio per cercare Popular Science. Era esaurito e così comprai una rivista chiamata Stirring Science Fiction. Pensai, bene, il titolo è similare… io ricordo una storia dove decidono di trovare il centro dell’universo. Ora io
sapevo che non era possibile, che nessuno aveva mai costruito un razzo e corso al centro dell’Universo, già era una realtà per me.
Cosa ricordi dei tuoi primi amori. Sappiamo che ti sei sposato una prima per convincere te stesso che non eri omosessuale. Poi arrivò Kleo, la tua prima moglie…
Ti risponderò con quello che ne scrisse uno dei miei biografi europei Emmanuel Carrère. “Kleo credeva nel mito dell’artista incompreso e dell’allegria bohèmien: l’artista per lei doveva essere incompreso, almeno agli inizi, e i bohèmien allegri, proprio come i militari, dovevano essere dei bruti gallonati, i film di Hollywood delle stupide pellicole commerciali”. Credo sia abbastanza verosimile.
In gioventù ti hanno accusato di essere comunista…
Andai un paio di volte a delle riunioni e credo nella teoria di un mondo comunista, ma non lo sono mai stato. Ho sempre rifiutato qualsiasi tipo di totalitarismo.
E i rapporti con l’Fbi?
Un giorno dell’inverso 1955, solo in casa, ero intento ad ascoltare una sinfonia di Beethoven quando si presentarono alla porta due individui, che sulle prime scambiai per dei venditori porta a porta. Uno era grande e grosso, l’altro
piccolo e magro, contrasto che il loro abbigliamento identico accentuava […] quei due individui non avevano niente da vendere. Mi mostrarono le loro tessere dell’FBI […] essi disapprovavano visibilmente che quel tipo alto, in maniche di camicia, mal rasato, perdesse il suo tempo in casa alle undici del mattino invece di andare a lavorare come tutti in un ufficio, in un’officina o in un negozio […] se fossi stato un cacciatore di streghe, non mi sarei preoccupato degli scrittori raffinati dell’East Cost o dei registi ostentatamente rossi di Hollywood, che avevano senz’altro il compito di distogliere l’attenzione, ma avrei sorvegliato senza tregua i veri manipolatori d’opinione, quelli che lavorano alla fonte, per mezzo di quella letteratura proletaria e puerile che tutti fingono di disprezzare.
Non ti vogliamo chiedere di Anne e delle altre mogli. Sappiamo che è una parte della tua vita che ti fa ancora soffrire. Ma cosa dire del tuo rapporto con la religione…
Ricordo che ero un adolescente e andavo da uno psichiatra e gli dissi che avevo incominciato a domandarmi se il
nostro sistema di valori fosse vero in senso assoluto. E lui mi disse: «Questo è un sintomo della tua nevrosi, il fatto che
dubiti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato». Poi presi una copia della rivista scientifica inglese Nature. E lì
c’era un articolo in cui si diceva che in pratica tutti i nostri valori derivano essenzialmente dalla Bibbia, e non si
possono verificare empiricamente, ricadendo perciò nella categoria di ciò che non si può dimostrare né provare.
Glielo feci vedere e lui si arrabbiò molto: «Considero queste cose nient’altro che merda pura. Merda pura». E io lì, un teenager anni Quaranta, e lui lì, uno psichiatra. Voglio dire, il suo cervello era morto, per quanto ne capivo.
Poi nel 1974 la svolta…
Mi accadde un evento singolare: un lampo rosa mi attraversò il cervello, e la sua mente lo vide. Si discute ancora oggi sulla reale natura di questo lampo, forse attribuibile a condizioni di salute non eccelse, a una pressione molto
alta; ma io lo interpretai come un segno divino, arrivai addirittura a sostenere di essere stato “invaso” da Dio, e la mia produzione subì una svolta radicale. Che è testimoniata dalla cosiddetta Trilogia di Valis, tre romanzi nei
quali le strutture fantascientifiche subiscono una progressiva disgregazione per lasciare posto alla frenetica ricerca del divino, della comunione col trascendente.
Qualche battuta sui tuoi romanzi. L’uomo nell’alto castello, The man in the high castle, tradotto in italiano anche come La svastica sul sole. Perché questo titolo?
Quando l’elettore protestante Palatino, Federico, si rivoltò contro Ferdinando, Imperatore del Sacro Romano Impero, l’Alto Castello venne a simboleggiare il centro della libertà religiosa e politica contro gli asburgo autocratici e cattolici. Ho usato questo nome nel titolo del mio romanzo come un simbolo della rivolta contro la tirannia dei nazisti, suggerendo una somiglianza tra il ruolo monolitico dei cattolici in Europa prima della Guerra dei Trent’anni e il ruolo del nazismo nel mio romanzo.
Un romanzo sul nazismo e sulle colpe dei tedeschi. Ma quanto fu veramente colpevole il popolo tedesco in quella immane tragedia?
Noi siamo colpevoli di quello che i folli “programmatori” sub razionali di Washington stanno facendo adesso? Non lo so. E una qualsiasi donna tedesca di un qualsiasi paese tedesco era colpevole di una decisione presa a Berlino
nell’ufficio di Eichmann?
Una battuta per chiudere. Il capitalismo ha affrontato molte crisi ma è sempre rimasto in piedi. Michel Houllebecq sostiene che “di tutti i sistemi economici e sociali, il capitalismo è senza dubbio il più naturale. Il che basta già di per sé a indicarlo anche come il peggiore”. Ti trovi concorde?
Come ho scritto nelle Tre stimmate di Palmer Eldritch credo che il capitalismo stia ormai superando se stesso. Ho prefigurato un capitalismo ultracosmico in cui se dio promette la vita eterna, io imprenditore posso vendertela. Non siamo poi così lontani.

Nota dell’intervistatore – alcune risposte sono estratte dalla biografie di Philip Dick di Emmanuel Carrère, altre della lettere private dell’autore americano e in alcuni casi diventano pensieri dell’intervistato scritti di critici italiani come Vittorio Curtoni.

(rrb)

Informazioni su Rosario Battiato

sopravvive soltanto a temperature basse e in ambienti chiusi. Ha studiato Storia, ma ha la tendenza a fare il giornalista e a costruire un pastiche al giorno. Fondatore di Asterischi.

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