martedì , 12 dicembre 2017
Le news di Asterischi

Dialogo immaginario tra Giacomo Leopardi e Asterischi (ct)

 

 

CT : Bene. Ora che ci si trova io e Lei comodamente sistemati messer Leopardi, spero non Le dispiaccia rispondere ad alcune domande che avrei preparato per Lei.

GL : Sono così stordito dal niente che mi circonda, che non so come abbia la forza di prender la penna per rispondere…

CT : Ecco, è proprio di questo che intendo discutere. E non si scomodi, la sua voce sarà una risposta ben sufficiente. La sola prospettiva di un’azione concreta, la più semplice, sembra angosciarla. Da dove tutto ciò?

GL : Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano, tanto più si allontanano dalla felicità quanto più la cercano. Non v’è altro bene che il non essere: non v’ha altro di buono che quel che non è.

CT : Dunque lei pone l’accento sulla superiorità di ciò-che-non-è rispetto a ciò-che-è. E’ per questo che, come Lei dice, i piaceri non dilettano, e i beni non giovano?

GL : Non è meraviglia che la speranza sia sempre maggior del bene; e che la felicità umana non possa consistere non nella immaginazione e nelle illusioni.

CT : Mmm… ecco, ci spieghi meglio il perché questo accade…

GL : L’anima umana desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente al piacere, ossia alla felicità. Questo desiderio non ha limiti, e perciò non può avere fine in questo o quel piacere che non può essere infinito. Perché ogni piacere è circoscritto, ma non il piacere, la cui estensione è indeterminata, e l’anima amando sostanzialmente il piacere, abbraccia tutta l’estensione di questo sentimento, senza poterla neppure concepire.

CT : Sarebbe in grado di fornirci un esempio pratico?

GL : Se tu desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come cavallo e come un tal piacere, ma in fatti lo desideri come piacere astratto e illimitato. Quando giungi a possedere il cavallo, trovi un piacere necessariamente circoscritto e senti un vuoto nell’anima perché quel desiderio che avevi effettivamente non resta pago. Il fatto è che quando l’anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere, non un tal  piacere. Tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere perché l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare.

CT : Beh adesso è senz’altro chiaro il senso del suo riferimento a piaceri che non dilettano e beni che non giovano. Dunque, stando a ciò che ha detto pocanzi, se non vado errato la sua inferenza è che l’unica via d’uscita sono illusioni ed immaginazione, giusto?

GL : E’ naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni nell’immaginazione del piacere. Ella può figurarsi piaceri che non esistono, e figurarseli infiniti. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà , si trova così nell’immaginazione, da cui derivano la speranza, le illusioni ec.

CT : Dunque, per Lei, cos’è veramente “piacevole”? E cosa, soprattutto, cos’è davvero “poetico”?

GL : E’ piacevole per se stesso un canto udito da lungi o che paia lontano senza esserlo, o che si vada appoco appoco allontanando; il canto degli agricoltori che nella campagna s’ode suonare per le valli, senza però vederli. La luce del sole o della luna, veduta in un luogo dove essi non si vedano e non si scopra la sorgente della luce. Tutti quegli oggetti insomma che giungono alla nostra visto, udito ec. in modo incerto, mal distinto, imperfetto, incompleto, o fuori dell’ordinario. Le parole lontano, antico e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e confuse. Le parole notte, notturno, le descrizioni della notte ec., sono poeticissime, così oscurità, profondo ec. Vedi in questo proposito Virgilio, Eneide, VII, v.8, segg. La notte o l’immagine della notte è la più propria ad aiutare i detti effetti del suono. Virgilio da maestro l’ha adoperata.

CT: A proposito di Virgilio, è più che risaputa la sua devozione nei confronti dei classici, degli antichi insomma. Di fatti non tarda a farvi riferimento. Come si inseriscono le loro voci nella sua poesia? Chi sono per lei “gli antichi” e che cos’è “l’antico”?

GL : L’immaginazione come ho detto è il primo fonte della felicità umana. Ma questa non può regnare senza l’ignoranza, almeno una certa ignoranza come quella degli antichi. Di questo bello aereo, di queste idee abbondavano gli antichi, abbondano i loro poeti, massime il più antico cioè Omero. Quindi deducete le solite conseguenze sulla superiorità degli antichi sopra i moderni in ordine alla felicità. L’antico è un principalissimo ingrediente delle sublimi sensazioni, per la tendenza dell’uomo all’infinito…

CT : Bene. Giunti alla conclusione, la ringrazio per l’idea concreta della sua persona e del suo pensiero che è riuscito a darci. Sarebbe però interessante se Lei ci lasciasse con un pensiero, con un messaggio, che racchiuda l’essenza del suo sentire e sia rivolto concretamente ai lettori. A lei signor Leopardi…

GL : La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, quale ch’egli sia, non può essere poetico; e il poetico, in uno o in un altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago. Il passato, a ricordarsene, è più bello del presente, come il futuro a immaginarlo. Perché? Perché il solo presente ha la sua vera forma nella concezione umana; è la sola immagine del vero; e tutto il vero è brutto.

Le citazioni riportate in questo dialogo sono tratte dallo Zibaldone, dalle Lettere e dalle Operette Morali (Dialogo della Natura e di un Islandese).

(ct)

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