sabato , 21 ottobre 2017
Le news di Asterischi

Buon compleanno William Shakespeare (26/04/1564)

« MACBETH: […] È un pugnale questo che mi vedo davanti, col manico rivolto verso la mia destra? Vieni, lascia ch’io t’afferri. Non ti sento in mano, e pur ti vedo ancora. Fatale visione, non sei dunque sensibile al tatto come alla vista? o sei soltanto un pugnale della immaginazione, un parto menzognero del cervello eccitato dalla febbre? Ti vedo ancora, e in una forma palpabile, come questo che or traggo. Tu mi guidi, come un araldo, a quella via per la quale io stesso mi mettevo; e tale, qual tu sei, è lo strumento ond’io dovevo servirmi. Gli occhi miei sono ludibrio degli altri sensi, o altrimenti essi valgono più di tutti loro messi insieme: io ti vedo ancora; e sulla tua lama e sull’impugnatura vedo stille di sangue, che prima non v’erano. No, non c’è nulla di simile. E’ l’atto sanguinoso che sto per compiere, il quale prende corpo, così, davanti agli occhi miei. Ora sopra una metà del mondo la natura sembra morta, e malvagi sogni ingannano il sonno tra le sue cortine: la stregoneria celebra i riti della pallida Ecate e lo smunto assassinio, messo all’erta dalla sua sentinella, il lupo (il cui ululo è il suo grido d’allarme), con andar furtivo, coi passi lunghi del violatore Tarquinio, muove così incontro al suo disegno, simile ad uno spettro. Tu, salda e ben ferma terra, non sentire per quale via camminano i miei passi, per paura che le pietre stesse abbiano a chiacchierare del luogo ove io mi aggiro, e tolgano al momento l’orrore presente, che con esso s’accorda. Mentre lo minaccio, egli vive: le parole spirano un troppo freddo alito sul fuoco dell’azione.

(Un campanello suona) Io vado, ed è fatta: il campanello m’invita. Non udirlo, Duncan, poiché è un rintocco funebre che ti chiama in cielo o all’inferno. (Esce) »

« SEYTON: E’ un grido di donne, mio buon signore.

(Esce)

MACBETH: Io ho quasi dimenticato il sapore della paura. Passato è il tempo, in cui i miei sensi si sarebbero raggelati nell’udire un grido notturno, e i capelli mi si sarebbero  rizzati,tremanti,  ad un racconto pauroso, come se in essi vi fosse vita. Mi sono saziato di orrori, e il terrore, familiare ai miei pensieri omicidi, non mi fa più sussultare.

(Rientra SEYTON)

Perché quel grido?

SEYTON: La regina, mio signore, è morta.

MACBETH: Sarebbe dovuta morire prima o poi: sarebbe venuto il momento per una parola siffatta. Domani, e domani, e domani, striscia a piccoli passi da un giorno all’altro, fino all’ultima sillaba del tempo prescritto; e tutti i nostri ieri hanno illuminato a degli stolti la via che conduce alla morte polverosa. Spegniti, spegniti, breve candela! La vita non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena e del quale poi non si ode più nulla: è una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla. »

            da Macbeth, 1605-08.

« EDMUND:  È questa la suprema stupidità del mondo, che quando si sta male la fortuna – spesso perché l’abbiamo troppo ingozzata – attribuiamo la colpa delle nostre disgrazie al sole, alla luna e alle stelle, come se noi fossimo canaglie per necessità, stupidi per coercizione celeste, furfanti, ladri e traditori per prevaricazione delle sfere, ubriachi, mentitori e adulteri per obbedienza coatta all’influsso dei pianeti. Piaghe di Dio, sarei stato quel che sono anche se l’astro più verginale del firmamento avesse strizzato l’occhio alla mia bastardaggine. »

            da Re Lear, 1605-06.

« IAGO: Ah, guardatevi dalla gelosia, il mostro dagli occhi verdi che irride il cibo di cui si nutre. Il cornuto vive beato se, sicuro del suo fato, non ama colei che lo tradisce. Ma ah, come conta i minuti del suo tormento chi ama, dubita e sospetta e insieme spasima d’amore!

OTELLO: Quale angoscia!

IAGO: Il povero che s’accontenta è ricco. Ma infinite ricchezze sono un magro inverno per chi teme sempre d’esser povero.Buon Dio, preserva tutti i miei cari dalla gelosia! »

            Da Otello, 1603.

« PROSPERO:  Mi pare, figlio mio, che tu sia agitato come da paura: non temere. Il nostro gioco è finito. Gli attori, come dissi, erano spiriti, e scomparvero nell’aria leggera. Come l’opera effimera del mio miraggio, dilegueranno le torri che salgono su alle nubi, gli splendidi palazzi, i templi solenni, la terra immensa e quello che contiene, e come la labile finzione lentamente ora svanita, non lasceranno orma. Noi siamo di natura uguale ai sogni, la breve vita è nel giro d’un sonno conchiusa. »

            da La tempesta, 1611-12.

« BENEDETTO : Sono cose che non capirò mai.Un uomo vede fino a che punto si rincretinisce un suo simile che si è dato anima e corpo all’amore.Nota la follia degli altri, e sghignazza.E poi ecco che si comporta esattamente come quello che ha tanto deriso. »

« BEATRICE: Signor Benedetto, state ancora parlando? Qua nessuno vi ascolta.

