martedì , 26 settembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Umberto Eco (05/01/1932)

umberto eco
“Le macchine sono effetto dell’arte, che è scimmia della natura, e di essa riproducono non le forme ma la stessa operazione”

“Corpi e membra abitati dallo Spirito, illuminati dalla rivelazione, sconvolti i volti dallo stupore, esaltati gli sguardi dall’entusiasmo, infiammate le gote dall’amore, dilatate le pupille dalla beatitudine, folgorato l’uno da una dilettosa costernazione, trafitto l’altro da un costernato diletto, chi trasfigurato dalla meraviglia, chi ringiovanito dal gaudio, eccoli tutti cantare con l’espressione dei visi, col panneggio delle tuniche, col piglio e la tensione degli arti, un cantico nuovo, le labbra semiaperte in un sorriso di lode perenne. E sotto i piedi dei vegliardi, e inarcati sopra di essi e sopra il trono e sopra il gruppo tetramorfo, disposti in bande simmetriche, a fatica distinguibili l’uno dall’altro tanto la sapienza dell’arte li aveva resi tutti mutuamente proporzionati, uguali nella varietà e variegati nell’unita, unici nella diversità e diversi nella loro atta coadunazione, in mirabile congruenza delle parti con dilettevole soavità di tinte, miracolo di consonanza e concordia di voci tra se dissimili, compagine disposta a modo delle corde della cetra,  consenziente e cospirante continuata cognazione per profonda e interna forza atta a operare l’univoco nel gioco stesso alterno degli equivoci, ornato e collazione di creature irreducibili a vicenda e a vicenda ridotte, opera di amorosa connessione retta da una regola celeste e mondana a un tempo (vincolo e stabile nesso di pace, amore, virtù, regime, potestà, ordine, origine, vita, luce, splendore, specie e figura), equalità numerosa risplendente per il rilucere della forma sopra le parti proporzionate della materia — ecco che si intrecciavano tutti i fiori e le foglie e i viticci e i cespi e i corimbi di tutte le erbe di cui si adornano i giardini della terra e del cielo, la viola, il citiso, la serpilla, il giglio, il ligustro, il narciso, la colocasia, l’acanto, il malobatro, la mirra e gli opobalsami.”

“Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto. Questa biblioteca è nata forse per salvare i libri che contiene, ma ora vive per seppellirli. Per questo è diventata fomite di empietà.”

“…benché certamente il primo uomo fosse stato così accorto da chiamare ogni cosa e animale secondo la sua natura, ciò non toglie che egli non esercitasse una sorte di diritto sovrano nell’immaginare il nome che a suo giudizio meglio corrispondesse a quella natura. Perché infatti è ormai noto che diversi sono i nomi, che gli uomini impongono per designare i concetti, e uguali per tutti sono solo i concetti, segni delle cose. Così che certamente viene la parola nomen da nomos, ovvero legge, dato che appunto i nomina vengono dati dagli uomini ad placitum, e cioè per libera e collettiva convenzione.”

stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

(da Il nome della rosa)

“Ma gavte la nata” [...] “E’ torinese. Significa levati il tappo, ovvero, se preferisci, voglia ella levarsi il tappo. In presenza di persona altezzosa e impettita, la si suppone enfiata dalla propria immodestia, e parimenti si suppone che tale smodata autoconsiderazione tenga in vita il corpo dilatato solo in virtù di un tappo che, infilato nello sfintere, impedisca che tutta quella aerostatica dignità si dissolva, talché, invitando il soggetto a togliersi esso turacciolo, lo si condanna a perseguire il proprio irreversibile afflosciamento, non di rado accompagnato da sibilo acutissimo e riduzione del superstite involucro esterno a povera cosa, scarna immagine ed esangue fantasma della prisca maestà”.

“O basta là.” Solo un piemontese può capire l’animo con cui si pronuncia questa espressione di educata stupefazione. Nessuno dei suoi equivalenti in altra lingua o dialetto (non mi dica, dis donc, are you kidding?) può rendere il sovrano senso di disinteresse, il fatalismo con cui essa riconferma l’indefettibile persuasione che gli altri siano, e irrimediabilmente, figli di una divinità maldestra.

Popolare il mondo di figli che andranno sotto un altro nome, e nessuno saprà che sono tuoi. Come essere Dio in borghese. Tu sei Dio, giri per la città, senti la gente che parla di te, e Dio qua e Dio là, e che mirabile universo è questo, e che eleganza la gravitazione universale, e tu sorridi sotto i baffi (bisogna girare con una barba finta, oppure no, senza barba, perché dalla barba Dio lo riconosci subito), e dici fra te e te (il solipsismo di Dio è drammatico): “Ecco, questo sono io e loro non lo sanno.” E qualcuno ti urta per strada, magari ti insulta, e tu umile dici scusi, e via, tanto sei Dio e se tu volessi, uno schiocco di dita, e il mondo sarebbe cenere. Ma tu sei così infinitamente potente da permetterti di esser buono…

(da Il pendolo di Foucault)

Cosa è il leghismo se non la storia di un movimento che non legge? (se la Lega ignora il romanzo italiano, la Repubblica, 6 marzo 2009)

L’ambiguità delle nostre lingue, la naturale imperfezione dei nostri idiomi, non rappresentano il morbo postbabelico dal quale l’umanità deve guarire, bensì la sola opportunità che Dio aveva dato ad Adamo, l’animale parlante. Capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci nello stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca della perfezione. (da A portrait of the artist as a bachelor, in Sulla letteratura)

Ma poi mi rendo conto che il problema della stupidità ha la stessa valenza metafisica del problema del Male, anzi di più: perché si può persino pensare (gnosticamente) che il male si annidi come possibilità rimossa del seno stesso della Divinità; ma la Divinità non può ospitare e concepire la Stupidità, e pertanto la sola presenza degli stupidi nel Cosmo potrebbe testimoniare della Morte di Dio. (da L’espresso, 20 luglio 2006, n. 28 anno LII)

I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare. (da Come si fa una tesi di laurea)

L’Italia è uno di quei paesi in cui non si è obbligati a entrare in un cinema all’inizio dello spettacolo, ma ci si può entrare in qualsiasi momento, e poi riprendere dall’inizio. La giudico una buona abitudine perché ritengo che un film sia come la vita: io nella vita sono entrato quando i miei genitori erano già nati e Omero aveva già scritto l’Odissea, poi ho cercato di ricostruire la fabula all’indietro, come ho fatto per Sylvie, e bene o male ho capito che cosa era accaduto nel mondo prima della mia entrata. E così mi pare giusto fare coi film. (da Sei passeggiate nei boschi narrativi)

Nota:
Umberto Eco è una delle più grandi personalità intellettuali italiane – e internazionali: critico, scrittore, saggista, semiologo, filologo, linguista, la sua produzione abbraccia ogni campo.
Pur dedicandosi ad argomenti e studi disparati, non ha mai abbandonato la sua prima passione, la filosofia e la cultura medievale (la sua tesi di laurea fu per l’appunto “Il problema estetico in San Tommaso”).
Nel 1981 vinse il Premio Strega con il suo primo romanzo, “Il Nome della Rosa”, che ebbe rilievo a livello internazionale.
Ha collaborato con numerosi giornali italiani, in particolare con “L’espresso”, su cui tiene una rubrica quindicinale, “La bustina di Minerva”.
Ha ricevuto 37 lauree honoris causa da università europee e americane. Oggi insegna all’Università di Bologna ed è presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici della stessa.

(ag)

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