martedì , 27 giugno 2017
Le news di Asterischi

Dialogo immaginario tra Charles Baudelaire e Asterischi

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Ti guarda dalla parete – appeso al muro del suo antico studio all’Hotel de Primodan – un uomo esile che sembra passato attraverso ogni sorta di piacere. Barba e capelli disordinati da dandy, da “maudit”, il sopracciglio alzato di uno che non crede a chi ha davanti, lo sguardo acuto di chi ha esplorato la poesia per farne male tragico e bellezza suprema. Da quelle finestre che le tende oscurano a metà lasciando aperta solo la porzione di cielo, c’è riflesso il volto di Charles Baudelaire.

Monsieur Baudelaire, io mi inchino alla Sua genialità. Questa è forse l’intervista più difficile che mi sia mai capitata, e che in fondo mai mi capiterà. Prima di cominciare volevo farglielo sapere, anche un po’ per giustificare la mia evidente emozione…

Signorina, ma quanto è ampollosa lei… Non esageriamo poi, suvvia, lei che è venuta a pescarmi addirittura a due secoli di distanza dal suo; avrà il piacere, o il disturbo, di esplorare molte menti passate presenti e future, quindi non c’è bisogno di adularmi così. La donna non dovrebbe mai adulare. La donna in fondo è figlia perenne di Venere, non sa separare l’anima dal corpo, e quando ci prova risulta fastidiosa.

Capisco il suo disappunto, Monsieur Baudelaire. Ma, a dire il vero, questa sua misoginia a inizio intervista mi provoca un certo turbamento. 

Dire che la donna è sinestesica non significa essere misogino. Però, sì, ammetto di sentire un lieve ma incontrollabile disprezzo per la donna. E poi, sa, l’amore è una condanna e anche una benedizione. E del resto la donna ne è il suo specchio.

 La donna, l’amore, il piacere, la condanna… Mi parli di lei, Jeanne Duval, la sua musa diabolica. E con lei cominciamo finalmente l’intervista.

Cominciamo? Stiamo parlando da mezz’ora; non vorrà gettare all’aria tutte le mie parole! Le parole dei poeti sono come semi nella terra. Devono rimanere lì sotto una volta gettate, non vanno consumate, non vanno ripetute, bisogna solo aspettarne i frutti. Che possono anche essere, come no!, fiori del male.

Di Jeanne posso dire che è la «bête implacable et cruelle»* così come la «seducente gemma delle mie notti». Non c’è bisogno di aggiungere altro perché ne ho scritto per gran parte della mia vita.

Io invece insisto. La voluttà è un fiore del male, e Jeanne Duval è il suo personale fiore del male. E in fondo come si fa ad amare «une outre aux flancs gluants, toute pleine de pus» («un otre dai fianchi viscidi, gonfio di umore immondo»)**?

Insiste senza convinzione, perché non trovo la domanda. Lei è più egocentrica di me, adesso l’ho compresa. Ha provato a pavoneggiarsi inutilmente però, visto che ha usato le mie parole. La prossima domanda?

Touchée. L’ultima, con una piccola premessa. I circoli letterari del terzo millennio richiamano pigramente, o tentano di farlo, quel vostro antico “festino” fatto di grandi ideologie, poesia vera, arte insaziabile, che poi non è altro che il bisogno di aprire la mente e viaggiare nei suoi anfratti. Voglio entrare per pochi minuti nel Club des Hashischins, perché temo di non poterlo fare una seconda volta.

Le farò questo piacere. Chiuda gli occhi. Deve riuscire a rendere partecipi tutti i suoi sensi. Prima provi ad annusare. L’odore acre e insieme avvolgente di hashish le entra nelle narici. E adesso arriva in gola e le fa percepire una certa ebbrezza mista a fastidio. Tosse. Sta tossendo, bene, è nella parte. Allora cammini. L’Hôtel de Lauzun ha questa stanza meravigliosa, fumosa, incontinente, che trasuda genialità. Adesso guardi, apra gli occhi. Le vede quelle sedie? Vi si stanno materializzando le menti più brillanti del mio secolo. Ecco Dumas che beve assenzio, ha lo sguardo vuoto e la mano sul calice. Sta pensando. Gautier, uno dei miei più cari amici, vede?, è quel robusto barbuto che fa cenno con la mano; sta prendendo appunti per la rivista Des Deux Mondes. Delacroix, quel belloccio dal sorriso ammiccante, fuma come un pazzo dalla mattina alla sera. Dovrebbe vedere il suo atelier, ne sono affascinato da sempre. De Nerval, Moreau, Balzac… Eccoli tutti.

Amici miei, vi presento la Signorina di Asterischi, una gran curiosa. Vorrebbe fumare qualcosa con noi e colorare il terzo millennio! Su i calici, esorcizziamo questo spleen che ci fa fare arte e ci fa pensare alla vita e alla morte! E che nei secoli cambia la forma ma mai la sostanza.

*Les Fleurs du Mal, poème XXIV, Mondadori, 1983, traduzione a cura di Gesualdo Bufalino

**Les Fleurs du Mal, Les métamorphoses du vampire, Mondadori, 1983, traduzione a cura di Gesualdo Bufalino

Informazioni su Debora Borgognoni

Debora Borgognoni
Nasce a Pavia nel 1980. Dopo il diploma in Lingue Europee, studia fotografia professionale alla John Kaverdash School Academy di Milano e nel frattempo pubblica per Albatros il suo libro d’esordio “Caro diario…”

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