BENEDETTO: Toh, guarda chi si rivede, la Signora Spussetta! La è ancora in vita?

BEATRICE: E come può morire l’indignazione, quando trova per nutrirsi un alimento di suo gusto come il Signor Benedetto? Anche la Cortesia avrà la puzza al naso, se l’avvicinate voi.

BENEDETTO: Ma allora è una banderuola. La verità è che le donne mi adoran tutte tranne voi; e io vorrei veramente riuscire a non esser duro di cuore, perché in realtà non ne amo nessuna.

BEATRICE: Felici le donne, che altrimenti avrebbero il fastidio di un cascamorto pernicioso! Io ringrazio Iddio e il mio sangue freddo, chè in questo siamo uguali: meglio sentire un cane che abbaia alle cornacchie, che uno che giura che m’ama. »

            Da Molto rumore per nulla, 1598-99.

« 29

Talora, venuto in odio alla Fortuna e agli uomini,
io piango solitario sul mio triste abbandono,
e turbo il cielo sordo con le mie grida inani,
e contemplo me stesso, e maledico la sorte,

agognandomi simile a tale più ricco di speranze,
di più belle fattezze, di numerosi amici,
invidiando l’ingegno di questi, il potere di un altro,
di quel che meglio è mio maggiormente scontento;

ma ecco che in tali pensieri quasi spregiando me stesso,
la tua immagine appare, e allora muto stato,
e quale lodola, al romper del giorno, si innalza

dalla terra cupa, lancio inni alle soglie del cielo:
poiché il ricordo del dolce tuo amore porta seco
tali ricchezze, che non vorrei scambiarle con un regno. »

« 94

Chi di ferire ha il potere e non l’usa,
chi da ciò che più suo mostra s’astiene,
chi altri muove, e lui stesso è di pietra,
immoto, freddo, e lento a tentazione,

grazie celesti eredita legittime
e non spreca ricchezze di natura;
lui del suo volto signore e padrone,
ministri gli altri della sua eccellenza.

All’estate è dolcezza il fiore estivo,
benché per sé soltanto viva e muoia;
ma se toccato è da vile infezione,

l’erba più vile in dignità gli è sopra:
l’uso ciò ch’è più dolce fa più agro,
puzza ben più ch’erbaccia il giglio marcio. »

« 121

È meglio esser colpevole che tale esser stimato
quando non essendolo si è accusati d’esserlo;
e perso è ogni valor sincero perché creduto colpa
non dal nostro sentire, ma dal giudizio d’altri.
Perché mai dovrebbero gli occhi altrui adulteri
considerar vizioso il mio amoroso sangue?
Perché nelle mie voglie s’insinuan lascive spie 
che a parer lor condannano quel ch’io ritengo giusto?
No, io sono quel che sono e chi mira
ai miei errori, colpisce solo i propri;
potrei esser io sincero e loro non dire il vero,
non venga il mio agir pesato dal loro pensar corrotto;
a men che non sostengano questo mal comune - 
l’umanità è malvagia e nel suo mal trionfa. »

Nota: 
Genio indiscusso del dramma e della lirica, William Shakespeare è considerato uno dei grandi padri della letteratura mondiale – spesso accostato a Omero e Dante.

A causa della carica innovatrice della sua opera, la sua fama si è affermata definitivamente a partire dall’età romantica. Contravvenendo alla rigida regolamentazione dei generi letterari in vigore presso i contemporanei, Shakespeare mette in atto nella sua produzione teatrale una commistione tra tragico e comico, tra sublime e triviale. Questa si rispecchia non solo nella struttura dei drammi (che non rispettano le tre unità pseudo-aristoteliche) ma anche nel linguaggio, estremamente ricco ed evocativo. Il risultato di questa operazione è il raggiungimento di un inedito realismo, reso ancor più significativo dalla centralità assunta dal personaggio. A questo proposito Romano Luperini scrive:

Il realismo di Shakespeare è dunque un modo di cogliere il mondo nella sua complessità: è un realismo metafisico, che parte sì dall’osservazione dei fatti e delle cose come sono, ma per collegarli a un piano di verità che va al di là di essi. Esso non punta a dare un’immagine precisa di questo o quell’ambiente storico-sociale: punta ad un’immagine del mondo nella sua totalità.

[…]

Nei personaggi shakespeariani vive qualcosa di più alto del personaggio stesso, qualcosa che lo trascende come individuo determinato e gli dà la statura tragica e la forza di imporsi nell’immaginario collettivo come mito.[…] il personaggio tragico shakespeariano non è una maschera fissa, ma un personaggio lacerato, che ha in sé i segni di una ‘passione’ e del suo contrario.[…]

Con Shakespeare, insomma, nasce non solo una nuova idea di personaggio, ma anche una nuova idea di persona. Non è un caso che sui suoi eroi si sia esercitata così spesso la critica psicoanalitica. Con Shakespeare nasce la consapevolezza della complessità del reale e della frattura fra coscienza e mondo propria del mondo moderno.

(mm)

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