martedì , 25 luglio 2017
Le news di Asterischi

Cernuda ovvero il presagio dell’esilio

Qualche giorno fa abbiamo celebrato il compleanno di Luis Cernuda. Oggi è tempo di parlare della sua storia.

Forse i miei lenti occhi non vedranno più il Sud

dai lievi paesaggi assopiti nell’aria,

coi corpi all’ombra di rami come fiori

o fuggenti a un galoppo di cavalli furiosi.

Il presagio dell’esilio si cela tra le pieghe di questi versi; il buio e la luce si confondono, fluisce quella volontà inconscia di svelare l’amarezza, la desolazione, di far risuonare un’eco troppo flebile. Con la poesia Vorrei starmene da solo nel Sud, tratta dalla raccolta Realtà e desiderio, Cernuda ci apre le porte dell’inquietudine e della malinconia per un destino che la lungimiranza gli svela, attraverso la scoperta delle voci segrete della propria terra.

Ma facciamo un passo indietro: dopo la proclamazione della Seconda Repubblica, il poeta spagnolo persegue l’ideale di una Spagna più tollerante, colta e liberale. È questo il suo potenziale scacco matto, opporre la cultura alle barbarie, in un paese “dove tutto nasce morto, vive morto e muore morto”. Ma sulla scacchiera della patria si effettuano troppe mosse false; la Guerra Civile dilaga con ferocia, col suo uso strategico del terrore. Il ricorso all’eliminazione fisica da parte del franchismo è perseguito sin dai primi giorni della rivolta. L’arma più potente è l’eufemistico castigo, l’intimidazione, lo sterminio di tutti gli oppositori. Il fine primario? Estirpare i due grandi mali della Spagna, la massoneria e il comunismo. Eppure i confini della “pericolosità sociale” avvertita dai nazionalisti sono molto più vasti; la Spagna grande e libera del Caudillo è in realtà un paese castrense e castrato, in cui l’omosessualità equivale al carcere. Il poeta è un disadaptado, coscientemente e apertamente omosessuale. Scrive in clandestinità, è letto in clandestinità, “proibito” da Franco assieme a quella splendida pleiade di poeti, cronisti, testimoni di un paese muto. Il regime reprime, la Chiesa benedice, è una spirale senza fine. La condizione esistenziale di Cernuda sfocia in un perenne conflitto interiore fra realtà e desiderio, da cui trapela tenacemente la brama di rivendicazione di quella libertà personale così tristemente soffocata, umiliata, costretta a dirottare verso il ricordo dell’infanzia, del paradiso perduto. Dopo la scomparsa di García Lorca, fucilato all’epoca dell’Alzamiento, Cernuda inizia il suo tormentoso e volontario esilio nordamericano. È il 1938, e il poeta avvia un percorso esistenziale che finirà per alimentare un incessante impulso innovativo; l’evoluzione poetica di Cernuda si manifesterà da lì in poi nella permanenza di temi quasi ossessivi nella sua opera poetica, tormentata da una struggente nostalgia della patria perduta e da un raggelante sentimento di orfanezza. Il poeta rielabora il senso della sua condizione, vivendo l’esilio come nesso tra esistenza e lingua, non come reale condizione fisica. Cernuda vaga come chi non ha radici, da un paese all’altro, e non lascia spazio al rimpianto. Quello, alberga nell’animo dell’uomo in bilico tra il partire e il restare, che invidia il potere di colui che è veramente libero, il potere di disporre di se stessi senza condizionamenti. Cernuda è un uomo errante, alla ricerca di una terra semper incognita, dove non sia ancora penetrata quella grottesca civilizzazione che tanto inorgoglisce gli uomini. Perché non tutti hanno potuto (o voluto) essere Ulisse; come il peregrino cernudiano, molti non hanno avuto, né dentro né fuori dal loro cuore, figli, moglie o patria che li incitassero a tornare.

Tornare? Torni chi ha

dopo lunghi anni, dopo un lungo viaggio,

stanchezza del cammino e una gran voglia

della sua terra, della sua casa, dei suoi amici,

dell’amore che al ritorno fedele lo aspetta.

Piuttosto, e tu? tornare? non pensi a tornare,

ma a proseguire libero avanti,

disponibile per sempre, giovane o vecchio,

senza un figlio che ti cerchi, come Ulisse,

senza un’Itaca che aspetti e senza Penelope.

Prosegui, vai avanti e non tornare indietro,

fedele fino alla fine del cammino e della tua vita.

Non sentire nostalgia di un destino più facile,

i tuoi piedi sopra la terra non calpestata prima,

i tuoi occhi di fronte a ciò che non hai mai visto prima.

(lc)

 

Informazioni su Laura Coletta

Laura Coletta
Classe 1988, Caserta. Laureata in lingue e letterature straniere, si sta specializzando in traduzione letteraria. Vive di grandi passioni, caute aspettative e affetti autentici. Può bastare.

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.Campi obbligatori *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

shared on wplocker.com