martedì , 26 settembre 2017
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Cuba e Castro non sono un mito

 “Cuba e Castro non sono un mito, ma una realtà”. L’imprescindibilità del binomio Cuba-Fidel è indiscutibile per il Nobel colombiano Gabriel García Márquez, legato a Castro da una lunga amicizia, che lo ha portato a sostenere apertamente l’ex leader del partito comunista cubano in diverse occasioni. Nell’immaginario collettivo Cuba si identifica nel bene e nel male con Fidel, con quel líder máximo che, sfuggito alla condanna imposta dal regime batistano, ha ufficializzato il socialismo cubano destreggiandosi abilmente fra i meandri della politica internazionale. Un socialista sopravvissuto in un mondo capitalista, per alcuni simbolo della resistenza e della giustizia sociale, per altri nemico dei diritti umani; per il Nobel colombiano un uomo di costumi austeri e di illusioni insaziabili, incapace di concepire un’ idea che non sia straordinaria.

Castro è un lettore minuzioso e costante e l’amicizia con Gabo è consolidata dai libri e dalla passione per la scrittura. Entrambi personaggi incisivi della storia latinoamericana del XX secolo, suscitano accese polemiche per la loro stretta relazione e Márquez viene identificato come vile servo della Revolución, incapace di cogliere con lucidità gli aspetti più controversi e inquietanti del sistema socialista cubano. Se è vero, come lo stesso Castro afferma, “che il peggiore dei sacrilegi è il ristagno del pensiero” allora non c’è rivoluzione, per quanto necessaria, che possa negare la libertà d’espressione. Ma la letteratura sa turbare gli animi e mutare il giudizio più di quanto possa fare la politica con il sistema. Castro ne è consapevole e vuole vincere, vuole restare. Da qui nascono gli eclatanti casi di censura al pensiero di importanti autori del panorama letterario e giornalistico cubano, quali Heberto Padilla e Raúl Rivero Castañeda, che destano viva preoccupazione fra gli intellettuali sud-americani, chiamati a rettificare opinioni giudicate antirivoluzionarie e a sostenere il loro leader: un leader da sostenere a prescindere per García Márquez, che si identifica nella rivoluzione cubana pur non parlandone mai nei suoi romanzi per evitare, a suo dire, che scrivere di Castro possa apparire ispirato da un impegno che va al di là della realtà politica. Ma solo nei suoi romanzi, appunto. Infatti in numerosi articoli e reportage lo scrittore si serve più volte di quel potere di annunciazione di cui è straordinariamente dotato e dell’amore del suo popolo per sensibilizzare sulle condizioni del Sud America, indicando la Cuba castrista come modello di miglioramento sociale. Márquez ama così tanto la forza di mediazione che la fama gli ha regalato da esercitarla tutte le volte che può, anche nel quotidiano, anche in quei casi che non finiscono sui giornali. E così gli capita di salvare il poeta cubano dissidente o il colombiano, amico di amici, che non riesce a ottenere il visto per gli Stati Uniti.

Márquez è un uomo, dunque, che accoglie dentro di sé tutte le contraddizioni della sua esperienza personale e politica, uno scrittore complesso e ardito, entusiasticamente legato a un presidente di cui elogia il potere di seduzione e la devozione per la parola, la pazienza invincibile e la forza dell’immaginazione. Márquez scorge in Castro quell’essere umano insolito, che il riflesso della sua stessa immagine non lascia vedere. La loro amicizia va oltre la politica, oltre l’impegno sociale e del resto, certe amicizie non sono spiegabili e non bisogna spiegarle, se non si vuole ucciderle.

(lc)

Informazioni su Laura Coletta

Laura Coletta
Classe 1988, Caserta. Laureata in lingue e letterature straniere, si sta specializzando in traduzione letteraria. Vive di grandi passioni, caute aspettative e affetti autentici. Può bastare.

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