martedì , 26 settembre 2017
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C’era un Malaparte a Lipari

Curzio_Malaparte

L’incontro tra Curzio Malaparte e Lipari non fu dei migliori. L’isola, negli anni ’30, non era ancora meta di turismo, e manteneva intatto quello spirito selvaggio e solitario che sarebbe stato ammortizzato, neanche del tutto, solo col passare degli anni. Curzio Malaparte, personaggio cosmopolita e abituato ai contatti con la cultura e con il potere ai massimi livelli, trovò il luogo poco consono alle sue esigenze. Mussolini l’aveva spedito al confino nella maggiore delle Eolie su pressione di Italo Balbo, nel 1934. Malaparte era un intellettuale di confine, ma non da confino, personaggio scomodo e controverso, come soltanto le menti più sottili sanno essere, e Lipari gli risultava inevitabilmente pesante. In una lettera scrisse che c’era «troppo mare, troppo cielo, per un’isola così piccola e per uno spirito così inquieto». E inquieto lo era, affogato, a maggior ragione, in uno stato di stasi, perché Lipari era «un porto, ecco tutto; la città non era se non un sobborgo del porto, un insieme affrettato e provvisorio di case di mattoni anneriti dal fuoco». Così scriveva in Fughe in prigione, anche se questo rapporto con l’isola fu in realtà assai più complesso. Il toscano, con un tocco di quel gusto decadente inconfondibile che ritroviamo in Kaputt e La Pelle, riporta che a Lipari, nella sua piccola stanza in alto, sulla terrazza vedeva «di lassù lo scoglio di Scilla, e Cariddi, e le montagne della Calabria, era triste bello e deprimente».

(rrb)

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